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Il Cenacolo di Leonardo: quando anche i geni possono sbagliare

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Conservato nel refettorio della chiesa di Santa Maria delle Grazie a Milano, ‘’Il Cenacolo’’ di Leonardo da Vinci (il quale ci lavorò dal 1494 al 1497), è stata, sicuramente una tra le opere più travagliate della storia dell’arte, in particolar modo per ciò che ne concerne il restauro. Difatti, l’esigenza di un continuo intervento è dovuta alla tecnica utilizzata dall’artista toscano con cui realizzò l’opera: vale a dire, tempera mista su gesso.

Il perché di questa scelta è facilmente intuibile: Leonardo volle sperimentare questa tipologia pittorica per sostituire e superare ciò che la tecnica ad affresco limitava. L’esperimento però, ebbe esiti negativi. La tecnica si rivelò infatti molto fragile e particolarmente soggetta a deterioramenti dovuti all’umidità, tanto da essere descritta, dopo soli settant’anni dalla realizzazione, da Giorgio Vasari, in visita a Milano, come “una macchia abbagliata”.

Infatti, col passare dei secoli, si susseguirono gravi conseguenze che peggiorarono la situazione, come la continua premura da parte di pittori anche poco dotati di ridipingere il dipinto laddove vi erano danneggiamenti, fu una di queste e portarono ad una continua ed inesorabile sovrapposizioni di “falsi” sull’originale.

Con l’ultimo restauro, durato dal 1977 al 1999, ad opera di Giuseppina Brambilla Barcilon, si è cercato di asportare tutte le ridipinture per ritornare all’opera originaria, con integrazioni leggere laddove illeggibile. 

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Per quanto riguarda il tema iconografico raffigurato, è forse uno tra i più noti del Vangelo: il momento in cui Cristo rivela il tradimento di uno di loro. Un momento tragico, impresso per sempre su una parete e nelle espressioni dei personaggi: ed ecco che c’è chi si alza, chi si avvicina, chi si stupisce e meraviglia, chi con sgomento e confusione si agita.

Il tutto è ambientato in un’ingegnosa prospettiva che vede come fulcro la figura di Gesù, incarnando anche l’illusione dello spazio dietro di lui, come se ci stesse rendendo partecipi alla mensa.

Antonella Buttazzo per L’Isola di Omero