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I MISERABILI DI VICTOR HUGO📚: DEVE PREVALERE LA GIUSTIZIA O IL PERDONO?

I Miserabili è il titolo di un romanzo storicoopera monumentale, pubblicato nel 1862 dallo scrittore francese Victor Hugo.

La trama è articolata, avvincente, colma delle grandi vicissitudini storiche che caratterizzarono l’Ottocento francese a cui si aggiungono profonde riflessioni etico-morali sulle vite dei protagonisti.

Possiamo davvero immaginare di aprire questo gigantesco libro, con i suoi cinque tomi, e di poter camminare, pagina dopo pagina, attraverso i giorni che compongono gli anni dal 1815 al 1833: i drammi sociali, le tensioni della Parigi post-Restaurazione, i peccati e la redenzione dei disgraziati usciti miseramente (appunto) dalle guerre napoleoniche, sono davanti a noi come erano davanti a chi visse in quei giorni.   

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Victor Hugo, I miserabili: Jean Valjean, Cosette, Javert - Riassunto -  WeSchool
La Libertà che guida il Popolo (1830), dipinto di Eugène Delacroix. Opera conservata al Louvre di Parigi, che racconta la capitale francese proprio al tempo in cui è ambientato il romanzo di Hugo

La trama:

Jean Valjean è il nome del protagonista del romanzo, un ex forzato che si pente del proprio delinquere, grazie all’intervento di un vescovo che lo indurrà verso il concetto di bontà. Per tutto il resto della sua vita da uomo libero cercherà da una parte di sfuggire alla giustizia che lo cerca a causa un ultimo reato commesso; dall’altra di redimersi compiendo solo azioni buone. In quest’ottica incontrerà una ragazzina orfana che cercherà di aiutare, e che diventerà per lui come una figlia o una nipote. Il suo nome è Cosette.

Hugo narra una storia ordinaria per raccontare la Storia della Francia con la S maiuscola. Dedicherà spazio ai salotti, gli ambienti di Parigi, tra cui addirittura una quarantina di pagine alla descrizione delle fogne della capitale.

Un concetto espresso chiaramente dall’autore è il disaccordo nel giudizio negativo riservato dalla società a chi, proprio come il protagonista Jean Valjean, è costretto a delinquere perché deve ”difendersi” dalle avversità della vita. Jean non è una persona cattiva, ma aveva commesso un unico furto proprio perché la sua famiglia moriva di fame.

Dall’altra parte ci sono i personaggi che incarnano la giustizia a tutto tondo; in particolare compare un funzionario di polizia che in tutta la narrazione rincorrerà il protagonista de I miserabili in quanto la sua opinione su di lui è che egli è un criminale, ed in quanto tale deve marcire in galera anche se ha commesso un reato molto piccolo.

Questi tipi di personaggi esprimono il concetto secondo cui la giustizia debba trionfare ancor di più del perdono e della bontà. Voi cosa ne pensate?

Cosimo Guarini per L’isola di Omero

LETTERA A UN BAMBINO MAI NATO: i 5 punti che rendono incomparabile il monologo di Oriana Fallaci

Oriana Fallaci (1929-2006), fiorentina, è stata definita “una tra le autrici più lette ed amate”; ha intervistato grandi personaggi e come corrispondente di guerra ha seguito i conflitti più importanti, dal Vietnam al Medio Oriente.

Il suo libro, Lettera a un bambino mai nato, pubblicato nel 1975, è il monologo di una donna che aspetta un figlio e che pensa alla maternità non come ad un dovere ma come ad una scelta responsabile e personale.

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I 5 PUNTI PRINCIPALI

  1. Chi è la protagonista del libro? In occasione della sua uscita la Fallaci ha dichiarato: «Non sono io la donna del libro. Tutt’al più le assomiglio, come può assomigliarle qualsiasi donna del nostro tempo che vive sola, lavora e pensa. Proprio per questo, perché ogni donna potesse riconoscersi in lei, ho evitato di darle un volto, un nome, un indirizzo, un’età.»

2. Come inizia il monologo? Il monologo comincia nell’attimo in cui la donna parla al bambino che è sicura di aspettare: «Stanotte ho saputo che c’eri: una goccia di vita scappata dal nulla. Me ne stavo con gli occhi spalancati nel buio e d’un tratto, in quel buio, s’è acceso un lampo di certezza: sì, c’eri. Esistevi. È stato come sentirsi colpire in petto da una fucilata». Pagina dopo pagina, la protagonista spiega al bimbo che porta in grembo la realtà del mondo, ostile, violento e disonesto; emergono le sue paure nei confronti della società e della vita in generale.

3. Qual è l’obiettivo del monologo? Attraverso esso la scrittrice interroga la coscienza della protagonista, affrontando l’essenza della figura femminile. Attraversa vari temi e si pone delle domande: Basta volere un figlio per costringerlo alla vita? Il bambino vuole vedere il mondo? Ed è giusto sacrificare una vita già fatta ad una vita che ancora non è?

4. Quale linguaggio predilige l’autrice? La Fallaci, attraverso l’utilizzo di una lingua chiara ed essenziale, fa un’analisi razionale della situazione, senza rinunciare però alla passione. Ciò che fa è alternare il racconto con delle omissioni, per coinvolgere/sconvolgere l’emotività del lettore, che resta attaccato alla prima pagina come all’ultima. Non prende mai posizione ed è questa la sua forza.

5. Come si conclude il libro? La protagonista ritiene che avere un figlio implica crescere con lui, impegnarsi e vivere pienamente il legame unico che si crea. Ma allo stesso tempo subentra la paura, e si pone altri interrogativi: «Come faccio a sapere che non sarebbe giusto buttarti via? […] darei tanto bambino perché tu mi aiutassi con un cenno, un indizio». Alla fine, come si evince già dal titolo del libro, il bimbo sceglie: non verrà mai al mondo, lasciando che il rimorso e l’angoscia portino inconsapevolmente la madre a seguire un destino altrettanto crudele, rinunciare alla propria esistenza. La donna, dopo avere perso per sempre il figlio, si trova ad affrontare in un sogno allucinato, un tribunale, dietro le sbarre di una gabbia, mentre la sua coscienza viene processata. Tra i giudici, i sette protagonisti della sua vita e il figlio, ormai adulto, che quindi può emettere la sua sentenza.

Simona Lamarmora per L’isola di Omero

Il bambino con il pigiama a righe: l’amicizia oltre le barriere

Il bambino con il pigiama a righe è un romanzo scritto dall’autore irlandese John Boyne, e pubblicato nel 2006. Due anni dopo è uscito l’omonimo film, tratto dalla stessa opera letteraria, diretto dal regista e sceneggiatore britannico Mark Herman.

Ci troviamo ai tempi della seconda guerra mondiale, negli anni più bui per la storia d’Europa e del mondo. Bruno è un bambino tedesco figlio di un ufficiale dell’esercito nazista che ha un grande sogno per il futuro, ovvero quello di fare l’esploratore. È stato da sempre educato con i dettami del regime nazionalsocialista, ma è una persona curiosa e ha un animo buono e ingenuo. Molte volte sembra non saper comprendere le imposizioni e le visioni razziste che hanno caratterizzato la Germania hitleriana.

A tal proposito osserverà prima con distanza e poi con stupore Pavel, il manovale ebreo che presterà servizio presso la nuova abitazione in campagna, in cui a malincuore il giovane è costretto a trasferirsi con la famiglia a causa del lavoro del padre. Si avvicinerà a lui e rimarrà sorpreso nello scoprire che quella persona sporca e trattata come un rifiuto della società, prima dell’inizio della guerra era un medico affermato.

Cosa ha portato Pavel e quelli come lui ad esser trattati così ?! Bruno non riesce proprio a capire. Gli hanno sempre detto chi sono i nemici e chi gli amici, ma non sa spiegarsi il perché.

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Bruno e Pavel nel film (2008).

A poca distanza dalla nuova casa è presente un orribile campo di concentramento, ma il fanciullo non lo sa e probabilmente non riuscirà comprendere il vero significato di un posto del genere se non alla fine del racconto.

In una delle sue esplorazioni luongo il terreno circostante all’abitazione finirà per arrivare al filo spinato che delimita il campo pieno di prigionieri. Tra questi, vicino a lui ma dall’altra parte del filo, c’è Shmuel un bambino ebreo suo coetaneo ma vestito con un ”buffo” pigiama a righe (che in realtà rappresenta la divisa dei deportati nel campo).

Tra i due nascerà una forte amicizia, tanto che entrambi i bambini si daranno degli appuntamenti per parlare e conoscersi meglio, anche se ovviamente c’è una barriera a separarli.

Un giorno il piccolo prigioniero arriverà dispiaciuto al loro incontro affermando di non trovare più il padre nel campo, e ingenuamente Bruno proporrà di scavare una buca in modo da entrare lui stesso all’interno del recinto per aiutare Shmuel a cercare l’uomo disperso.

L’azione verrà incautamente realizzata, e i due bambini saranno prelevanti dai soldati nazisti per essere portati insieme agli altri prigionieri nella camera a gas. Anche Bruno verrà confuso per prigioniero, avendo indossato un’uniforme a righe bianche e azzurre proprio come i detenuti, al fine di poter agire liberamente nello spazio destinato ai deportati.

Nel frattempo Bruno non c’è a casa e i genitori, essendosi allarmati, lo cercheranno freneticamente. Dopo diverso tempo essi ripercorrano la strada intrapresa dal figlio che li porterà tragicamente ad arrivare fino al campo in cui troveranno il corpo senza vita di Bruno, accanto a quello del suo amico del cuore.

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Bruno e Shmuel nel film (2008).

Il bambino con il pigiama a righe ci fa osservare la storia da un punto di vista differente rispetto alla maggior parte delle opere letterarie o cinematografiche che affrontano il tema del nazismo e dei campi di concentramento. Ci illustra come si svolgeva l’educazione nazionalsocialista e fa emergere la figura di un protagonista intelligente, curioso e con una mentalità molto più aperta degli altri nonostante la sua tenera età.

Bruno si fa costantemente domande, non si accontenta di ciò che gli dicono gli altri, e soprattutto mostra un animo nobile e gentile nel dispiacersi davanti alle ingiustizie. Non c’è stato ne un filo spinato, ne null’altro capace di interrompere il suo rapporto con Shmuel. Bruno, anche se incoscientemente, ha donato se stesso per un valore profondo, naturale e sincero: l’amicizia.

Cosimo Guarini per L’isola di Omero

Il grande Gatsby di F. S. Fitzgerald: il manifesto dei ruggenti anni ’20

Il grande Gatsby di F. S. Fitzgerald è un libro pubblicato nel 1925 e considerato come il manifesto dei ruggenti anni ’20.

In quest’opera sono presenti molti riferimenti autobiografici come il desiderio di ascesa sociale, il vizio dell’alcool e l’amore turbolento.

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Francis Scott Fitzgerald (Saint Paul, 24 settembre 1896 – Los Angeles, 21 dicembre 1940).

La vicenda è ambientata nel 1922 a West Egg, una fittizia località di Long Island. Qui si stabilisce il narratore, Nick Carraway, che si troverà a vivere accanto ad una villa sfarzosa posseduta da un personaggio più tosto enigmatico di nome Jay Gatsby. Quest’ultimo, un giorno, inviterà Nick a casa sua per prender parte ad una delle feste sfrenate che di solito organizza, e da cui tra i due nascerà una forte amicizia. Questo rapporto sarà talmente forte da portare il narratore ad aiutare Mr Gatsby a rincontrare Daisy, sua cugina e donna amata dal vicino di casa in passato.

Gatby e Daisy si erano amati molto prima che lui partisse per il fronte, ma al suo ritorno egli aveva ritrovato la donna sposata con Tom Buchanan, un famoso giocatore di polo. Quando i due ex amanti si rivedranno a casa di Nick il loro amore tornerà a farsi sentire, tanto da dare il via ad una relazione clandestina. Ben presto però Tom scoprirà tutto e cercherà di mettersi di traverso tra i due, pur avendo anche egli un amante di nome Myrtle (la moglie di un meccanico).

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Una sera, durante un party, tra Tom e Gatsby avviene una forte disputa per la contesa della donna, alla fine della quale Daisy sceglierà Tom. Quest’ultimo, per umiliare l’avversario, farà tornare a casa la moglie in macchina proprio con Gatsby. La donna si mette al volante e, agitata dalla situazione, investirà ed ucciderà proprio Myrtle, l’amante di Tom.

Il meccanico, marito della donna assassinata per sbaglio, scoprirà che la macchina che ha causato l’incidente è di Gatsby e così lo ucciderà sparandogli un colpo in mezzo al petto, dopo esser entrato di soppiatto nella propria abitazione.

Gatsby, umiliato per amore ed ingiustamente incolpato, morirà da solo nella sua sfarzosa villa per mano di un uomo illuso di esser amato da sua moglie.

Cosimo Guarini per L’isola di Omero

Uno, nessuno e centomila: la lezione sempre attuale di Pirandello


Uno, nessuno e centomila, pubblicato nel 1926, è un classico della letteratura di tutti i tempi, dal significato profondo e particolare, fondamentale per capire le dinamiche dei rapporti tra gli esseri umani e le loro personalità. Il titolo dell’opera è emblematico: uno rappresenta l’immagine che ogni essere umano ha di sé, nessuno è ciò che il protagonista della storia sceglie, alla fine, di essere e centomila ritrae, chiaramente, l’immagine che gli altri hanno di noi.

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Luigi Pirandello (Girgenti, 28 giugno 1867 – Roma, 10 dicembre 1936), l’autore dell’opera.

Il protagonista del romanzo, Vitangelo Moscarda, comprende chiaramente che ogni essere umano crea nella sua mente una visione soggettiva di ciò che ogni singolo individuo rappresenta, in base a delle supposizioni. L’esistenza dell’essere umano, dunque, viene annullata; non essendo considerato come concretamente è, o crediamo di essere, le “centomila” raffigurazioni che sono nella mente degli altri frantumano l’essenza umana e si diventa “nessuno”. E infine, in questo impeto di pensieri, Vitangelo va in crisi, sconvolto dalla pazzia perché dilaniato dall’idea che gli altri non conoscono la sua vera identità e che, paradossalmente, nemmeno lui, potrà mai conoscere pienamente se stesso. Sconcertato, vittima di incomprensioni, rifiuta la sua stessa personalità, cancellandola definitivamente e allontanandosi dalla società. Il protagonista giunge a una risoluzione estrema: decide di trascorrere il resto della sua vita in manicomio, dove può essere il signor “nessuno”. 

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Uno, nessuno e centomila è un romanzo molto attuale. La lezione di Luigi Pirandello scuote i nostri sentimenti, mette a dura prova le nostre convinzioni o, per lo meno, ciò che noi vogliamo sforzarci di credere. Perché, proprio come afferma Pirandello, nulla è fermo, dunque nemmeno le opinioni degli altri sono le stesse. E l’uomo non può inseguirle, tantomeno cambiarle.  

Rosa Araneo per L’isola di Omero

Narciso e Boccadoro di H. Hesse: il bisogno di equilibrio nella vita di un uomo

«Non è il nostro compito quello d’avvicinarci, così come non s’avvicinano fra loro il sole e la luna, o il mare e la terra. Noi due, caro amico, siamo il sole e la luna, siamo il mare e la terra. La nostra meta non è di trasformarci l’uno nell’altro, ma di conoscerci l’un l’altro e d’imparare a vedere e a rispettare nell’altro ciò ch’egli è: il nostro opposto e il nostro complemento.» (Narciso)

Narciso e Boccadoro è un romanzo del noto scrittore tedesco Hermann Hesse, pubblicato nel 1930.

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Una delle frasi del libro.

Pillole di trama:

Narciso è un giovane monaco destinato ad una brillante carriera religiosa. Egli possiede la spiccata capacità di leggere l’animo delle persone. Tale dote arriva a colpire Boccadoro, uno scolaro giunto al monastero in seguito alla volontà del padre, al fine di espiare la propria indole peccaminosa ereditata dalla madre.

Proprio la figura materna rappresenta per Boccadoro un tratto poco chiaro della propria identità, essendosi basato suoi racconti del padre. Narciso lo ascolta e successivamente gli rivela che non sarebbe mai potuto diventare un erudito o un uomo religioso, perché ciò non corrisponde alla sua natura.

Il giovane Boccadoro rimane scosso dalle parole dell’amico; incontra una donna di nome Lisa e lascia il monastero. Intraprende una vita di vagabondaggio in cui impara ad amare, a soffrire, a gioire, a cercare: in sostanza impara a vivere.

Dopo alcuni anni Boccadoro scopre la sua natura di artista. Egli diventa allievo del celebre maestro Nicola, da cui successivamente arriva a rifiutare l’eredità della bottega e la mano della bella figlia Elisabetta…

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Il libro ci fa comprendere quanto sia importante l’equilibrio nella vita di una persona. Entrambi i protagonisti della storia, infatti, risultano insoddisfatti della propria esistenza. Narciso da un lato arriva a capire che nel corso del suo tempo avrebbe potuto vivere alcuni sentimenti ed emozioni a cui invece non ha dato spazio; mentre Boccadoro percepisce che tutte le esperienze da lui svolte non hanno lasciato un segno concreto dentro di lui. Il romanzo si pone con un continuo confronto tra vita spirituale e materiale, ma nessuna delle due si completa da sola.

Cosimo Guarini per L’isola di Omero

Assassinio sull’Orient Express: la genialità di Agatha Christie

Il libro Assassinio sull’Orient Express fu pubblicato 1933 dalla scrittrice Agatha Christie, ed è uno dei suoi romanzi più famosi.

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Lo scrisse durante un soggiorno ad Istanbul, nella stanza numero 411 del Pera Palas Hotel (oggi un museo). Fu pubblicato prima a puntate su un settimanale e poi l’anno successivo fu raccolto in un libro.

Il giallo ebbe molto successo, tanto che nel 1974 uscì un primo film e nel 2017 ne è stata proposta una versione in chiave più moderna.

La copertina del libro

La narrazione della storia è divisa in tre parti:

  • la prima parte tratta il delitto e l’inizio delle indagini;

Il delitto in questione è quello di un distinto signore americano, chiamato Ratchett, trovato senza vita nella sua cabina.

Il protagonista del romanzo è Hercule Poirot, un investigatore belga che si trova sul famoso treno Orient Express.

Tutto inizia quando uno dei passeggeri gli chiede di indagare su alcune minacce di morte che ha ricevuto. Poirot rifiuta e la mattina successiva il passeggero viene trovato morto.

Alcuni sospettati (tratti dal film)
  • la seconda parte tratta le deposizioni dei personaggi;

Il treno è bloccato a causa della neve in Jugoslavia e Poirot ipotizza che l’assassino sia uno dei passeggeri presenti nella cabina della vittima.

Immagine tratta dal film
  • la terza parte è quella che descrive come il protagonista giunge alla soluzione del mistero.

Poirot scopre che la vittima non è chi diceva di essere, ma l’italiano Cassetti, un boss accusato del rapimento e dell’omicidio di Daisy Armstrong, una bambina figlia di due ricchi ereditieri.

L’investigatore illustrerà a tutti i viaggiatori un’ipotesi molto complessa: Cassetti è morto a causa di 12 pugnalate inferte da altrettante persone diverse (gli 11 passeggeri della carrozza e il controllore), per vendicarsi della morte della piccola Daisy.

La trama si snoda tra intrecci e colpi di scena, e la scrittrice riesce con grande abilità a catturare l’attenzione del lettore usando la tecnica della suspense.

La scrittrice Agatha Christie

Il libro si conclude con la decisione di non consegnare gli assassini alla polizia iugoslava, ma di addossare la colpa dell’assassinio a uno sconosciuto entrato dell’esterno e travestitosi da controllore (come nella prima soluzione offerta da Poirot), ritenendo che dopo tanti anni giustizia sia stata fatta.

Curiosità

Non tutti sanno però che Assassinio sull’Orient Express fu ispirato a un fatto di cronaca. Infatti, nel 1932, il figlio del famoso aviatore Charles Lindbergh, che non aveva ancora due anni, fu rapito. Lindbergh e la moglie pagarono un riscatto di 50 mila dollari, ma probabilmente il bambino era già morto. Il suo corpo fu ritrovato qualche tempo dopo in stato di decomposizione, e i media diedero grande risalto alla storia.

Simona Lamarmora per L’isola di Omero

Cime tempestose: i temi della gelosia e della vendetta di Emily Brontë

Cime tempestose è il libro Emily Brontë uscito nel 1847. Il romanzo tratta i temi fondamentali del romanticismo: amore, solitudine, odio, e vendetta.

Si tratta di una delle opere più importanti della letteratura mondiale, che è anche l’unica pubblicata dalla nota scrittrice inglese.

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La storia del romanzo inizia nel 1801 e tratta di Heathcliff, del suo amore per Catherine, e di come questa passione alla fine li distrugga entrambi.

Come detto precedentemente, infatti, tra i temi centrali del libro è presente l’effetto distruttivo che il senso di gelosia e lo spirito di vendetta possono avere sugli individui.

Heathcliff viene considerato come l‘eroe negativo di Cime tempestose. Questo aspetto è molto interessante perché mentre negli altri romanzi dell’Ottocento l’eroe è sempre senza macchia, in questo caso lo stereotipo viene rovesciato.

La storia è raccontata come una sorta di lungo racconto che Ellen Dean, o Nelly (la governante della famiglia) racconta al signor Lockwood, il nuovo affittuario di Thrushcross Grange; il finale è invece ambientato l’anno successivo alla partenza di Mr. Lockwood.

Cosimo Guarini per L’isola di Omero

Orgoglio e pregiudizio: il romanzo più bello di Jane Austen

Orgoglio è pregiudizio è un romanzo, pubblicato per la prima volta nel 1813, della nota scrittrice britannica Jane Austen (1775 – 1817).

La famiglia Bennet è la protagonista dello svolgimento dei fatti. Essa è composta dai coniugi Bennet e dalle loro cinque figlie: Jane, Elizabeth, Mary, Catherine (detta anche Kitty) e Lydia.

L’obiettivo rimasto alla signora Bennet, vista la mancanza di un figlio maschio che possa ereditare la loro tenuta, è quello di vedere sposate le sue figlie.

Quando il ricco e celibe signor Bingley si trasferisce nelle vicinanze, la signora Bennet freme affinché le figlie gli vengano presentate quanto prima e prega il marito di presentarsi a porgere i propri omaggi al nuovo vicino. Intende combinare un matrimonio tra il signor Bingley e una delle sue figlie e non vuole correre il rischio di vederselo accaparrato da qualche altra vicina. Il signor Bennet, nonostante l’apparente tentennamento, si presenta al nuovo arrivato e le figlie gli vengono presentate durante il ballo dato da Sir Lucas, un vicino di casa.

Tutto il testo ruota intorno al pregiudizio che vede scontata l’ipotesi che un uomo ricco non sposato debba cercare moglie.

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Cosimo Guarini per L’isola di Omero

Perché è importante leggere ”Le notti bianche” di Dostoevskij?

Il film girato da Luchino Visconti nel 1957 con Marcello Mastroianni e Maria Schell ripercorre la vicenda che il noto scrittore Fëdor Dostoevskij scrisse e pubblicò in (prima edizione) nel 1848 .

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Forse anche grazie al film, ma indubbiamente per la qualità letteraria dell’opera libraria, il romanzo in questione è uno dei più conosciuti dell’autore russo in Italia.

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Il protagonista de Le notti bianche è un giovane scrittore solitario e senza amici che vaga per le vie di San Pietroburgo in piena notte. Egli spera di poter avere un incontro capace di suscitargli delle emozioni vere e concrete, e non solo immaginate.

“Perché già in quei momenti comincio a pensare che non sarò mai più capace di vivere una vita reale, perché mi è già sembrato di aver perduto ogni sensibilità, ogni fiuto per ciò che è vero e reale; perché, infine, ho maledetto me stesso; perché, dopo le mie fantastiche notti, mi colgono dei momenti di ritorno alla realtà che sono terribili!”.

Queste sono alcune delle parole che il protagonista pronuncia tra i suoi pensieri, e che fanno più riflettere per l’attualità del testo.

Dostoevskij infatti sembra descrivere le notti di un ragazzo dei tempi di oggi e non dell’800.

Tra i comportamenti del protagonista del romanzo si evince l’incapacità di aprirsi alle persone che lo circondano, proprio come ai giorni nostri la gente sembra più propensa a far vedere la propria immagine tramite i social che a donarsi con il cuore e con la mente agli altri.

Il libro tratta, insomma, anche dell’immaturità sentimentale che condiziona il protagonista del capolavoro russo. Egli, però, verrà finalmente messo alla prova da dal fatidico incontro che attendeva, ovvero quello con Nasten’ka.

Ella è una ragazza che gli racconterà la sua storia e forse dimostra che chiunque può evolvere la propria personalità ascoltando gli altri. Forse anche questo insegnamento può essere attuale.

Cosimo Guarini per L’isola di Omero