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Michelangelo e ”La creazione di Adamo”: la perfezione umana come specchio di quella divina

Se fino al Quattrocento la figura del Papa svolse il ruolo di committente con criteri analoghi a quelli dei signori delle corti, con Michelangelo egli diventò l’interlocutore dell’artista. Quest’ultimo iniziò ad esser considerato il detentore dell’esperienza tecnica ed espressiva, tanto da poter dialogare legittimamente con il Pontefice, ovvero colui che rappresenta Cristo sulla terra.

 Michelangelo Buonarroti si trovò a operare sotto ben undici pontefici ma il suo grande nome resterà per sempre legato a quello di Giulio II, che tra le tante opere romane gli commissionò la decorazione della Cappella Sistina, piccolo gioiello custodito nei Musei Vaticani.

Tra gli affreschi della volta figura La Creazione di Adamo, risalente al 1511 e che rappresenta il passo della Genesi in cui si narra l’ideazione del primo uomo.

Per la realizzazione dell’intero affresco furono necessarie sedici “giornate”. Richiese maggior tempo Adamo, le cui proporzioni vennero studiate attentamente seguendo il principio “a immagine e somiglianza di Dio”, riportando il tutto sull’intonaco con la sola incisione diretta.

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La Creazione di Adamo (1511).

La scena si svolge su uno sfondo spoglio dal quale si erge una protuberanza erbosa su cui è stesa la figura di un atletico Adamo, con un braccio dritto verso il Creatore. Quest’ultimo è rappresentato come un uomo canuto e più anziano che si avvicina in volo mentre è sorretto da angeli.

L’opera fu pensata con l’intento di sottolineare il momento prima che tutto si sia animato, quindi, l’inizio della vita degli uomini.

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Le mani di Adamo e del Creatore che si sfiorano.

Infatti, il genio michelangiolesco vede la straordinaria esecuzione della rappresentazione ‘’sospesa’’: l’attimo prima della vita, la scintilla divina che passa dal Creatore alla sua Creatura.

L’opera di Michelangelo fu da subito accolta con critiche positive, iniziando già a delineare la fama sempiterna che ancora oggi celebra questo affresco.

Antonella Buttazzo per L’isola di Omero

Adamo ed Eva: il primo uomo e la prima donna per la tradizione cristiana

Chi è che non conosce la storia di Adamo ed Eva? Per la tradizione cristiana si tratta del primo uomo e della prima donna comparsi sulla faccia della terra. Secondo l’ebraismo e l’islam, invece, Eva è la seconda donna essendo stata preceduta da Lilith, la figura presente nelle religioni mesopotamiche in seguito divenuta un demone.

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Lilith (1866-1873), dipinto di Dante Gabriel Rossetti, Delaware Art Museum.

Il libro della Genesi racconta la creazione di Adamo ed Eva, ovvero quando Dio volle dare origine al mondo. In un periodo di cinque giorni, Egli diede vita al cielo, alla terra, alla luce, alle stelle, a tutti i pesce e gli animali. Il sesto giorno decise di creare l’uomo: a tal proposito, sempre all’interno della Genesi, vi sono due versioni da interpretare; nella prima (detta Fonte sacerdotale) il Signore fece nascere Adamo ed Eva insieme (Genesi 1,26-28), mentre nella seconda (detta Fonte Jahvista) la figura femminile nacque dalla costola di quella maschile (Genesi 2, 29-22).

La narrazione che conosciamo ci fornisce una storia secondo cui tutti noi deriviamo dalla ”famosa coppia” creata da Dio e da Lui collocata nel Paradiso Terrestre. In questo luogo Adamo ed Eva delusero il loro Padre cogliendo dall’albero la mela, il frutto proibito del peccato, sotto pressione del serpente tentatore.

Da qui il concetto di libero arbitrio secondo cui Dio non ha imposto nulla alle sue creature. A lasciato fare a loro ciò che volevano, insieme alla liberà di decidere cos’è il bene e cos’è il male.

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Raffigurazione di Adamo ed Eva, mentre la donna raccoglie il frutto dall’albero.

Dopo che la mela è stata colta e assaggiata, Adamo ed Eva diventano consapevoli della loro nudità, in quanto la vergogna è il primo sentimento negativo provato dal dal primo uomo e dalla prima donna.

Dio allora convocherà la coppia al suo cospetto; i due cercheranno di scagionarsi incolpandosi a vicenda. Il serpente verrà maledetto, mentre Eva verrà condannata alle sofferenze del parto ed Adamo a trarre con fatica i frutti della terra, fino a quel momento generosa con lui.

In fine il Creatore condanna la coppia e i loro discendenti alla morte fisica, laddove prima essi erano immortali. Per il Cristianesimo, in Gesù i figli di Adamo conoscono la possibilità di riscatto con la vita eterna alla fine dei tempi solo per chi la saprà meritare.

Cosimo Guarini per L’isola di Omero

Santo Stefano: il Protomartire della storia cristiana

Secondo quanto leggiamo nel Nuovo Testamento Santo Stefano fu il primo martire della storia del Cristianesimo, cioè il primo cristiano ad essere accusato di blasfemia e lapidato a causa della fede religiosa tra il 33 e il 36 d.C.

Santo Stefano

La Chiesa cattolica lo festeggia il 26 dicembre, insieme a parte delle Chiese protestanti; la data è vicina a quella del Natale perché simbolicamente i martiri, i primi a testimoniare la parola di Dio attraverso il loro sacrificio, sono vicini a Cristo. Gli ortodossi invece lo festeggiano il 27 dicembre.

Il giorno di Santo Stefano è una festa nazionale in Austria, Croazia, Danimarca, Germania, Irlanda, Italia, Città del Vaticano, San Marino, Romania, Francia e Svizzera italiana.

È considerato il santo protettore dei diaconi e dei fornai; i suoi simboli sono le palme e le pietre.

Le origini

Le sue origini non sono note, ma si pensa a lui come ad un ebreo istruito secondo la cultura greca, che viveva a Gerusalemme. Fu contemporaneo di Gesù e gli apostoli (diretti discepoli di Gesù) lo scelsero come uno dei primi 7 diaconi; eletti per aiutare nella diffusione del Vangelo, provvedevano anche ai bisogni dei fedeli, in particolare orfani e vedove.

Ma ben presto venne preso di mira da coloro che non tolleravano i cristiani.

Questi ultimi non seppero tenere testa alla sua arte oratoria, e quindi attraverso false testimonianze lo accusarono di blasfemia e chiesero la sua morte davanti al Sinedrio, il supremo Consiglio dei Giudei.

Si dedicava alla predicazione, diffondeva la fede per convertire gli ebrei che giungevano a Gerusalemme, e proprio per questo attirò l’attenzione.

Prima che il Sinedrio emettesse la sua sentenza, il popolo lo trascinò fuori dalla città, e lì fu lapidato.

Santo Stefano Martire, Carlo Crivelli, 1476

Nel Vangelo si narra che accolse la morte con serenità, invocando il Signore ad accogliere la sua anima.

Nel Testo Sacro viene descritto come un uomo pieno di fede e Spirito Santo

Le reliquie

Dopo la sua morte, la storia delle sue reliquie divenne una leggenda. Il 3 dicembre del 415, Luciano di Kefar-Gamba, un sacerdote, lo ebbe in sogno; gli apparve con una lunga barba bianca e con in mano una bacchetta d’oro con la quale lo toccò chiamandolo tre volte per nome, svelando come lui e i suoi compagni si ritrovavano sepolti senza onore.

Con l’accordo del vescovo di Gerusalemme, iniziarono gli scavi. Da qui in poi iniziò la proliferazione delle reliquie, a testimonianza del grande culto tributato in tutta la cristianità al protomartire santo Stefano, già veneratissimo prima ancora del ritrovamento delle reliquie nel 415.
Chiese, basiliche e cappelle in suo onore sorsero dappertutto. In Italia ci sono 14 Comuni che portano il suo nome.

Santo Stefano nell’arte

Lapidazione di Santo Stefano, di Giorgio Vasari

Nell’iconografia che precede la Controriforma viene rappresentato con i sassi, sia sulla testa che sulle spalle.

Dopo il Concilio di Trento la sua immagine cambia, venne rappresentato come un giovane che tiene in mano la palma del martirio e con i sassi vicino ai piedi.

Nel Cinquecento iniziano ad essere dipinte anche le scene del martirio.

Simona Lamarmora per L’isola di Omero

L’Annunciazione di Simone Martini: capolavoro del gotico senese

Probabilmente formatosi alla bottega del Buoninsegna, il pittore senese Simone Martini eseguì nel 1333 assieme al collega e cognato Lippo Memmi, il trittico ligneo dipinto a tempera e oro, raffigurante l’Annunciazione tra i santi Ansano e Massima.

L’opera, considerata unanimemente uno dei capolavori dell’arte gotica senese, raffigura appunto l’arcangelo Gabriele che si rivolge alla Madonna con reverenza, porgendole un ramoscello d’ulivo, pronunciando il messaggio divino che viene scritto sul fondo dorato, partendo dalla bocca del messaggero.

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Dei due personaggi rappresentati sembra percepirne la forte empatia psicologica: la Vergine sembra quasi intimidita dall’arrivo dell’angelo e si ritrae coprendosi con il mantello, il tutto ambientato in uno spazio poco definito ma dal quale si distingue vagamente il pavimento, il quale dona profondità, uno spazio credibile e molto realistico con le diagonali che convergono verso il vaso centrale.

Quanto ai colori delle figure invece, come nel caso di tutte le opere senesi trecentesche, esse sono dipinte con particolare attenzione all’eleganza della linea che scorre intorno ai contorni e crea una decorazione lineare esteticamente equilibrata ed elegante.

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Un esempio sono le ali dell’arcangelo Gabriele.
Il libro di L.Bellosi e R. Bartalini offre degli spunti interessanti sulla figura di Simone Martini.

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Un’altra peculiarità che cattura l’attenzione è la composizione architettonica che incornicia l’intero manufatto, frutto delle pressanti richieste dei fedeli più ferventi, i quali imponevano continue modifiche alla struttura dei dossali.

Così dai primi dossali scompartiti, prese sempre più piede il polittico, il quale si presenta come una vera e propria architettura in cui, al pannello centrale, si affiancano due o più tavole di minori dimensioni.

La presenza di elementi a rilievo impreziosiscono il tutto: quali colonnine tortili, pilastrini ed arcatelle, ad imitazione dell’oreficeria del tempo.

Cosa ancor più importante da ricordare è che come per tutti i dipinti su tavola alla loro realizzazione partecipava un’intera equipe di artigiani altamente specializzati: insieme al pittore ed ai suoi aiuti collaboravano, infatti, il maestro legnaiolo e il doratore.

Antonella Buttazzo per L’isola di Omero

Sarajevo: la città con il cuore diviso in due

Sarajevo, con i suoi 300.000 abitanti circa, è la capitale della Bosnia ed Erzegovina. Si estende nella valle del fiume Miljacka, un affluente di destra del fiume Bosnia, che la divide in due parti.

L’antico cuore della città si trova immerso nella valle che ha una forma naturale di anfiteatro. I suoi due principali quartieri sono quello musulmano e quello cristiano.

La vista della città con il fiume Miljacka.

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Sarajevo è una città ricca di storia, ed è una delle capitali più giovani d’Europa. Definita per secoli la Gerusalemme d’Europa, al suo interno vi ritroviamo una popolazione multietnica.

Camminando tra le stradine in pietra e le case con i tetti spioventi, ci appaiono i segni del suo passato: in particolare le Rose di Sarajevo. Con questa termine vengono indicate le cavità causate dai colpi di mortaio durante gli anni dell’assedio.

La storia della città è fatta di bombardamenti, guerre e vittime innocenti.

Abitata fin dall’Età della pietra, durante il Medioevo era formata da un insieme di villaggi riuniti nei pressi di una fortezza, Vrhbosna.

L’anno della sua fondazione è il 1461, quando un governatore ottomano la trasformò in una città, con la costruzione di una moschea, di un mercato e del Palazzo del governatore.

Nel XVI secolo iniziò a prosperare, ma nel 1699, durante l’incursione del principe Eugenio di Savoia contro l’Impero ottomano, Sarajevo fu bruciata e rasa al suolo.

In seguito fu ricostruita, ma i segni della distruzione sono evidenti ancora oggi.

Durante il comando dell’Impero austro-ungarico ci fu l’ammodernamento della città e la commistione con lo stile occidentale.

Nel 1914 la città fece da sfondo all’assassinio dell’arciduca d’Austria Francesco Ferdinando e di sua moglie, che fu la causa scatenante della seconda guerra mondiale.

Nel 1984, mentre ospitava i giochi olimpici invernali, Sarajevo si mostrò come una città in crescita.

Tra il 1992 ed il 1995, invece, è stata teatro dell’assedio delle forze secessionistiche serbo-bosniache, che causò enormi danni e distruzione.

I segni lasciati dall’assedio.

La ricostruzione della città è cominciata a partire dal marzo del 1996, subito dopo la fine della guerra.

Oggi Sarajevo si presenta come una città affascinante, e la si può ammirare e respirare sia salendo sulle mura del Bastione Giallo, sia dall’alto della Torre Avaz, l’unico grattacielo presente in città.

Il centro storico è la parte più famosa e colorata della città, è chiamato Bašcaršija e in turco significa mercato principale. Nella piazza centrale troviamo la fontana Sebilj, realizzata dall’architetto Wittek in stile moresco.

La moschea più famosa si trova nel quartiere turco ed è la Moschea dell’Imperatore, edificata nel 1457 dopo la conquista ottomana della Bosnia.

Moschea dell’Imperatore.

Mentre il principale luogo di culto cattolico è la Cattedrale del Sacro Cuore, con il suo stile neogotico e romanico. Fu costruita tra il 1884 e il 1889 ma venne bombardata e poi ricostruita solo in parte. La facciata della chiesa è ornata da mattoni che rivestono le due alte torri campanarie gemelle e il portale centrale con il rosone.

La facciata della Cattedrale del Sacro Cuore.

Famoso è anche il Ponte Latino, che ha avuto un ruolo di prestigio nella storia mondiale, poichè è qui che l’arciduca è stato ucciso. Il ponte si chiama così in onore dei discorsi in latino fatti dai monaci cattolici che lo attraversavano per arrivare al monastero. È tra i più antichi della città, con le sue quattro arcate e i tre grandi pilastri, ed attraversa il fiume Miljacka.

Ponte Latino.

Il Tunnel Spasa, chiamato anche tunnel della salvezza, fu costruito durante l’assedio, ed era usato come collegamento tra due città libere, Dobrinja e Butmir. Veniva attraversato dai civili in cerca di salvezza, ed anche da coloro che fornivano cibo e aiuto di ogni genere.

Simona Lamarmora per L’isola di Omero

La torre di Babele: le diverse interpretazioni tra religione, mito e arte

Tra i numerosi passi presenti nel libro della Genesi, vi è quello della descrizione della torre di Babele. Fonte dalle diverse interpretazioni e rappresentazioni artistiche, essa simboleggia univocamente la nascita delle differenti lingue nel mondo: infatti, fino a quel momento, gli uomini avevano condiviso lo stesso linguaggio.

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Ed è proprio a questo punto, che secondo la leggenda, gli esseri umani furono separati gli uni dagli altri per lingua e cultura.

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All’origine di questa separazione, si delineano due differenti correnti di pensiero: secondo alcuni, la consapevolezza di portare altrove le proprie conoscenze maturata nell’animo umano, portò l’uomo a disperdersi per il mondo; altri studiosi ritengono invece, Dio come responsabile dell’accaduto, per l’imperdonabile superbia umana, che condusse l’uomo a sfidarlo costruendo appunto la famosa torre per difendersi da un secondo diluvio.

Quanto descritto dal libro dalla Parashah di Bereshit (il primo dei cinque libri della Torah), l’elemento che differenziò maggiormente gli uomini fu una lingua improvvisamente non più comune che non consentì loro più di comprendersi appieno. Difatti, nel linguaggio attuale, il termine Babele, in senso figurato, indica la confusione, utilizzato non a caso anche nel linguaggio comune con questa accezione. Di quest’ultima abbiamo una rappresentazione incisoria di Gustave Doré, proprio intitolata La confusione delle lingue, del 1868.

Se si volesse collocare la Torre di Babele a un edificio storico esistente, lo si potrebbe sicuramente ricondurre dal punto di vista archeologico alla grande Ziqqurat (conosciuta anche come Etemenanki), tempio del periodo mesopotamico, progettata nel XII secolo a.C. a Babilonia (nell’attuale Iraq) sotto l’imperatore Nabucodonosor I e terminata con Nabucodonosor II.

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Della reale presenza della Ziqqurat babilonese possediamo la testimonianza attendibile dello storico greco Erodoto: egli nella seconda metà del IV secolo a.C., visitò la città, e descrisse l’edificio come molto imponente, con otto torri una sull’altra e con in cima un tempio.

Antonella Buttazzo per L’isola di Omero

La Sacra Sindone: tra leggenda religiosa e realtà

La Sacra Sindone, ossia il lenzuolo funerario di lino che avvolse il corpo di Cristo secondo la religione cristiana, rappresenta uno dei grandi misteri di quest’ultima, anche se non vi è testimonianza alcuna sulla sua autenticità.

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Conservata nel Duomo di Torino e periodicamente viene esposta ai fedeli, la Sindone non è altro che un lenzuolo rettangolare a trama di spina di pesce (peculiare tessitura di duemila anni fa circa) di colore giallo ocra. Secondo studi accreditati, la Reliquia dovrebbe risalire al I secolo e provenire dalla Palestina, ne sono testimoni i pollini di diverse specie vegetali, tipicamente indigene, ritrovati nelle fibre del lino. Quel che rende davvero particolare e ‘’leggendario’’ questo lenzuolo sono le immagini riportate sulla tela: una doppia “fotografia”, lato frontale e posteriore, di un corpo umano nudo di grandezza naturale, reperto che avvalora l’ipotesi che lì vi sia stato avvolto Cristo.

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Ciò che mette in dubbio la sua autenticità però è proprio la proiezione della figura umana, che non potrebbe essere ottenuta avvolgendo un corpo qualsiasi in un lenzuolo. Difatti, se da una parte, sono evidenti i segni delle torture subite: i tagli su costato, le ferite ai polsi e la piaga causata dallo sfregamento di una grossa trave di legno portata a spalle, dall’altra, l’esame del carbonio 14, eseguito nel 1988, ha permesso di datare il lenzuolo tra il 1260 e il 1390. Nelle ultime analisi però, la datazione potrebbe risultare falsata dal prelievo dei campioni analizzati poiché potrebbero essere stati presi da parti rammendate dopo l’incendio del 1532 a Chambéry, luogo dov’era anticamente custodita la Sindone.

Circa il suo culto, la Chiesa non si è mai espressa apertamente ma, nel corso dei secoli, alcuni gesti hanno chiaramente delineato una presa di posizione, nel 1506, il Papa Giulio II ne autorizzò il culto, mentre Giovanni Paolo II e Pio XI dichiararono di credere nell’autenticità del lenzuolo.

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Sulla Sindone, non si sono espressi solo religiosi e archeologi ma anche docenti e restauratori, avanzando ipotesi successivamente smentite sia per le datazioni che per le tecniche adoperate nella realizzazione della stessa. Ne sono esempio: Lillian Schwartz, docente alla “School of Visual Arts” di New York, che attraverso la raffigurazione grafica, ha supposto, un esperimento di Leonardo da Vinci e il pittore e restauratore veneto, Luciano Buso, il quale ha invece affermato la presenza della firma di Giotto con annessa data 1315.

Resta comunque il fatto che da tutto il mondo, miliardi di fedeli accorrono nel momento dell’ostensione della Reliquia, smentendone con la forza della fede ogni dubbio e ipotesi.

Antonella Buttazzo per L’Isola di Omero

Tempio di Valadier: la splendida sorpresa all’ingresso di una grotta nelle Marche

Il Tempio di Valadier sorge all’ingresso di una grotta di montagna nel cuore delle Marche.

Esso è diventato noto a livello internazionale grazie ad una foto scattata da National Geographic.

La costruzione si trova esattamente nel Parco Naturale Regionale della Gola della Rossa e di Frasassi, e con precisione nel comune di Genga in provincia di Ancona.

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Il Tempio visto dall’esterno.

Il Tempio di Valadier, che stilisticamente offre una forma neoclassica con pianta ottagonale, è noto come rifugio: dal X secolo e per centinaia di anni la popolazione, locale e non solo, ha trovato rifugio tra le pareti di questa grotta, per nascondersi dai saccheggi che si verificavano in tutta Italia.

La costruzione:

Nel 1828 Papa Leone XII, originario proprio di Genga, fece costruire il tempio, affidandone la progettazione all’architetto Giuseppe Valadier. L’intento era quello di adibire la struttura a rifugio ”per i cristiani che volevano chiedere perdono”. Questo gli valse il soprannome di “rifugio dei peccatori”.

All’interno fu posta una Madonna con Bambino scolpita dalla bottega di Canova, sostituita da una copia: l’originale è custodita al Museo di Genga.

Cosimo Guarini per L’isola di Omero

La rubrica del Borgo. Óbidos, la pittoresca cittadina portoghese

L’antica cittadina medievale, con i suoi 11.000 abitanti circa, si trova a nord del Portogallo e dista solo un’ora da Lisbona e dalla magnifica Sintra.

Óbidos prende il nome dal termine latino Oppidum (città fortificata).

Fu sottratta alla dominazione araba nel 1148 e fu assegnata in dote, in occasione del matrimonio, a molte regine; la prima fu Urraca di Castiglia, sposa di Alfonso I di Aragona, seguita da Isabella di Aragona, sposa di Dionigi Alfonso del Portogallo.

Nel suo centro storico, situato in cima ad una collina dominata da un castello medievale, vicino alla Costa Atlantica, si dirama un labirinto di vie ciottolate e casette, con balconi fioriti e portoni colorati, ornati dalle azulejos (particolari piastrelle di ceramica) che rivestono i muri.

Le azulejos

Il borgo in passato ebbe grande importanza strategica, e i primi insediamenti risalgono addirittura ad un periodo precedente all’arrivo dei Romani nella Penisola Iberica.

Le mura che circondano il perimetro risalgono al periodo della dominazione dei Mori, sono lunghe 1,5 chilometri e in certi tratti sono alte 13 metri. Quelle attuali sono state ricostruite nel XVIII, dopo il terribile terremoto del 1755.

Il castello venne costruito successivamente per volere del re Dionigi Alfonso del Portogallo, con le sue torri merlate inespugnabili e i bastioni difensivi. Nel XVI secolo da fortezza medievale diventò un palazzo nobiliare, mentre oggi è una raffinata pousada, un albergo di lusso.

Il castello di Óbidos

Numerosi sono anche gli esempi di architetture religiose, e tra le chiese più note troviamo:

  • Igreja de Santa Maria: costruita sui resti di una moschea e di un tempio visigoto. Porta il nome della patrona della città e possiede uno splendido soffitto affrescato.
L’interno della Igreja de Santa Maria
  • Igreja da São Pedro: basilica gotica composta da tre navate, distrutta durante il famoso terremoto; attualmente è visibile solo in parte. Qui è custodita la tomba di una tra i più alti esponenti dell’arte barocca in Portogallo, Josefa di Óbidos.
L’esterno della Igreja da São Pedro
  • Igreja da Misericórdia: il suo interno è ornata con piastrelle del 600.
  • Santuário do Senhor da Pedra: è in stile barocco ed è noto per la sua forma esagonale.

Infine, se si visita la città non può mancare il passaggio da Porta da Vila, che in origine rappresentava il principale accesso alla città. Le smaltate azulejos blu e bianche con cui è decorata risalgono al XVIII secolo e raffigurano la passione di Cristo, mentre il soffitto dipinto rappresenta la corona di spine.

Porta da vila

La Rua Direita, invece, è la via principale, piena di botteghe tradizionali e negozi di souvenir. Collega Porta da Vila al Castelo de Óbidos.

Curiosità

Ogni estate, per due settimane nel mese di Luglio, si tiene il Mercado Medieval, una tipica festa in costume.

Il Mercado Medieval

Simona Lamarmora per L’isola di Omero

Giovanna d’Arco, l’eroina francese beatificata dalla Chiesa cattolica

Giovanna d’Arco è nota come celebre eroina della storia francese. Il suo riconoscimento però è divenuto internazionale, tanto da ricevere la santificazione dalla Chiesa cattolica.

A lei va il merito di aver riunito parte dei territori dello Stato francese caduti in mano agli inglesi durante la guerra dei cent’anni.

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Giovanna d’Arco (Domrémy, 6 gennaio 1412 – Rouen, 30 maggio 1431).

Fu proprio la predetta guerra (1337 – 1453) a conferire visibilità alla donna, che con le sue gesta viene considerata indiscutibilmente una delle figure simbolo della Francia.

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Copertina di un noto film ispirato alla vita di Giovanna d’Arco

Le voci celestiali:

Giovanna nacque da una famiglia di contadini della Lorena. Da giovane, risultava essere una ragazza molto devota e caritatevole.
All’età di tredici anni iniziarono a verificarsi degli episodi al quanto insoliti. Ella, infatti, iniziò ad udire delle voci celestiali e ad avere delle visioni dell’arcangelo Michele, di santa Caterina e di santa Margherita. Furono questi episodi ad illuminare la giovane, e a spingerla nella lotta per difendere il suo popolo.

La morte:

La sua vita terminò in seguito alla catturata da parte dei Borgognoni, che la vendettero agli inglesi. Questi ultimi prima la processarono per eresia, e poi il 30 maggio 1431 la condannarono al rogo, ardendola viva.

Successivamente, nel 1456 il pontefice Callisto III dichiarò nullo il medesimo processo.

Giovanna d’Arco fu beatificata nel 1909 da Pio X e canonizzata nel 1920 da Benedetto XV.

Cosimo Guarini per L’isola di Omero