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Le Metamorfosi di Ovidio: l’infinita suggestione del mito

Le Metamorfosi di Ovidio può considerarsi il romanzo della mitologia, un sontuoso arazzo di favole e leggende del mondo antico, accomunate dal tema della trasformazione di figure del mito in piante, animali, fonti, astri, che delinea una storia del genere umano e un’inedita enciclopedia della natura. 

Apollo e Dafne, G.L. Bernini.

Dallo struggente racconto di Venere ed Adone, a quello di Eco e Narciso. Ma anche il racconto di Ganimede, rapito da Giove perché diventasse il coppiere degli Dei, o quello di Dafne, la ninfa che si trasformò in un albero di alloro pur di sfuggire alle brame di Apollo e che Bernini rese eterna in una delle sue sculture più celebri.

In foto il libro de Le Metamorfosi.

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Le Metamorfosi di Ovidio si compongono di 15 libri e furono scritte tra il 2 e l’8 d.C. Un libro straordinario che ha influenzato tutta la letteratura successiva, ma che all’epoca, insieme all’Ars amatoria, costarono caro al poeta di Sulmona. 

L’imperatore Augusto, infatti, nell’8 d.C. condannò Ovidio alla relegatio, una sorta di esilio nell’odierna Romania dove il poeta scriverà la sua ultima opera, i Trista. Ovidio, a detta del moralista Augusto, aveva con le sue opere offeso la religione e i costumi di Roma, offrendo modelli pericolosi e inaccettabili.

Pallade e Aracne, Rubens.

Ma la relegatio non affossò la poesia di Ovidio e, tanto meno il suo capolavoro, Le Metamorfosi, che, come, vaticinato dallo stesso autore, «né l’ira di Giove, né il fuoco o il ferro e il tempo che tutto corrode, potranno distruggere». Le Metamorfosi, infatti, saranno lette da tutti portando a ogni latitudine «l’eterna fama» di Ovidio. La bellezza di questa opera, che i monaci amanuensi trascrissero salvandola dall’oblio, sta nella forza unica della poesia di Ovidio, nell’unicità dei miti raccontati, nel succedersi serrato del racconto, nelle vivide immagini narrate. 

Rosa Araneo per L’isola di Omero

La rubrica del Borgo. Venosa: un viaggio nella città del poeta Orazio

Carpe diem, quam minimum credula postero…i versi di Quinto Orazio Flacco, uno dei più illustri poeti dell’epoca antica, risuonano nelle strade di Venosa, la città della Basilicata (in provincia di Potenza) di circa 12.000 abitanti che nel 65 a.C. gli ha dato i natali.

Orazio durante la sua vita è andato alla ricerca di risposte sui grandi temi esistenziali, realizzando le sue opere in un periodo di grande instabilità politica e dettando anche quelli che per molti sono i canoni dell’Ars Vivendi. Poeta lirico e scrittore satirico, ha vissuto in questo paesino l’adolescenza prima di emigrare a Roma. Ancora oggi, si ammirano i resti della sua casa, composta da due stanze adiacenti indicate come ambienti di un complesso termale e una parete esterna che racchiude un grande valore architettonico.

La casa del poeta latino Orazio

Si narra che il nome Venosa deriverebbe da Benoth, il nome fenicio di Venere, e attraversare le sue vie è come passeggiare nella storia.

La cittadina è situata nell’area del Vulture, su un altopiano compreso tra due valli. Fu sottratta dai Romani ai Sanniti nel 291 a.C. dal console Lucio Postumio Megello, che la rese una colonia latina. Nel 190 a.C. il centro ha conosciuto un forte sviluppo, grazie alla fondazione della Via Appia, che collegava Roma a Brindisi. Mentre con la caduta dell’Impero Romano venne assediata diverse volte dai barbari. Si susseguirono poi Bizantini, Normanni, Svevi, Angioini ed Aragonesi.

Cosa vedere?

La prima destinazione è il Castello aragonese, costruito da Pirro del Balzo tra il 1460 e il 1470, che si erge imponente al centro di Venosa e ospita al suo interno il Museo Archeologico Nazionale (che contiene ceramiche, collezioni numismatiche e pitture parietali) e la Biblioteca comunale. Nel 600 da fortezza fu trasformato nella dimora signorile di Carlo ed Emanuele Gesualdo. Ha una pianta quadrata, con torri a forma di cilindro ed è circondato da un fossato.

Scorcio del Castello aragonese di Pirro del Balzo

Il principe Gesualdo, compositore di madrigali nel XVII secolo, fu in seguito costretto a fuggire della città per aver assassinato, in un impeto di follia, l’adultera moglie e il suo amante.

Finita la visita al Castello, percorrendo Via dei Fornaci si può ammirare la Fontana Romanesca. Una leggenda racconta che chiunque beva l’acqua della fontana non riuscirà più a lasciare il paese.

A pochi passi è situata la meravigliosa Abbazia della Santissima Trinità, al cui interno si trovano affreschi molto preziosi e le spoglie del condottiero Roberto il Guiscardo.

Ma a colpire i visitatori sarà la Chiesa con il tetto di stelle, l’Incompiuta, che si trova nella parte posteriore della struttura.

Visione dall’alto dell’Abbazia della Santissima Trinità e dell’Incompiuta

Mentre il Parco Archeologico conserva la testimonianza di un periodo compreso tra quello repubblicano e l’età medievale.

Altra traccia del sacro sono le catacombe cristiane del IV secolo e quelle ebraiche del III-IV secolo (scoperte nel 1853). Sono situate sulla collina della Maddalena, in una zona periferica di Venosa.

Infine, al suo cittadino di eccellenza Venosa dedica il Certamen Horatianum, una gara intellettuale con la traduzione dal latino e relativo commento in italiano di un componimento a scelta tra opere del celebre autore latino Orazio.

Simona Lamarmora per L’isola di Omero