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Edvard Munch: il pittore che dipinse la “Malinconia”

Il 12 dicembre 1863 a Løten, vicino Oslo, nasceva il pittore norvegese Edvard Munch.  La sua vita fu funestata da lutti gravissimi, ma nonostante questo riuscì ad ottenere borse di studio e viaggiò per l’Europa per quasi vent’anni, tra il 1889 e il 1909.

Fu nella facoltà di Ingegneria che il giovane Edvard familiarizzò con il disegno di prospettiva, ma alla fine si dedicò agli studi artistici.

Munch e il suo autoritratto (1895)

In Francia ebbe modo di apprezzare l’avanguardia francese, ma soprattutto le opere di Gaugin.

All’inizio si avvicinò al naturalismo e alle influenze impressioniste, successivamente la sua pittura acquisì uno stile proprio, influenzato dalle esperienze personali.

Munch iniziò a imprimere pensieri e sensazioni direttamente sulla tela, e il suo stile si avvicinò al pre espressionismo con influenze simboliste.

La serie “Malinconia”

Malinconia (Melankoli) è una serie realizzata da Edvard Munch e composta da 5 tele (1891-1896) e due xilografie (1897-1902).

Il motivo prevalente di tutti i dipinti è un uomo seduto sulla spiaggia, che si sorregge il capo con una mano. Sullo sfondo una coppia sta per imbarcarsi. I colori contribuiscono ad accentuare l’atmosfera malinconica della scena.

Munch affida le sue emozioni ai colori, come anche al giovane ritratto in primo piano, che immerso nei suoi pensieri, riflette indirettamente lo stato d’animo del pittore. Però, anche se la tela prende spunto da esperienze autobiografiche, l’artista intende proporre un’interpretazione universale della malinconia.

Nel dipinto del 1892 possiamo vedere un uomo che si trova in primo piano, nell’angolo destro della tela, ripiegato su se stesso, su una spiaggia rocciosa, perso nei suoi pensieri.

Questa versione è diversa dalle altre, in quanto l’uomo volta le spalle alla spiaggia, come se si proiettasse fuori della scena. Qui viene data rilevanza anche allo sfondo del dipinto, in cui ci sono tre figure su un pontile. Il paesaggio, così come strutturato, dona una profondità di prospettiva.

Il dipinto del 1892

Curiosità

La serie di dipinti fa riferimento alla relazione sfortunata tra il suo amico giornalista Jappe Nilssen e Oda Krohg, moglie del pittore Christian Krohg. Il pittore si rivede quindi nella loro relazione, poichè anche lui aveva avuto una relazione con una donna sposata.

Simona Lamarmora per L’isola di Omero

Voyage dans la Lune: Georges Méliès e la magia nel cinema

Considerato come il secondo padre del cinema, dopo i fratelli Lumière, Georges Méliès (Parigi, 8
Dicembre 1861- Parigi, 21 Gennaio 1938) è stato un regista cinematografico, attore ed illusionista francese.

Georges Méliès

Il mondo magico fu per Méliès un tema assai caro, che egli propose in un primo interessante periodo presso il Teatro Robert-Houdin a Parigi, durante la sua esperienza come prestigiatore ed illusionista.

Il 28 Dicembre 1895, l’artista ebbe modo di assistere alla prima rappresentazione cinematografica dei fratelli Lumière.
Ne rimase colpito a tal punto che, negatagli la possibilità di acquistare il cinématographe direttamente dai suoi inventori, ne fece costruire una copia dal suo ingegnere.

Il nuovo apparecchio gli permise di tramutare i trucchi del suo mestiere in veri e propri film, dando vita, inconsapevolmente, al cinema fantastico e fantascientifico. La sua costante ricerca di una realtà alternativa, nella quale tutto ciò in cui credeva si stava
realizzando mediante il cinema, continuò imperterrita attraverso varie innovazioni che si devono indiscutibilmente a lui.


In particolar modo è a Méliès che si riconosce la nascita del montaggio cinematografico, il quale fu arricchito da tecniche innovative quali l’esposizione multipla, la dissolvenza e l’utilizzo degli effetti speciali. Il tutto fu elevato all’ennesima potenza dall’introduzione del colore, dipinto pazientemente a mano sulla pellicola stessa.

Uno dei suoi film più noti, Voyage dans la Lune (1902), ispirato ai romanzi di Jules Verne e H. G Wells, è considerato uno dei più grandi capolavori del cinema ai suoi esordi. Il viaggio sulla Luna si rivela un’esperienza unica nell’immaginario collettivo di inizio ‘900.


La trama in breve:

Un congresso di astronomi decide, in seguito ad una votazione, di lanciarsi con una navicella spaziale sulla Luna, schiantandosi proprio nel suo occhio.
Immediatamente, essi danno inizio alla loro avventura, perlustrando il misterioso territorio. Si tratta di una delle prime aspettative così ben delineate di un allunaggio, pertanto l’autore si lasciò totalmente trasportare dalla fantasia.

Ben presto, i protagonisti avranno uno spiacevole incontro con i Seleniti che li cattureranno per condurli dal loro Re, il quale è rappresentato come un mostro con delle chele al posto delle mani, seduto su un magnifico trono, accompagnato dalle sette donne-stelle dell’Orsa.
Grazie al coraggio del Presidente, il gruppo di astronomi riesce a liberarsi e a scappare sulla navicella che verrà fatta “precipitare” sulla Terra, secondo la legge di gravità. Tuttavia, nel trambusto generale un Selenita riesce ad intrufolarsi a bordo, partecipando ad i festeggiamenti che concludono l’impresa.

Il film si svolge in diciassette quadri, disposti in quindici minuti. All’inizio ed alla fine del film, Méliès, coinvolge sistematicamente lo spettatore con la figura delle ballerine, che nel primo quadro danzano per inaugurare la spedizione e, nell’ultimo, per festeggiare una simile esperienza.
A seguire, viene presentata la conferenza nella quale sarà discusso il progetto e la realizzazione della navicella spaziale. Il terzo quadro propone una romantica vista della città di Parigi avvolta dai fumi. Si tratta, però, di un dipinto ben curato.
In seguito all’imbarco ed al lancio, mostrati rispettivamente nei quadri quarto e quinto, viene finalmente proposta la scena emblematica del film: lo schianto sulla Luna. Nei quadri precedenti vi era stata ancora un’impostazione di tipo teatrale, ma qui compaiono i primi trucchi cinematografici. In particolare, vi è una doppia esposizione con carrello per ingrandire il soggetto, sul quale vi sarà poi un trucco di montaggio per dargli delle sembianze umane.

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Successivamente, il regista dà spazio alle riprese del luogo, attraverso gli occhi dei viaggiatori che giungono sino all’interno della Luna ammirando dei funghi giganti ed un fiume. È qui, nell’ottavo quadro, che avviene il primo incontro con un Selenita. La loro fuga si protrae fino all’undicesimo quadro quando gli astronomi lasciano precipitare la navicella nel mare, osservabile, invece, nel quattordicesimo quadro. Si dà molta importanza
alla descrizione di queste scene, poiché mentre le altre situazioni avvengono “in fretta e in furia”, qui vi è quasi un rallenty di tempo che svanirà solo nel sedicesimo quadro con l’accoglienza degli avventurieri che saranno incoronati dal sindaco.

Il film si conclude con l’inaugurazione di una statua in loro onore, mentre le ballerine manifestano una gioia generale attraverso i festeggiamenti.

“I film hanno il potere di catturare i sogni” (G. Méliès).

E chi, meglio di lui, avrebbe mai potuto inverare sino all’assurdo il sogno di un mondo magico, nel quale la razionalità lascia spazio alla passione?


Angela Cerasino per L’isola di Omero

Gioacchino ed Anna: l’elegante sensualità del primo (vero) bacio della storia dell’arte

Il primo bacio non si scorda mai.

Soprattutto non si può dimenticare il primo (vero) bacio della Storia dell’Arte, che si fa risalire al grande interprete del Trecento italiano, Giotto.

I due innamorati sono Anna e Gioacchino che, già anziani, non erano riusciti a procreare e per questo erano stati bollati come maledetti dai Rabbini del Tempio. Gioacchino, per la vergogna, fugge tra i pastori lasciando Anna da sola, che passa le giornate pregando in un miracolo. Miracolo che puntualmente avviene: infatti Anna sarà madre di Maria, e Gioacchino può fare finalmente ritorno a casa.

Il momento che Giotto decide di rendere per sempre immortale è quello dell’incontro tra i due coniugi alla Porta d’Oro di Gerusalemme, dopo 30 giorni di lontananza. Il sentimento li travolge: Anna corre tra le braccia di Gioacchino, i due anziani si stringono, si fissano negli occhi, si baciano appassionatamente come due adolescenti.

Non è solo il bacio in sé per sé, ma i gesti che essi compiono a trasmettere il senso di amore e di appartenenza che li rappresenta. Sembrano compenetrare l’uno nell’altro in una fusione che ben simboleggia ciò che è l’amore: l’unione di due entità in un solo, unico, essere.

Il bacio è la più bella espressione dell’amore e da questo momento in poi sarà raffigurato dagli artisti di tutte le epoche e in tutti gli stili, come sublime rappresentazione dell’estasi tra due innamorati.

Panoramica del luogo in cui è collocato l’affresco (Cappella degli Scrovegni, Padova)

articolo di Rosa Araneo