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FIRENZE: IL PROFONDO SIGNIFICATO DELLA ”DONNA COL MAL DI TESTA”

A Firenze, esattamente in prossimità della trecentesca Porta Romana, è installata l’opera di Michelangelo Pistoletto intitolata Dietrofront (1984).

Nel corso degli anni molti passanti hanno attribuito a tale lavoro i nomi di ”la donna con il mal di testa” o ”la squilibrata”. Indubbiamente la scultura presenta una forma particolare, che da sempre attira l’attenzione dei visitatori della città e della gente comune.

Art@Site Michelangelo Pistoletto, Dietro-front, Roundabout, Florence
Dietrofront (1984), Michelangelo Pistoletto. Firenze.

Il blocco di materia posto in cima al capo della figura femminile, rappresenta un unicum iconografico che non ha potuto lasciare indifferenti anche i maggiori studiosi dell’arte contemporanea.

L’opera fu presentata per la prima volta nel 1984 a Forte Belvedere (Fi) in occasione di una mostra di Pistoletto, per poi essere definitivamente collocata dove si trova attualmente.

Michelangelo Pistoletto by Serena Ucelli – Serena Ucelli di Nemi
Michelangelo Pistoletto (nato a Biella il 25 giugno 1933).

QUAL È IL SENSO DELL’OPERA?

Effettivamente, osservando bene la scultura, si può notare che le donne raffigurate sono due. Quello posto in orizzontale non è un semplice blocco di pietra, ma è una seconda donna che insieme a quella verticale forma un incrocio perpendicolare.

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La donna ”in piedi” , visibile anche dal basso, porge lo sguardo verso Roma, mentre l’altra che è ”stesa” osserva Via Romana attraverso l’ingresso della Porta di origini medievali.

L’artista ha dichiarato che il contrasto di visione tra le due donne rappresenta la circolarità tra passato e futuro: in sostanza, tutto quello che di bello si è venuto a creare nasce dal Rinascimento e dall’utilizzo della prospettiva, e trova in Firenze il centro di gravità delle arti.

Cosimo Guarini per L’isola di Omero

Donatello: il padre del Rinascimento

“Et ebbono l’opere sue tanta grazia, disegno e bontà, ch’oltre furono tenute più simili all’eccellenti opere degl’antichi Greci e Romani, che quelle di qualunche altro fusse già mai; […]” (Giorgio Vasari)

Probabilmente senza Donatello non avremmo avuto Michelangelo, Leonardo e Raffaello. E forse, senza di lui, non avremmo avuto il Rinascimento

 Fiorentino, formatosi presso la bottega del Ghiberti, amico di Brunelleschi e grande appassionato di arte classica, propose opere d’arte rivoluzionarie, dotate di una espressività senza precedenti. Donatello ha saputo studiare l’uomo sia nel suo aspetto fisico che nel suo aspetto interiore, cogliendo in pieno l’essenza del Rinascimento.

Maddalena Penitente
(1453-1455), Donatello. Museo dell’Opera del Duomo, Firenze.

 Infatti Donatello fu capace di conferire alle sue sculture un’umanità e un realismo ignoto ai suoi contemporanei: le sue opere sembrano frutto di un’intensa introspezione psicologica che crea un’immediata empatia tra lo spettatore e il soggetto ritratto. 

Inoltre fu iniziatore e maestro della tecnica dello “stiacciato”, che consiste nello scolpire solo la superficie del marmo o del bronzo, con variazioni minime rispetto al fondo, ottenendo una particolare illusione di profondità che rende le figure scolpite tridimensionali.

 Ma il nome di Donatello è indissolubilmente legato alla sua opera più celebre: il David bronzeo, che stupì i contemporanei in quanto si trattava del primo nudo a figura intera dai tempi dell’antica Roma. L’opera, che si ritiene essere stata commissionata da Cosimo de’Medici per il cortile di Palazzo Medici, pare rappresenti sia l’eroe biblico, simbolo delle virtù civiche e della ragione che vince sulla forza bruta, sia Mercurio, dio del commercio, principale attività della famiglia Medici.

Il David di Donatello (1440 circa), Museo del Bargello, Firenze.

La sofferenza visibile nei corpi sfigurati delle sue ultime sculture, come la Maddalena penitente, scatenò le critiche dei suoi contemporanei. 

La sua opera fu pienamente compresa e rivalutata solo nel 1900, accrescendo ulteriormente l’importanza che Donatello ebbe nell’evoluzione dell’arte della scultura.

Rosa Araneo per L’isola di Omero

Raffaello e i 500 anni dalla sua morte

“lle hic est Raphael, timuit quo sospite vinci rerum magna parens et moriente mori.”

“Qui giace Raffaello: da lui, quando visse, la natura temette d’essere vinta, ora che egli è morto, teme di morire.”

Così recita l’epitaffio sulla tomba di Raffaello, al Pantheon. Morì a soli 37 anni, Raffaello il più grande talento del Rinascimento italiano, colui che a trent’anni seppe trasformare la sua bottega in una vera e propria impresa aziendale. Comprese, prima di tutti, l’importanza dell’incisione come mezzo di diffusione delle sue opere: infatti le incisioni potevano essere acquistate a prezzi accessibili da un numero di clienti maggiore della ristretta cerchia dei suoi committenti.

Mostra Raffaello per bambini - Milanoguida - Visite Guidate a ...
Gli angeli dipinti da Raffaello Sanzio.

Pittore di indubbia bravura, apprezzato dai pontefici Giulio II e Leone X, e dalla famiglia de’Medici, l’espressione più alta del suo genio è visibile nelle Stanze vaticane dove seppe coniugare paganesimo e cristianesimo, pittura e architettura in un connubio che sarà d’ispirazione per tutti i suoi successori.

Ma Raffaello fu anche un grande architetto, colui che diede forma alle future ville suburbane realizzando solo una minima parte di quella che sarebbe dovuta essere Villa Madama, ai piedi di Monte Mario. Ricerca dell’antico e innovazione sono alla base delle sue opere che prendono ispirazione da Leonardo, Michelangelo e Bramante ma che con lui raggiunsero vette inaspettate.

Trasfigurazione (Raffaello) - Wikipedia
Trasfigurazione (1518-1520) di Raffaello Sanzio.

Prima di morire stava realizzando una pianta di Roma imperiale così da preservare le rovine dalla distruzione: siamo di fronte al primo riferimento alla tutela del patrimonio storico artistico che troverà fondamento nell’articolo 9 della Costituzione italiana.

Fu il primo a comprendere la logica dei sistemi decorativi della dimora neroniana. Una storia che inizia nel 1480 quando alcuni pittori si calano nelle «grotte» del colle Oppio, per ammirare le pitture, da allora chiamate «grottesche», di antichi ambienti romani. Stavano scoprendo, senza saperlo, le rovine dimenticate della Domus Aurea. 

Rosa Araneo per L’isola di Omero

Michelangelo e ”La creazione di Adamo”: la perfezione umana come specchio di quella divina

Se fino al Quattrocento la figura del Papa svolse il ruolo di committente con criteri analoghi a quelli dei signori delle corti, con Michelangelo egli diventò l’interlocutore dell’artista. Quest’ultimo iniziò ad esser considerato il detentore dell’esperienza tecnica ed espressiva, tanto da poter dialogare legittimamente con il Pontefice, ovvero colui che rappresenta Cristo sulla terra.

 Michelangelo Buonarroti si trovò a operare sotto ben undici pontefici ma il suo grande nome resterà per sempre legato a quello di Giulio II, che tra le tante opere romane gli commissionò la decorazione della Cappella Sistina, piccolo gioiello custodito nei Musei Vaticani.

Tra gli affreschi della volta figura La Creazione di Adamo, risalente al 1511 e che rappresenta il passo della Genesi in cui si narra l’ideazione del primo uomo.

Per la realizzazione dell’intero affresco furono necessarie sedici “giornate”. Richiese maggior tempo Adamo, le cui proporzioni vennero studiate attentamente seguendo il principio “a immagine e somiglianza di Dio”, riportando il tutto sull’intonaco con la sola incisione diretta.

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La Creazione di Adamo (1511).

La scena si svolge su uno sfondo spoglio dal quale si erge una protuberanza erbosa su cui è stesa la figura di un atletico Adamo, con un braccio dritto verso il Creatore. Quest’ultimo è rappresentato come un uomo canuto e più anziano che si avvicina in volo mentre è sorretto da angeli.

L’opera fu pensata con l’intento di sottolineare il momento prima che tutto si sia animato, quindi, l’inizio della vita degli uomini.

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Le mani di Adamo e del Creatore che si sfiorano.

Infatti, il genio michelangiolesco vede la straordinaria esecuzione della rappresentazione ‘’sospesa’’: l’attimo prima della vita, la scintilla divina che passa dal Creatore alla sua Creatura.

L’opera di Michelangelo fu da subito accolta con critiche positive, iniziando già a delineare la fama sempiterna che ancora oggi celebra questo affresco.

Antonella Buttazzo per L’isola di Omero

Masaccio: ”il pittore rinascimentale” dell’arte cristiana

La nuova civiltà pittorica del Rinascimento ebbe come iniziatore Masaccio (Tommaso di ser Giovanni di Mone Cassai). Apprendista di Masolino da Panicale, Masaccio fuse, sin dagli esordi, la sua maestria alle conquiste prospettiche del Brunelleschi e del naturalismo donatelliano.

La collaborazione con Masolino è peculiarmente riscontrabile in una tavola con la Madonna col Bambino, Sant’Anna e cinque angeli (altresì nota come Sant’Anna Metterza) già nella chiesa di Sant’Ambrogio di Firenze, ora agli Uffizi: tavola di cui la critica è ormai concorde nell’attribuire l’impostazione generale a Masolino, mentre Masaccio avrebbe eseguito il gruppo centrale della Madonna col bambino, e l’angelo sulla destra che solleva il drappo (l’opera è visibile nella foto in basso).


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Dopo aver eseguito per il chiostro del Carmine di Pisa un affresco commemorante la consacrazione della chiesa (andato distrutto nel Cinquecento), Masaccio nel 1426 dipinse un grande polittico destinato sempre alla stessa struttura religiosa. Di quest’opera ne sono stati riconosciuti lo scomparto centrale, raffigurante la Madonna in trono col Bambino, due angeli musicanti e due angeli adoranti, conservati nella Galleria Nazionale di Londr; il sovrastante pannello con la Crocifissione nella Pinacoteca di Napoli, la predella nel Museo di Berlino, nonché altre parti secondarie nel Museo di Pisa, a Vienna ed ancora a Berlino.

Paragonata con la Madonna degli Uffizi, la Madonna del polittico di Pisa (nell’immagine sottostante) mostra una piena maturità di linguaggio con una saldissima struttura plastica delle figure, in armonia con la sicura impostazione spaziale del trono. La Vergine ha assunto l’aspetto di una popolana non più giovane, cui povertà e dolore hanno offuscato ogni parvenza di leggiadria, ed in compenso conferito una più alta e profonda dignità morale. 
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Ma la più alta misura del genio masaccesco è data dagli affreschi con Storie della vita di San Pietro nella Cappella Brancacci al Carmine di Firenze che lasciò incompiuti poiché partì per Roma, dove la morte lo colse senza preavviso all’età di soli 27 anni.

Varie ipotesi sono state formulate circa l’esatta cronologia degli affreschi della Cappella. Risulta comunque indubbia l’identificazione delle storie spettanti a Masaccio e cioè, secondo il probabile ordine di esecuzione, il Battesimo dei neofiti, il Tributo, la Cacciata di Adamo ed Eva dal Paradiso terrestre, San Pietro guarisce gli infermi con la propria ombra, San Pietro distribuisce le elemosine e infine la Resurrezione del figlio di Teofilo, completato poi da Filippino Lippi assieme all’aggiunta di altre scene.
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Alle opere già citate, è da aggiungere il solenne affresco della Trinità in Santa Maria Novella, disposto secondo il modello iconografico chiamato “Trono di Grazia”, con il Padre che regge la croce del Figlio. Impostato con rigore prospettico sullo sfondo di una classica e brunelleschiana volta a lucunari, Masaccio risolve d’un colpo, con sublime naturalezza, molti di quei problemi sui quali ancora s’affaticheranno generazioni d’artisti del Rinascimento.

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Trinità in Santa Maria Novella

Nello spazio architettonico sopra citato, sono collocati, seguendo una struttura piramidale, sei figure che popolano la scena in atteggiamento plastico. Anzitutto, sul fondo vediamo stagliarsi su una piattaforma orizzontale Dio Padre, un uomo maturo in abiti rossi sorregge il figlio esanime crocifisso. Questo complesso ieratico si sottrae alle rigide regole prospettiche, venendo implicitamente dichiarati come entità immutabili che non sottostanno alle leggi fisiche del mondo umano.

Al piano sottostante si ergono statuarie le figure di San Giovanni e della Madonna: mentre l’evangelista, con le mani giunte e avvolto in un mantello rosso, si rivolge alla croce in atteggiamento “dolente”; Maria, con la mano destra invece, si volge verso lo spettatore, creando così anche un forte impatto emotivo e commossa partecipazione del pubblico.

Il piano inferiore possiamo suddividerlo in due parti: una in cui sono rappresentati i probabili committenti, inginocchiati, mentre, l’altra, è occupata dalla raffigurazione di un sarcofago con uno scheletro ed una scritta con evidente intento didattico di “memento mori”: ‘’Io fu’ già quel che voi sete, e quel ch’i’ son voi anco sarete’’.

Antonella Buttazzo per L’Isola di Omero

Sposalizio della Vergine: la fine del periodo giovanile di Raffaello

Lo Sposalizio della Vergine di Raffaello Sanzio è un dipinto datato 1504. Esso, conservato presso la Pinacoteca di Brera a Milano, testimonia la fine del periodo giovanile del noto pittore.

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L’opera venne commissionata dalla famiglia Albizzini per la cappella di San Giuseppe nella chiesa di San Francesco a Città di Castello (nell’attuale provincia di Perugia).

Per realizzarla Raffaello venne ispirato da un analogo dipinto che proprio in quegli anni il Perugino stava dipingendo per il Duomo di Perugia.

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Lo sposalizio della Vergine (1504), Raffaello Sanzio.

I personaggi e lo sfondo:

Il dipinto raffigura lo sposalizio di Maria e Giuseppe, con al centro un sacerdote che, tenendo le mani di entrambi, officia la funzione.

A sinistra vicino a Maria c’è un gruppo di donne, mentre dal lato di Giuseppe se ne trova uno di uomini.

Lo sfondo è occupato da un edificio a pianta centrale al centro di una piazza. Alcuni gruppetti di figure, senza un particolare significato, popolano la piazza per dare un tocco quotidiano e per scandire la profondità spaziale, con le loro dimensioni opportunamente scalate.

Cosimo Guarini per L’isola di Omero

I Borgia: la leggenda nera del Rinascimento

Roberto Gervaso, scrittore e giornalista italiano, diceva:

«Contemporanei e posteri ne hanno fatto dei mostri capaci d’ogni frode e scelleratezza. Su di loro sono stati versati fiumi non d’inchiostro, ma di fiele.»

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I Borgia furono una delle famiglie più influenti d’Italia nel XV e XVI secolo.

Stiamo parlando di una delle casate più conosciute e discusse dell’intera Roma rinascimentale.

La leggenda che aleggia sul loro nome trae origine dal crudele nepotismo di Alfonso Borgia, che lasciò la tranquilla vita spagnola per dedicarsi prima agli studi e poi alla carriera ecclesiastica.

Il 20 aprile 1455, sui gradini dell’antica Basilica di San Pietro in Vaticano, per mano del cardinale Prospero Colonna, venne incoronato papa, e da allora divenne Callisto III.

Papa Callisto III

In seguito, anche Rodrigo Borgia, suo nipote, venne incoronato Papa col nome di Alessandro VI, il 26 agosto 1492.

Papa Alessandro VI

Alessandro VI nei suoi 11 anni di pontificato non si fece mai promotore di quella riforma ecumenica della Chiesa da molti invocata, ma anzi si rese protagonista di intrighi, corruzioni e tradimenti.

Il clero mal sopportava questa condotta impropria, sia per la vita privata sia per la spregiudicatezza con cui favoriva la simonia (compravendita di cariche ecclesiastiche) e mischiava la politica con la religione.

Tra i più critici emerse il ferrarese Girolamo Savonarola, un frate che fu prima scomunicato e poi impiccato.

Girolamo Savonarola

Rodrigo Borgia ebbe innumerevoli amanti, tra cui la nobildonna Giulia Farnese e l’ostessa Vannozza Cattanei, che diede al Papa quattro figli: Giovanni, Cesare, Lucrezia e Goffredo.

Il primogenito Giovanni Borgia, duca di Gandia, fu un giovane arrogante e viziato. Venne assassinato a Roma all’età di ventuno anni, e il suo corpo fu ritrovato nel Tevere con nove coltellate. Il mistero sul suo assassinio non fu mai risolto, e il maggior indiziato fu considerato prima il fratello Cesare e poi la famiglia Orsini.

Presunto ritratto di Giovanni Borgia

Cesare Borgia, invece, chiamato anche il Valentino, fu avviato alla carriera ecclesiastica e divenne ben presto cardinale. Ma essendo più un abile condottiero, appassionato di politica e di guerre, alla morte del fratello Giovanni, rinunciò alla porpora cardinalizia e si arruolò al seguito del Re di Francia Luigi XII.

Cesare Borgia

Anche Niccolò Macchiavelli si ispirò alle gesta di Cesare ne Il Principe, e lo definì: signore molto splendido e magnifico e nelle armi tanto armonioso.

Alla morte del padre perse molta influenza, fu osteggiato dai nemici della famiglia, venne incarcerato e infine morì nel 1507 dopo essere riuscito a fuggire dal carcere.

L’unica femmina tra quattro fratelli, Lucrezia Borgia, venne educata nelle arti e nelle lettere; per motivi politici e per volontà del padre, si sposò all’età di tredici anni con il conte di Pesaro, Giovanni Sforza, per solidificare le alleanze del Casato. Il suo secondo marito fu Alfonso d’Aragona, ucciso poi su ordine di suo fratello Cesare, e il terzo invece fu Alfonso I d’Este.

Lucrezia Borgia

Anche lei venne coinvolta fin da adolescente in molti scandali, tra cui alcuni incestuosi che la vedono coinvolta con il padre e i fratelli.

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Pietro Bembo, uno dei più illustri letterati dell’epoca, nutrì una sconfinata passione per lei; infatti, fra le sue carte fu ritrovato un ricciolo d’oro di Lucrezia, custodito oggi nella Biblioteca Ambrosiana di Milano.

Infine, Goffredo Borgia, il più piccolo dei quattro, visse sempre all’ombra degli altri fratelli.

Si sposò con Sancia d’Aragona, figlia illegittima del re di Napoli, e ricevette i titoli di principe di Squillace e conte di Alvito.

In seguito alla morte della moglie, si risposò con una sua cugina ed ebbe quattro figli.

Dopo la morte di Alessandro VI, ebbe inizio la decadenza della famiglia e molti dei suoi membri tornarono in Spagna.

Simona Lamarmora per L’isola di Omero

Quello che (forse) non sai sulla famiglia Medici

Mecenati, ricchi banchieri ed abili politici, i Medici si fecero spazio un po’ alla volta nel capoluogo toscano, e molti sono i segreti e le curiosità che li riguardano.

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Innanzitutto lo stemma della famiglia medicea ovvero lo scudo con i bisanti rossi in campo d’oro. Se da principio il numero delle “palle” era pari ad 11, all’epoca di Lorenzo il Magnifico si era ridotto a 6. Numerose sono le leggende che tentano di dare una spiegazione alla particolarità dello stemma, la più celebre delle quali rimanda i bisanti ai pomi d’oro che crescono del Giardino delle Esperidi e che presenziavano nei giardini delle ville medicee. È più probabile, tuttavia, che lo stemma  rimandi all’Arte del cambio: infatti i Medici erano affiliati a questa corporazione di arti e mestieri e pare che abbiano tratto da quello stemma le caratteristiche, ma invertendone i colori.

Stemma mediceo.

Lorenzo de’ Medici è sicuramente il più illustre personaggio della famiglia: incline alla politica e alle arti, fu il più sopraffino dei mecenati. L’appellativo Magnifico nasce da questa propensione, ma a Firenze era anche uso dare tale titolo a coloro che detenevano la carica di Gonfaloniere di Giustizia, il grado più alto della Repubblica fiorentina. Lorenzo, pur non avendo mai ricoperto questa carica, visto che morì a 43 anni mentre per tale titolo bisognava averne almeno 45, fu ugualmente Magnifico Messere all’età di 21 anni.

Infine, sapete quanti cittadini fiorentini sono ascesi al soglio pontificio? Cinque, ma tre di questi provenivano da un’unica famiglia, quella dei Medici. Si tratta di Giovanni, divenuto papa col nome di Leone X; Giulio, che fu papa come Clemente VII, è ricordato sopratutto perché Roma subì, nel corso del suo regno, il proverbiale “sacco”; di Alessandro si ricorda più che altro la brevità del suo pontificato col nome di Leone XI.

Rosa Araneo per L’isola di Omero

Gli Sforza della Milano rinascimentale: quando l’arte si fa potenza

Tra il XV e il XVI, Milano acquistò notevole prestigio, divenendo uno dei centri artistici più importanti del panorama italiano rinascimentale, nell’ambito dell’oreficeria e della miniatura. Tale ascesa culturale fu possibile grazie al ruolo giocato dagli Sforza, per i quali, secondo lo storico dell’arte Roberto Longhi, l’arte giocava un modo per affermare «un’identità, la dimostrazione della grandezza di una tradizione culturale e artistica, finalmente liberata dagli ultimi residui del lungo complesso d’inferiorità che l’ha ostinatamente tenuta in soggezione al confronto di altre regioni d’Italia».

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La dinastia degli Sforza si insedia a Milano con Francesco, valente condottiero dei compagni di ventura che si proclamò diretto discendente sposando la figlia del defunto duca e ultima erede della casata viscontea, Bianca Maria Visconti. Proprio per rimarcare questo carattere di successore legittimo, Francesco continuò a chiamare artisti viscontei alla sua corte: seppur ancorato ai gusti delle corti boeme, borgognone e germaniche e attratto anche dalla diffusione delle idee rinascimentali fiorentine.

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Ritratto di Francesco Sforza.

Esempi di queste sue inclinazioni sono gli affreschi del duomo di Monza con le Storie di Teodolinda. Il ciclo fu creato per celebrare la corte sforzesca ed è ben evidente anche l’influsso del gotico internazionale: grandi dimensioni, preziosità di materiali, stile unico dettato dalla bottega degli Zavattari.

Le novità rinascimentali giunsero nel 1451, quando l’architetto fiorentino fu convocato alla corte sforzesca il Filarete per realizzare l’Ospedale Maggiore; il quale poi scrisse il Trattato di architettura, in cui viene descritta la città ideale di Sforzinda, dedicata al signore di Milano.

Anni dopo la sovranità di Francesco, considerato l’iniziatore della Milano rinascimentale, il Ducato conobbe l’apice con il suo quartogenito, Ludovico il Moro. Ecco che con lui, i passi di grandi artisti s’incontrarono: Leonardo, al quale gli fu commissionata l’Ultima Cena, Bramante chiamato a ricostruire la Chiesa di Santa Maria presso San Satiro, il miniaturista Giovanni Ambrogio de Predis, precedentemente ritrattista asburgico, e lo smaltista  Foppa, maestro di Benvenuto Cellini.

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Ritratto di Ludovico il Moro.

Antonella Buttazzo per L’isola di Omero

Isabella d’Este, la donna più autorevole del Rinascimento

«D’opere illustri e di bei studî amica,
Ch’io non so ben se più leggiadra e bella
Mi debba dire, o più saggia e pudica,
Liberale e magnanima Isabella,
Che del bel lume suo dì e notte aprica
Farà la terra che sul Menzo siede»

(Ludovico Ariosto, Orlando Furioso XIII, 59)

Isabella d’Este, ricordata con il termine ”magnanima” da Ludovico Ariosto nell’Orlando Furioso, appare come una delle figure più carismatiche ed iconiche del Rinascimento. Mecenate delle arti, fu la reggente del Marchesato di Mantova, durante l’assenza del coniuge Francesco II Gonzaga.

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Isabella d’Este (Ferrara, 17 maggio 1474 – Mantova, 13 febbraio 1539)

Fra gli episodi più conosciuti e significativi della vita di Isabella è noto l’incontro avvenuto nel 1500 a Milano con il re di Francia Luigi XII. La celebre donna riuscì a convincere il sovrano a non inviare le proprie truppe contro Mantova.

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Francesco II Gonzaga (Mantova, 10 agosto 1466 – Mantova, 29 marzo 1519)

La formazione culturale della duchessa fu decisamente intensa. Basta pensare che da piccola riusciva a tradurre agevolmente sia il greco che il latino. Si dice anche che fosse in grado di recitare i versi di Virgilio e Terenzio a memoria.

Da bambina studiò storia romana. Un particolare che con ogni probabilità spiega la passione per le sculture romane, tanto da diventare una collezionista avida di tali opere. Statue che venivano conservate nel suo rinomato studiolo.

La propria formazione culturale l’avvicino a numerosi artisti, che vissero all’interno della sua corta. Si dice che imparò a suonare il liuto dal musicista Giovanni Angelo Testagrossa.

Quando il marito Francesco II fu catturato a Venezia nel 1509, lei prese il controllo delle forze militari di Mantova. Il coniuge venne liberato l’anno successivo grazie all’azione politica di Isabella, che per questo accettò perfino di tenere in ostaggio
il figlio Federico dal Papa Giulio II. La forza assunta dalla donna però fece risentire il marito, tanto che quest’ultimo estromise dalle decisioni successive la moglie. Quest’ultima, infatti, lasciò Mantova per soggiornare a Milano e Napoli.

Isabella tornò a Mantova dopo la porte del marito e assunse il ruolo di reggente del figlio Federico.

Cosimo Guarini per L’isola di Omero