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Esercito di terracotta a Xi’an in Cina: quando l’arte genera stupore

Rimanere affascinati da un’opera d’arte è assolutamente naturale quando si osserva un dipinto di Van Gogh o una scultura di Rodin; nel caso in cui, insomma, si ha a che fare con delle ”opere occidentali” che siamo abituati da sempre a vedere sui libri di Storia dell’arte.

Ma aldilà dei confini del ”nostro mondo” artistico c’è ne è un altro che in molte occasioni fatichiamo a conoscere.

L’esercito di terracotta, in tal senso, ne è un esempio. Si tratta di un insieme di statue collocate nel Mausoleo del primo imperatore Qin a Xi’an in Cina.

Nella foto è raffigurata la cartina con la collocazione geografica del Mausoleo.

Il gruppo scultoreo si pone come la rappresentazione dell’esercito simbolico, destinato a servire l’imperatore Qin Shi Huang (260 a.C. – 210 a.C.) nell’Aldilà.

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Le statue dell’esercito viste da vicino.

Nel 1987  il Mausoleo è stato inserito nell’elenco dei Patrimoni dell’umanità dell’UNESCO; dato che sta a certificare l’importanza e la qualità artistica di questo bene culturale.

Da cosa è composto l’esercito?

Esso è composto da riproduzioni in terracotta di guerrieri, vestiti con corazze e dotati di armi, posti a mo’ di guardia nei pressi della tomba di Qin Shi Huang.

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L’imponenza dell’esercito.

Sono state riportati alla luce circa 8000 guerrieri, 18 carri di legno e 100 cavalli di terracotta. Si tratta di una replica fedele dall’armata che aveva contribuito a unificare la Cina. Tuttavia, nelle fosse sono state trovate poche armi, poiché furono saccheggiate dai ribelli che si insediarono sul trono imperiale: la dinastia Han.

Dalle posizioni delle mani e del corpo delle statue, si possono immaginare le tecniche di combattimento di fanti, alabardieri, arcieri e balestrieri. Si combatteva soprattutto a piedi: i carri e i cavalli servivano per dirigere i movimenti della fanteria. La cavalleria fu introdotta più tardi, per affrontare i guerrieri nomadi che in battaglia utilizzavano appunto i cavalli.

Cosimo Guarini per L’isola di Omero

The Kiss (Il bacio) e la tenerezza primordiale di Costantin Brancusi

Rappresentare l’amore attraverso un blocco di pietra. Raccontare la dolcezza di un momento, cogliere la magia di due sguardi che si incrociano, la tenerezza di due corpi che si fondono l’uno nelle braccia dell’altro.

Costantin Brancusi, scultore di origine romena, è riuscito a concentrare in un’unica opera la purezza di un sentimento. The Kiss, ispirato all’omonima scultura eseguita da Rodin, fu realizzato tra il 1907 e il 1908.

Rodin- Il bacio.

Ma se il maestro francese avvolge le due figure in una spirale, Brancusi pone le due figure in posizione speculare, con gli occhi e le bocche che si fondono in un tutt’uno. La fusione totale delle due anime di pietra è interrotta solo da una linea verticale che divide i due corpi, incurvandosi leggermente in corrispondenza dei seni della donna: un connubio di superficie dura e volumi chiusi che conferisce un
carattere introverso al soggetto rappresentato.

E così il tema degli amanti viene proposto da Brancusi con un sintetismo estremo, primordiale e arcaico che fa pensare subito alla vitalità intima della scultura romanica o alla forza sintetica dei primitivi. Ma al di là dei valori figurativi, al di là della perfezione formale, al di là del dare origine alla
modernità in scultura, c’è un elemento che accomuna tutte le sue opere ed è la tenerezza.

Da un lato c’è infatti in Brancusi una nostalgia della leggerezza, dall’altro lato la forza degli affetti determina il peso, il legame alla terra. Il Bacio ben evidenzia questo dualismo, con l’abbraccio che è indissolubile, totale,
esprimendo così non il fenomeno dell’abbraccio ma la sua essenza immutabile.

Modigliani – Testa di donna.

Con questa scultura, Brancusi affermò l’uso organico e puro della forma che sarebbe diventato il suo marchio di fabbrica e che avrebbe influenzato il lavoro di numerosi artisti, tra cui anche Amedeo Modigliani.

Rosa Araneo per L’isola di Omero