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Man Ray: il primo fotografo surrealista

Man Ray fu un personaggio anticonvenzionale e dagli innumerevoli interessi.

Amante dell’arte, gravitò prima intorno Dadaismo ed in seguito al Surrealismo di cui lui diventerà il primo nonché uno dei più importanti fotografi.


Gradualmente la fotografia diventò uno dei suoi interessi principali.

Iniziò con i ritratti, dapprima molto formali, poi i suoi scatti diventarono sempre più ricchi e complessi, le regole iniziarono a cadere, il dettaglio poteva diventare il focus dell’immagine.

Ispirato dalle sue modelle, Ray dedicò anche molta attenzione al nudo femminile. I corpi, spesso rivolti di schiena mostrano le loro curve e la loro sensualità naturale, in pose poco o quasi per nulla artificiose.

La violon d ingres (1924)

Un altro aspetto che la fa da padrone nei nudi come nella maggior parte dei suoi scatti è l’uso delle luci. I contrasti spesso accecanti e la scala di grigi così limitata sono una scelta stilistica che sta a capo di una ricerca perseguita dall’artista/fotografo sul potenziale della luce.

Il culmine di questa ricerca sarà l’invenzione della “Rayografia che fu scoperta casualmente durante le sue sperimentazioni di laboratorio nel 1921. 

L’effetto finale è un’immagine dai contrasti fortissimi, dalle forme distorte e dall’aspetto spettrale.

Un altro tema ricorrente è l’uso della Solarizzazione, una pratica di sviluppo dei negativi i quali, drasticamente sovraesposti, vanno incontro ad un processo di inversione tonale che dona alla fotografia un aspetto unico e sbalzato.

Ritratto solarizzato

Le opere fotografiche dell’artista perciò assumono una connotazione sperimentale ed antepongono la forma ed il concetto di fronte alla bellezza propria o alla rappresentazione della realtà.

Ray con i suoi scatti dipinge perciò un mondo a parte dove le regole e le forme canoniche sono esasperate fino ad essere quasi irriconoscibili. Ma se si sa come guardare allora non si può che apprezzare la semplicità espositiva con cui l’artista crea significati complessi.

Rosa Araneo per L’isola di Omero

Surrealismo: dal concetto di ”inconscio” alle diverse tecniche espressive

La nascita della psicologia moderna, grazie a Freud, ha fornito molti spunti alla produzione artistica della prima metà del Novecento. Soprattutto nei paesi dell’Europa centro settentrionale, le correnti espressionistiche hanno ampiamente utilizzato il concetto di inconscio per far emergere alcune delle caratteristiche più profonde dell’animo umano. Sempre da Freud, i pittori che dettero vita al Surrealismo, scelsero un altro elemento che diede loro la possibilità di scandagliare e far emergere l’ inconscio: il sogno. Infatti, il movimento surrealista, sviluppatosi negli anni Venti, si basava sulle immagini del sogno e dell’inconscio.

Il Surrealismo nacque nel 1924 e alla sua nascita contribuirono in maniera determinante sia il Dadaismo sia la pittura Metafisica. Teorico del gruppo fu lo scrittore André Breton. Fu lui a redigere il Manifesto del Surrealismo muovendo dal pensiero di Freud. Secondo Breton, bisogna cercare il modo di giungere ad una realtà superiore in cui conciliare i due momenti fondamentali del pensiero umano: quello della veglia e quello del sogno.

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André Breton (Tinchebray, 19 febbraio 1896 – Parigi, 28 settembre 1966): poeta, saggista e critico d’arte francese.

Esso è un movimento che pratica un’arte figurativa e non astratta. L’approccio al surrealismo è stato diverso da artista ad artista, per le diversità personali di chi lo ha interpretato. Ma è possibile suddividere la tecnica surrealista in due grosse categorie: quella degli accostamenti inconsueti e quella delle deformazioni irreali.

Gli accostamenti inconsueti sono stati spiegati da Max Ernst, pittore e scultore surrealista. In sostanza, procedendo per libera associazione di idee, si uniscono cose e spazi tra loro apparentemente estranei per ricavarne una sensazione inedita. La bellezza surrealista nasce, allora, dal trovare due oggetti reali, veri, esistenti, che non hanno nulla in comune, assieme in un luogo ugualmente estraneo ad entrambi. Tale situazione genera un’inattesa visione che sorprende per la sua assurdità e perché contraddice le nostre certezze.

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La vestizione della sposa, Max Ernst (1939 – 1940).

Le deformazioni irreali riguardano invece le metamorfosi: nascevano, più precisamente, dalla caricatua ed erano tese all’accentuazione dei caratteri e delle sensazioni psicologiche. La metamorfosi è la trasformazione di un oggetto in un altro, come, ad esempio, delle donne che si trasformano in alberi o delle foglie che hanno forma di uccelli (Magritte).

Entrambi questi procedimenti hanno un unico fine: lo spostamento del senso. Ossia la trasformazione delle immagini, che abitualmente siamo abituati a vedere in base al senso comune, in immagini che ci trasmettono l’idea di un diverso ordine della realtà.

Alessia Amato per L’isola di Omero

Il donatore felice di René Magritte: tra illusione, sogno, e realtà

René Magritte è tra i pittori surrealisti più originali e famosi. Un uomo elegante ed educato, come molti, ma capace di trasformare la realtà come pochi. Un uomo in grado di creare capolavori straordinari che trasformano in sogno il quotidiano. Perché in questo sta il genio dell’artista: ci ha spinto ad osservare il mondo con occhi diversi, a stupirci di ciò che è apparentemente banale e a scavare sotto la superficie scoprendo che essa è molto più interessante di come appaia.

Il donatore felice, realizzata nel 1966 e conservata al Musèe d’Ixelles a Bruxelles, è un’opera che al suo interno sintetizza molte tematiche affrontate da Magritte.

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Il donatore felice, R. Magritte.

Su un fondo scuro, che un muro separa dal nulla, emerge la sagoma di un uomo con bombetta da cui traspare una luminosità interna alla silhouette utilizzata per la autocitazione di un altro notissimo quadro, L’empire des lumières,nel quale un’importante casa immersa nel buio avanzante di un tramonto ormai compiuto presenta tutte le sue le finestre illuminate a festa dalla luce interna. Sul muro una sfera grigia racchiude al suo interno uno dei tanti misteri magrittiani non partecipando all’evidente felicità interna dell’uomo in bombetta il quale assapora tutto lo splendore della coscienza di chi ha appena donato in un contesto intorno imperscrutabile per il buio della normalità. Il titolo dell’opera, che peraltro raccoglie una sinestesia tipica della lingua francese per la quale il donatore è sempre felice, è particolarmente significativo: chi dona non indugia nel calcolo economico, non opera per il profitto ma introietta se stesso nella trasparente luce della felicità che prolunga e nega, al tempo stesso, il momento quotidiano della vita attiva.

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René François Ghislain Magritte (Lessines, 21 novembre 1898 – Bruxelles, 15 agosto 1967).

Queste parole furono scritte da Magritte pochi mesi prima di morire e rendono bene la personalità di un artista capace di scavare a fondo nella realtà e di restituirci un’immagine di essa priva di luoghi comuni e di immagini stereotipate: “Ciò che vedete sulla superficie di quel muro non è un insieme di linee e di colori; è una profondità, un cielo, delle nuvole che hanno alzato il sipario del vostro tetto, una vera colonna intorno a cui potete girare, una scala che prolunga i gradini su cui vi trovare 8 e voi fate già un passo nella sua direzione, vostro malgrado), una balaustra di pietra da cui si stanno affacciando per vedervi i volti attenti dei cortigiani e delle dame, che portano nastri e abiti uguali ai vostri, che sorridono al vostro stupore e ai vostri sorrisi, facendo verso di voi dei segni che trovate misteriosi soltanto perché hanno già risposto senza aspettare quelli che voi farete loro”.

Alessia Amato per L’isola di Omero

Arcimboldo, l’artista surrealista ante litteram

Le opere di Arcimboldo (1527-1593)  fanno sorridere, ma al contempo inquietano, come se ci si trovasse di fronte a creature aliene.

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I suoi dipinti sembrano giochi di parole realizzati con le immagini, create per stupire l’annoiato pubblico delle corti, ma forse la realtà non è così semplice. Arcimboldo, oltre che un abile artista era un uomo di cultura, con una passione per i significati simbolici nascosti dietro le immagini: era un uomo che dietro la realtà evidente riusciva a scoprirne un’altra nascosta, misteriosa eppure visibile a tutti.

Se le consideriamo da questo punto di vista, le opere di Arcimboldo ci invitano a guardare oltre e ci fanno incuriosire e un po’ spaventare.

Arcimboldo operò prevalentemente negli anni del Manierismo ma le sue opere, per il loro carattere originale e innovativo, sfuggono ad ogni catalogazione. Tutti ricordano Giuseppe Arcimboldo per le sue “teste composte”, in cui gli oggetti inanimati vengono aggregati per dare forma a volti umani attraverso la particolare tecnica della “pareidolia”, ossia il meccanismo visivo che ci spinge a riconoscere sembianze umane e familiari anche in soggetti dalla forma casuale (es. nuvole, montagne ecc.). 

Estate, Arcimboldo.

La scelta degli oggetti non è casuale, per Arcimboldo infatti ogni elemento della composizione aveva un valore simbolico e così ortofrutta, fiori, animali, oggetti venivano trasformati dall’artista in allegorie di difetti, passioni, scomponimenti dell’animo umano. 

Bibliotecario, Arcimboldo.

Bistrattato dalla critica per secoli, a partire dalla generazione surrealista lo si riconosce come uno degli anticipatori dell’arte delle avanguardie storiche. Tant’è che  venne riscoperto da maestri del Surrealismo come Dalì, che trassero ispirazione dal suo modo di giocare con gli oggetti, modificandone il contesto per ingannare le certezze dell’osservatore.

Rosa Araneo per L’isola di Omero

Il violinista verde: l’espressione del modo magico e colorato di Marc Chagall

Juan Manuel Roca nella sua poesia Un violino per Chagall scriveva:

A Vitebsk tutto vola: un vecchio ebreo col giaccone nero, una capanna aerostatica, un cavallo fuggito dalle stalle di Giotto. Volano le vacche, gli sposi, i giorni e un violinista sul tetto.
Se è un violino, meglio che cada nelle mani di Chagall.
Allora tutto vola, i tetti rossi, i candelieri, le mani cerate del rabbino, la luce intermittente della sinagoga.

Il pittore russo di origine ebrea Mark Zacharovi Šagalov (1887-1985), meglio conosciuto come Marc Chagall, nacque a Vitebsk, in una famiglia poverissima e molto numerosa.

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Nel 1907 lasciò la sua città natale per proseguire gli studi di pittura alla scuola di Belle Arti di San Pietroburgo. Nel 1910 si trasferì a Parigi, e proprio qui, qualche anno dopo, mise in mostra per la prima volta le sue opere.

Dalla conoscenza delle Avanguardie europee, ricavò alcuni degli strumenti che sarebbero diventati propri del suo stile.

Durante la sua carriera, egli privilegiò spesso temi legati al suo mondo interiorel’amore coniugale, la famiglia, la vita dei contadini in Russia, i motivi della tradizione ebraica.

Marc Chagall e sua moglie Bella

Chagall si farà influenzare dai principi del chassidismo, movimento religioso caratterizzato da una visione ottimistica e lieta dell’esistenza. Tale dottrina sostiene che tutto ciò che fa provare un sentimento di gioia (come ad esempio le arti teatrali, il canto e la danza) racchiude un valore sacro.

Egli imparerà a suonare il violino grazie all’aiuto dello zio musicista.

Si discostò dal movimento surrealista esponendo la bellezza del sogno, la sua purezza, raggiungendo attraverso il sogno stesso il soprannaturale.

L’artista concepì la pittura come una missione da seguire, in cui mediare tra Dio e i fruitori delle sue opere.

Le opere hanno un linguaggio figurativo lirico e visionario, denso di valori simbolici.

La caratteristica unica che emerge anche oggi nei quadri di Chagall è la capacità di rappresentare come sfondo allucinazioni nostalgiche. Le ritroviamo in miniatura e in varie parti del quadro, riprodotte su tela esattamente nello stesso modo in cui si erano create nella sua mente.

Il Violinista Verde è uno dei dipinto più conosciuti di Marc Chagall, risalente al 1923.

Il dipinto

Nel quadro il pittore rappresenta un violinista di dimensioni  straordinarie che suona in bilico sui tetti di alcune case, come a voler rappresentare la condizione degli Ebrei nel mondo: una vita instabile come quella del musicista che deve suonare stando in equilibrio su un tetto.

Nel dipinto si assiste quindi ad un rovesciamento delle proporzioni.

Il suonatore di violino è una presenza costante, che riporta sia alla figura del saltimbanco, un suonatore che girava nelle piazze per brevi spettacoli, sia al potere terapeutico e consolatorio della musica.

Chagall mette in primo piano il violinista, mentre il paesaggio si dirama tutto intorno, avvolgendolo.

Le case sono quelle di Vitebsk, il suo paese di origine, e sono il simbolo del suo attaccamento alle tradizioni. Nel quadro troviamo anche delle figure umane, in particolare un uomo, dipinto di viola, che si libra in volo.

Chagall nel suo atelier

Colori come il viola e il verde diventano il fulcro espressivo attorno a cui esprimere visioni e ricordi. Il verde rappresenta la morte ma anche la speranza.

Colori accesi, uomini e animali volanti, e il cambio delle proporzioni, racchiudono un’allegoria, che esprime la sua appassionata e costante ricerca della fiaba, trasformata poi in una visione che ci lascia increduli.

Infatti Chagall affermava:

La pittura mi sembrava come una finestra da cui avrei potuto fuggire, evadere in un altro mondo.

Un’evasione che avrebbe inseguito per tutta la sua vita.

Il mondo di Marc Chagall è un mondo magico e colorato dove tutto è possibile.

Simona Lamarmora per L’isola di Omero

L’enigma di Max Ernst: La vestizione della sposa

“Dipingere non è per me un divertimento decorativo, oppure l’invenzione di plastica di una realtà ambigua; ogni volta la pittura deve essere invenzione, scoperta, rivelazione.”

Padrone di tale poetica è Max Ernst.

Egli porta avanti la sua ricerca, ricreando ciò che il suo occhio di artista vede in maniera differente: immagini straordinarie che ne possono evocare altre per via associativa. 

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Considerato uno dei dipinti di maggior effetto del pittore surrealista, La vestizione della sposa venne donato dallo stesso a sua moglie Peggy Guggheneim, nel 1942. 

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La vestizione della sposa.

La figura femminile centrale, con il suo corpo sinuoso vestito soltanto da un sontuoso mantello di piume rosse, è la protagonista della scena teatrale; il volto è invece coperto dalla mostruosa testa – maschera di una civetta. A sinistra appare un uccello antropomorfo che regge la punta di una lancia spezzata, mentre dal lato opposto emergono due creature inquietanti: una fanciulla dalla capigliatura innaturale e un mostriciattolo grottesco.

Il fenomeno della vestizione avrebbe in questo caso una connotazione autobiografica: Peggy diventa una potente donna – uccello avvolta in un magnifico mantello di piume, mentre Ernst sarebbe il cigno verde dalle gambe umane al suo fianco. Cigno che evoca Loplop, alter ego dell’artista, e l’antico mito greco in cui Zeus si tramuta in cigno per sedurre la giovane Leda. Da come si svolge l’inquietante scena, Ernst sembra non avere successo come corteggiatore, stringe nelle mani una lancia spezzata, chiaro simbolo fallico, mentre la giovane Guggenheim si rivolge agli altri pretendenti. 

Il particolare aspetto sgranato della superficie del dipinto è dovuto all’uso di una complessa tecnica a olio mista alla decalcomania, tecnica nella quale il pigmento colorato diluito viene pressato sulla superficie distribuendosi in modo irregolare e andando così a potenziare il carattere visionario dell’opera. 

Rosa Araneo per L’isola di Omero

Il capolavoro di Mirò: La fattoria

“Tutta la mia opera è concepita a Mont-Roig”, era solito ripetere Miró, parlando della fattoria che suo padre, orologiaio di Barcellona, comprò nel 1910 a pochi chilometri dalla costa di Tarragona. 

La fattoria acquistata dal padre di Mirò.

L’artista trascorse tutte le estati nella masía, dal 1911 al 1976 (a esclusione degli anni della Guerra Civile), dove ebbe il suo primo studio e dove trasse ispirazione per molti dei suoi capolavori, lavorando soprattutto alla scultura. La casa è simbolicamente ritratta da Miró nel 1921-22 in un celebre olio su tela, La fattoria (oggi alla National Gallery di Washington), comprata nientemeno che da Ernest Hemingway a Parigi negli Anni Quaranta. 

Un grande albero di eucalipto si staglia al centro del dipinto, che si prefigura come una sorta di inventario di tutto quello che era presente nella fattoria: dalle varietà degli animali allevati alle verdure, dagli edifici agli attrezzi. Sotto il cielo azzurro, il paesaggio del giardino è dominato da toni di terra brunastra, quasi una rappresentazione metafisica: c’è una spinta verso la descrizione realistica e minuziosa, tratteggiata in stile naif.  Tutto è su uno spazio definito da un piano terra inclinato verso l’alto tant’è che anche le forme sono inclinate nello stesso modo e sono rappresentate parallelamente all’immagine. La casa, il giardino, la campagna rappresentano il paesaggio emotivo, interiore di Mirò. Un mondo rurale autentico, pieno di poesia e carico di luce mediterranea.

Qui Mirò combina un interesse per il primitivismo, richiamando probabilmente anche la sua attrazione per l’arte popolare catalana, e un vocabolario cubista per produrre un paesaggio quasi inquietante che prefigura il suo lavoro surrealista.

Rosa Araneo per L’isola di Omero

Il figlio dell’uomo di René Magritte: l’umorista surrealista

Tra le personalità più importanti del Novecento rientra quasi sicuramente René Magritte (Lessines, 21 novembre 1898 – Bruxelles, 15 agosto 1967). Facilmente riconoscibile per le sue opere emblematiche, spesso composizioni di giochi di parole e immagini, trasforma l’arte come un mero gioco di associazione.

A dire il vero, dietro a questi costrutti evocativi si nasconde un importante messaggio, ossia: liberare la mente dai costrutti creati dall’uomo e trasformare le emozioni negative in convenzioni positive e spesso ironiche, abbandonando i limiti imposti dalla stessa ragione umana. Elogiando quindi, la fantasia scaturendo emozioni di sorpresa, riflessione e stupore.

Tra le opere che più riassumono questa poetica dell’artista vi è Il figlio dell’uomo, del 1964 (nell’immagine sottostante).

Il soggetto è un autoritratto di Magritte, vestito di un abito scuro, abbinato a una bombetta, del quale non si vede il volto poiché nascosto da una mela verde.

http://www.artspecialday.com/9art/wp-content/uploads/2016/10/Il_figlio_delluomo_dettaglio1-e1477015784437.jpg

La mela verde nelle opere dell’artista belga ritorna spesso: ecco, infatti, che laddove s’ingrandisce, altrove si trasforma in una maschera. Nel caso di questo dipinto, la mela è un mezzo di contrasto tra l’uomo e la sua sete di ricercare un qualcosa di visibile al di là della mela stessa

Considerando la teatralità di Magritte, non dobbiamo soffermarci all’immagine raffigurata, lì dove, l’uomo non appare perché ha un volto, sempre visibile, ma andare oltre, nell’antro psicologico umano, parte inafferrabile della sua vera identità.

Antonella Buttazzo per L’isola di Omero

Salvador Dalì a Matera: quando gli opposti si attraggono e nasce la magia

Un grande orologio molle che osserva da lontano il panorama ancestrale di Matera. Un mastodontico  Elefante spaziale dalle improbabili zampe lunghissime e scarne che domina una delle piazze della città e Il piano surrealista che affonda le sue braccia nel cielo della Capitale europea della cultura 2019.

Sono questi gli elementi monumentali de La Persistenza degli Opposti, l’esposizione dedicata a Salvador Dalì che affonda le radici nella filosofia daliniana e nella storia millenaria della celebre città dei Sassi, in un gioco di sguardi che permette a visitatori di vivere Matera attraverso Dalì e Dalì attraverso Matera.

Una delle installazioni presenti a Matera

Sono circa 200 le opere che da circa tre mesi invadono le strade, i vicoli e le piazze di Matera, con elementi surreali e riconoscibili in quanto icone di un preciso momento della storia dell’arte, legati in un percorso multimediale, con ologrammi, realtà virtuale e video mapping che portano la firma di Phantasya, società napoletana che ha curato l’intero allestimento.  

La rassegna Salvado Dalì – La Persistenza degli Opposti, curata da Beniamino Levi, costituisce un viaggio tematico che indaga all’interno della psicologia e dell’ispirazione artistica di Dalì. Quattro sono i temi molto cari all’artista, quattro le dicotomie: il tempo fuggevole ed eterno nel suo scorrere, l’involucro duro e il contenuto molle, la metamorfosi della realtà in surrealtà e la dialettica tra religione e scienza. Quello proposto è un vero e proprio viaggio nell’universo di Dalì, delle sue ossessioni, del suo giocare tra i pieni e i vuoti, nella smania di leggere il mondo e di distorcerlo a suo piacimento.

Matera è già di per sé un museo a cielo aperto, ma con questa rassegna mostra tutta la sua carica contemporanea creando un connubio pazzesco tra la sua natura rupestre, ancestrale e l’iconicità surreale di colui che ha rivoluzionato la storia dell’arte.

Rosa Araneo per L’isola di Omero