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Il “Pelìde” Achille: la leggenda dell’eroe greco

” Cantami, o Diva, del Pelìde Achille l’ira funesta che infiniti addusse lutti agli Achei, molte anzi tempo all’Orco generose travolse alme d’eroi, e di cani e d’augelli orrido pasto lor salme abbandonò (così di Giove l’alto consiglio s’adempìa), da quando primamente disgiunse aspra contesa “.

L’incipit dell’Iliade, scritta da Omero, fa di Achille il protagonista quasi assoluto delle vicende raccontate nel famosissimo poema epico, e in particolare lo incorona come l’eroe della guerra di Troia.

Il prode Achille, figlio di Teti (la più bella tra le ninfee Nereidi), e di Peleo (re della Tessaglia), è uno degli eroi più conosciuti della mitologia greca.

Achille e Teti.

Una delle leggende che lo vede protagonista narra che sua madre Teti, per renderlo immortale, lo immerse nelle acque del fiume Stige, tenendolo solo per il tallone.

Subito dopo la nascita fu affidato al centauro Chirone, che divenne il suo maestro, e alla cura del precettore Fenice. Achille fu addestrato all’arte della guerra, all’uso delle armi, e iniziato alle nobili arti.

Conosciuto anche come Pelide, in onore dei suoi antenati, fu il più forte di tutti i greci.

Achille e il centauro Chirone

Sua madre, per evitare di perderlo in guerra, lo fece travestire da donna e lo mandò sull’isola di Sciro.

Lì sposo una delle figlie del re, la principessa Deidamia.

Quando Achille aveva nove anni, Calcante, un indovino, aveva predetto agli Achei, che senza la partecipazione del Pelide alla spedizione achea la guerra sarebbe stata persa.

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Ulisse, quindi, dopo la sua scomparsa, lo cercò in lungo e in largo; si travestì da mercante e alla fine riuscì ad incontrarlo. Svelatosi, gli rivelò tutto sulla spedizione, e lui, sensibile alla causa, decise di partire in guerra.

Achille in duello.

La causa dello scoppio dei combattimento, oltre alla conquista della supremazia economica e politica, fu il rapimento di Elena, moglie di Menelao,da parte del troiano Paride.

Infatti c’erano due schieramenti: da una parte gli Achei, con Agamennone, Menelao, Ulisse e Achille; mentre dall’altra i Micenei, che governavano Troia, con Priamo, e i figli Ettore e Paride.

I primi nove anni della guerra di Troia si conclusero senza risultati , ma il decimo fu quello decisivo.

A causa di un diverbio con Agamennone, Achille si ritirò dalla lotta, ma dopo l’uccisione del suo presunto amante Patroclo, decise di scendere in guerra e di uccidere il responsabile, Ettore (il principe troiano).

Achille uccide Ettore

Secondo gli dei fu l’unico eroe che ebbe il dono di essere l’artefice del proprio destino: una vita breve e gloriosa a dispetto di una lunga e senza fama.

L’episodio della sua morte ha molte versioni: la più famosa è quella che racconta la sua dipartita per mano di Apollo travestito da Paride, tramite con un colpo al tallone, l’unica parte vulnerabile, per mezzo di una freccia avvelenata.

Simona Lamarmora per L’isola di Omero

Il Cavallo di Troia era una nave? Il mito leggendario potrebbe essere errato

Il Cavallo di Troia era davvero un cavallo? È questa la domanda che si è posto l’archeologo navale Francesco Tiboni, dottore di ricerca presso l’Università di Marsiglia. Già da qualche anno egli sostiene che il mito fosse falsato, trattandosi di una nave.

Il mito:

Il cavallo di Troia è una macchina da guerra che, secondo la leggenda, fu usata dai greci per espugnare la città di Troia, conquistandola definitivamente dopo ben 9 anni di guerra. Per tale avvenimento non si può parlare di una data precisa, ma quella che sembrerebbe essere più attendibile è il 24 aprile 1184 a.C.

La processione del cavallo di Troia in un dipinto di Giandomenico Tiepolo.

L’ipotesi dell’equivoco

L’equivoco millenario sarebbe nato da un errore nella traduzione dei testi successivi a Omero, ai quali si ispirò lo stesso Virgilio (avvalendosi di un traduttore) per comporre l’Eneide. Secondo Tiboni, il manufatto realizzato dai greci per penetrare nelle mura di Troia non sarebbe stato letteralmente un cavallo, in greco hippos, bensì un tipo di nave fenicia che veniva analogamente chiamata”Hippos”.

I primi dubbi sul cavallo erano stati ventilati già in tempi antichissimi, da Pausania che, nel II sec. d.C. scriveva: «Che quello realizzato fosse un marchingegno per abbattere le mura e non un cavallo lo sa bene chiunque non voglia attribuire ai Frigi un’assoluta dabbenaggine. Tuttavia la leggenda dice che è un cavallo».

Cosimo Guarini per L’isola di Omero

Scilla e Cariddi nell’Odissea: la leggenda, la sua morale sulle ”scelte dell’uomo”

Una serie di ostacoli si frappongono tra Ulisse e Itaca. Ad un certo punto, egli per arrivarci deve scegliere fra due rotte impossibili: la prima passa fra gli scogli battenti che distruggono le navi maggiormente imprudenti; la seconda attraversa uno stretto canale fiancheggiato su di un lato da un mostro marino antropofago chiamato Scilla, e sull’altro da un grande vortice nominato Cariddi.

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Rappresentazione di Cariddi.
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Rappresentazione di Scilla.

Ulisse sceglierà di evitare le rocce battenti e di andare verso le stretto di Scilla e Cariddi, ovvero lo stretto di Messina. Qui l’eroe si troverà davanti ad un bivio: optare fra la morte sicura di alcuni dei suoi uomini o quella di tutti. Per preservare la vita del maggior numero di naufraghi, riterrà opportuno dover passare più vicino a Scilla.

Appena imboccato lo stretto, il cielo ad un tratto diventerà nero e la nave verrà investita dalle onde.

Ulisse guida la rotta lontano da Cariddi, ma d’un tratto dall’altro lato Scilla colpisce l’equipaggio fino a che sei uomini vengono divorati.

Per Ulisse è il momento peggiore di tutto il viaggio. Si sente impotente, ed è cosciente di aver causato la morte dei suoi collaboratori.

La morale: Anche il più umano dei comandanti dovrà scarificare qualche uomo pur di completare la missione.

Cosimo Guarini per L’isola di Omero

La rubrica del borgo. Una tela incantata chiamata Positano

L’antico borgo marinaro, con i suoi 3.900 abitanti circa, sorge in una meravigliosa e suggestiva posizione panoramica, lungo uno dei tratti costieri più belli della penisola sorrentina, tra Punta Germano e Capo Sottile.

Appartenente geograficamente alla Costiera Amalfitana, fa parte della provincia di Salerno (in Campania), ed è oggi una sofisticata meta turistica.

La leggenda che narra la sua nascita vede come protagonista la divinità marina greca Poseidone, che creò la città in onore della ninfa Positea, come pegno del suo amore.

Le tracce dei primi abitanti del borgo risalgono alla Preistoria, ma in seguito alla caduta dell’Impero Romano Positano entrò a far parte della Repubblica di Amalfi, e grazie al commercio con i paesi del Mediterraneo attraversò un periodo molto fiorente.

Successivamente dovette subire la dominazione Angioina e quella Aragonese, ed anche le incursioni di Turchi e Saraceni. Infatti, fu proprio per difendersi che eresse le tre torri di guardia (del Fornillo, del Trasito e della Sponda) su ordine del Vicerè Don Pedro de Toledo.

Una torre saracena

Positano presenta l’architettura tipica della Costiera Amalfitana, con scalinate, portici e vicoli strettissimi. Guardando da lontano si possono ammirare casette bianche aggrappate alla roccia, dalle quali risaltano terrazzi pieni di fiori che si diramano fino alla spiaggia, da dove il borgo appare come una piramide di case che ci arrampicano fino al cielo (assumendo la forma di un presepe).

Al largo, invece, sono visibili tre isolotti che compongono le Sirenuse (dette Li Galli), considerate la mitica dimora delle famose sirene ammaliatrici: il Gallo Lungo, la Rotonda e il Castelluccio.

Uno sorcio delle Sirenuse

Dalla spiaggia un piccolo sentiero nella roccia guida fino ad alcune calette e affianca le torri di avvistamento.

E’ il Sentiero degli Dei, che collega Agerola al borgo di Nocelle; il suo nome deriva dalla tradizione popolare, secondo cui le antiche divinità greche avrebbero percorso questa strada per salvare il mitico Ulisse in balia delle sirene.

Le due spiagge principali, Spiaggia Grande e Fornillo, sono raggiungibili a piedi, mentre le altre solo tramite mare.

Il vero cuore di Positano, insieme ai negozi pieni di ceramiche ed abiti colorati, è la chiesa di Santa Maria Assunta, con la sua cupola in maiolica gialla, verde e blu, visibile da ogni angolo della città. E’ in stile neoclassico, ed è circondata da un’atmosfera suggestiva, fra colonne e capitelli ionici dorati. Al suo interno è conservata la tela della Madonna Nera, di origine bizantina e risalente al XII secolo.

La chiesa di Santa Maria Assunta

La tradizione vuole che il dipinto sia arrivato lì per volere della stessa Vergine. La nave che la trasportava si ritrovò nel mezzo di una tempesta, e i marinai si misero in salvo sulla spiaggia. La mattina seguente, sentendo una voce dire la parola posa, donarono la tela alla chiesa prima di ripartire.

Simona Lamarmora per L’isola di Omero