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Arcimboldo, l’artista surrealista ante litteram

Le opere di Arcimboldo (1527-1593)  fanno sorridere, ma al contempo inquietano, come se ci si trovasse di fronte a creature aliene.

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I suoi dipinti sembrano giochi di parole realizzati con le immagini, create per stupire l’annoiato pubblico delle corti, ma forse la realtà non è così semplice. Arcimboldo, oltre che un abile artista era un uomo di cultura, con una passione per i significati simbolici nascosti dietro le immagini: era un uomo che dietro la realtà evidente riusciva a scoprirne un’altra nascosta, misteriosa eppure visibile a tutti.

Se le consideriamo da questo punto di vista, le opere di Arcimboldo ci invitano a guardare oltre e ci fanno incuriosire e un po’ spaventare.

Arcimboldo operò prevalentemente negli anni del Manierismo ma le sue opere, per il loro carattere originale e innovativo, sfuggono ad ogni catalogazione. Tutti ricordano Giuseppe Arcimboldo per le sue “teste composte”, in cui gli oggetti inanimati vengono aggregati per dare forma a volti umani attraverso la particolare tecnica della “pareidolia”, ossia il meccanismo visivo che ci spinge a riconoscere sembianze umane e familiari anche in soggetti dalla forma casuale (es. nuvole, montagne ecc.). 

Estate, Arcimboldo.

La scelta degli oggetti non è casuale, per Arcimboldo infatti ogni elemento della composizione aveva un valore simbolico e così ortofrutta, fiori, animali, oggetti venivano trasformati dall’artista in allegorie di difetti, passioni, scomponimenti dell’animo umano. 

Bibliotecario, Arcimboldo.

Bistrattato dalla critica per secoli, a partire dalla generazione surrealista lo si riconosce come uno degli anticipatori dell’arte delle avanguardie storiche. Tant’è che  venne riscoperto da maestri del Surrealismo come Dalì, che trassero ispirazione dal suo modo di giocare con gli oggetti, modificandone il contesto per ingannare le certezze dell’osservatore.

Rosa Araneo per L’isola di Omero

Bellerofonte, l’eroe umano che nel mito sconfisse il mostro Chimera

Chimera (dal greco, Chimaira; dal latino, Chimaera) nella mitologia greca è un mostro favoloso, rappresentato con corpo e testa di leone, una seconda testa di capra sporgente dal dorso e un serpente al posto della coda.

Chimera secondo la mitologia greca.

Tra le rappresentazioni araldiche, invece, questa figura è rappresentato con la testa di donna o di leone, corpo di capra o d’aquila e coda di serpente e dedicato a Tinia, il Giove etrusco.

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Il mito di Chimera e Bellerofonte:

Chimera, il mostro leggendario, crebbe seminando il panico e distruggendo i villaggi tra la Macedonia e l’antica terra degli Achei.

Fu l’eroe umano Bellerofonte a fronteggiare la terrificante creatura, con l’obiettivo di far terminare le sue azioni malvagie.

L’uomo-eroe chiese aiuto a Pegaso e riuscì a sconfiggere il mostro a tre teste, servendosi del potere della stessa bestia.

Secondo il mito, dopo aver immerso la sua spada nelle fauci del mostro, Bellerofonte vide che il fuoco di Chimera usci dalla sua bocca, sciogliendo il piombo e il ferro con cui era stata forgiata l’arma, e uccidendo la figura mostruosa.

Cosimo Guarini per L’isola di Omero

L’enigma di Max Ernst: La vestizione della sposa

“Dipingere non è per me un divertimento decorativo, oppure l’invenzione di plastica di una realtà ambigua; ogni volta la pittura deve essere invenzione, scoperta, rivelazione.”

Padrone di tale poetica è Max Ernst.

Egli porta avanti la sua ricerca, ricreando ciò che il suo occhio di artista vede in maniera differente: immagini straordinarie che ne possono evocare altre per via associativa. 

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Considerato uno dei dipinti di maggior effetto del pittore surrealista, La vestizione della sposa venne donato dallo stesso a sua moglie Peggy Guggheneim, nel 1942. 

Risultati immagini per la vestizione della sposa
La vestizione della sposa.

La figura femminile centrale, con il suo corpo sinuoso vestito soltanto da un sontuoso mantello di piume rosse, è la protagonista della scena teatrale; il volto è invece coperto dalla mostruosa testa – maschera di una civetta. A sinistra appare un uccello antropomorfo che regge la punta di una lancia spezzata, mentre dal lato opposto emergono due creature inquietanti: una fanciulla dalla capigliatura innaturale e un mostriciattolo grottesco.

Il fenomeno della vestizione avrebbe in questo caso una connotazione autobiografica: Peggy diventa una potente donna – uccello avvolta in un magnifico mantello di piume, mentre Ernst sarebbe il cigno verde dalle gambe umane al suo fianco. Cigno che evoca Loplop, alter ego dell’artista, e l’antico mito greco in cui Zeus si tramuta in cigno per sedurre la giovane Leda. Da come si svolge l’inquietante scena, Ernst sembra non avere successo come corteggiatore, stringe nelle mani una lancia spezzata, chiaro simbolo fallico, mentre la giovane Guggenheim si rivolge agli altri pretendenti. 

Il particolare aspetto sgranato della superficie del dipinto è dovuto all’uso di una complessa tecnica a olio mista alla decalcomania, tecnica nella quale il pigmento colorato diluito viene pressato sulla superficie distribuendosi in modo irregolare e andando così a potenziare il carattere visionario dell’opera. 

Rosa Araneo per L’isola di Omero

Frida Kahlo: il potere di una donna tra realtà e leggenda

Non si può comprendere l’arte di  Frida Kahlo senza conoscere la sua vita. Affetta da schiena bifida, rimase gravemente ferita in  un incidente che la coinvolse quando aveva 18 anni. A cause delle numerose fratture, dovette subire 32 interventi che la portarono a trascorrere diversi mesi immobilizzata a letto ed è proprio in questo periodo che iniziò a dipingere autoritratti e consolidò il suo percorso introspettivo, che rese visibile attraverso un ampio apparato simbolico.

Iconico della sua arte è  Autoritratto con collana di spine e colibrì, realizzato nel 1940, dopo un periodo di crisi con il marito, il muralista Diego Rivera.


Autoritratto con collana di spine e colibrì

La posa è frontale, il mezzo busto si staglia su uno sfondo anti – naturalistico, mentre il collo è stretto e ferito da una collana lignea innestata da spine. La corona di Cristo, simbolo di penitenza e di dolore, è indossata da Frida e le trafigge il collo, facendolo sanguinare, mentre il difficile rapporto col marito, fatto di tradimenti da ambo le parti, viene raffigurato con il colibrì, simbolo della prigionia affettiva nella quale Frida si sentiva costretta. Nessuna emozione traspare dal volto della pittrice: su di lei regna l’apatia, la compostezza di chi si arrende e accetta la sua situazione. La scimmia alle sue spalle rappresenta invece il figlio tanto cercato e mai arrivato, mentre gli altri animali sono visualizzazioni del male e dell’aspirazione alla libertà dalla sofferenza fisica e psicologica.

Affetta da irsutismo, Frida Kahlo non ha mai cercato di eliminare la peluria che le ricopriva il volto, esibendola nei suoi autoritratti come tratto distintivo e manifestazione della componente caratteriale maschile, parte integrante del suo essere femminile.

Rosa Araneo per L’isola di Omero