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Botticelli e l’eterea femminilità nell’arte

Per quanto concerne la figurazione femminile, nessun pittore fiorentino del Quattrocento ha goduto di così larga fortuna e popolarità come Alessandro Filipepi, altresì noto con il soprannome di Botticelli (1445-1510).

Questo nome gli fu dato, anche in conseguenza di un’interpretazione piuttosto aleatoria della sua cifra pittorica. La peculiarità di quest’ultima, era una raffigurazione umana fragile e soave, dotata di un’aggraziata proporzione delle membra ma al contempo insidiate da un’intrigante mestizia.

Il pittore Sandro Botticelli

Per tale ragione, la critica recente ha riaffermato, proprio attraverso le figure femminili, i pregi e i valori formali dell’artista fiorentino, evidenziandone il particolare sentimento della linea, discostandosi dall’antica accusa di essersi configurato in una tardiva ripresa del decorativismo gotico, sviluppando invece, una sensibilità melodica del tutto nuova, antesignana della pittura fiorentina successiva.

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Nelle rappresentazioni femminili botticelliane, ritroviamo quindi un linguaggio dedito alla purezza stilistica. In esso, infatti, risuona in modo assoluto, come si è già detto, il melodico andamento della linea che, si associa amabilmente a uno svariato cromatismo dai tratti intensi ad altri più tenui, definendo l’atmosfera tipicamente mitica.

Così, l’intera composizione di figure e oggetti inanimati si avvolge di un equilibrio delicato, tra moto e stasi, per cui la visione che traspare è irreale e favolosa.

Tale trapasso è particolarmente importante, poiché presente ed evidente nelle opere più celebrate del Botticelli, quelle che elogiano la femminilità nell’effige della sua musa ispiratrice: Simonetta Vespucci, nobildonna italiana di origini genovesi.

Simonetta Vespucci

In lei, Botticelli vide l’incarnazione della perfezione, e la rese eterna nelle sue opere più celebrate, come la Primavera (1477-’78), la Nascita di Venere (1486), i vari ritratti che la vedono in mezzo busto con particolarissime acconciature (1475-1476 ca), la Madonna del Magnificat, la figura della Maddalena del Compianto sul Cristo morto, l’affresco delle Prove di Mosè col particolare delle figlie di Ietro (1481-‘82).

Potremmo quindi, definire la figura della Vespucci come l’unica e vera fonte che assume le sembianze carnali dell’esaltazione di un mondo ideale nel quale la Bellezza trionfa allorché la natura istintiva e sensuale si accompagna alle virtù morali, civili e religiose.

Antonella Buttazzo per L’isola di Omero

Masaccio: ”il pittore rinascimentale” dell’arte cristiana

La nuova civiltà pittorica del Rinascimento ebbe come iniziatore Masaccio (Tommaso di ser Giovanni di Mone Cassai). Apprendista di Masolino da Panicale, Masaccio fuse, sin dagli esordi, la sua maestria alle conquiste prospettiche del Brunelleschi e del naturalismo donatelliano.

La collaborazione con Masolino è peculiarmente riscontrabile in una tavola con la Madonna col Bambino, Sant’Anna e cinque angeli (altresì nota come Sant’Anna Metterza) già nella chiesa di Sant’Ambrogio di Firenze, ora agli Uffizi: tavola di cui la critica è ormai concorde nell’attribuire l’impostazione generale a Masolino, mentre Masaccio avrebbe eseguito il gruppo centrale della Madonna col bambino, e l’angelo sulla destra che solleva il drappo (l’opera è visibile nella foto in basso).


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Dopo aver eseguito per il chiostro del Carmine di Pisa un affresco commemorante la consacrazione della chiesa (andato distrutto nel Cinquecento), Masaccio nel 1426 dipinse un grande polittico destinato sempre alla stessa struttura religiosa. Di quest’opera ne sono stati riconosciuti lo scomparto centrale, raffigurante la Madonna in trono col Bambino, due angeli musicanti e due angeli adoranti, conservati nella Galleria Nazionale di Londr; il sovrastante pannello con la Crocifissione nella Pinacoteca di Napoli, la predella nel Museo di Berlino, nonché altre parti secondarie nel Museo di Pisa, a Vienna ed ancora a Berlino.

Paragonata con la Madonna degli Uffizi, la Madonna del polittico di Pisa (nell’immagine sottostante) mostra una piena maturità di linguaggio con una saldissima struttura plastica delle figure, in armonia con la sicura impostazione spaziale del trono. La Vergine ha assunto l’aspetto di una popolana non più giovane, cui povertà e dolore hanno offuscato ogni parvenza di leggiadria, ed in compenso conferito una più alta e profonda dignità morale. 
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Ma la più alta misura del genio masaccesco è data dagli affreschi con Storie della vita di San Pietro nella Cappella Brancacci al Carmine di Firenze che lasciò incompiuti poiché partì per Roma, dove la morte lo colse senza preavviso all’età di soli 27 anni.

Varie ipotesi sono state formulate circa l’esatta cronologia degli affreschi della Cappella. Risulta comunque indubbia l’identificazione delle storie spettanti a Masaccio e cioè, secondo il probabile ordine di esecuzione, il Battesimo dei neofiti, il Tributo, la Cacciata di Adamo ed Eva dal Paradiso terrestre, San Pietro guarisce gli infermi con la propria ombra, San Pietro distribuisce le elemosine e infine la Resurrezione del figlio di Teofilo, completato poi da Filippino Lippi assieme all’aggiunta di altre scene.
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Alle opere già citate, è da aggiungere il solenne affresco della Trinità in Santa Maria Novella, disposto secondo il modello iconografico chiamato “Trono di Grazia”, con il Padre che regge la croce del Figlio. Impostato con rigore prospettico sullo sfondo di una classica e brunelleschiana volta a lucunari, Masaccio risolve d’un colpo, con sublime naturalezza, molti di quei problemi sui quali ancora s’affaticheranno generazioni d’artisti del Rinascimento.

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Trinità in Santa Maria Novella

Nello spazio architettonico sopra citato, sono collocati, seguendo una struttura piramidale, sei figure che popolano la scena in atteggiamento plastico. Anzitutto, sul fondo vediamo stagliarsi su una piattaforma orizzontale Dio Padre, un uomo maturo in abiti rossi sorregge il figlio esanime crocifisso. Questo complesso ieratico si sottrae alle rigide regole prospettiche, venendo implicitamente dichiarati come entità immutabili che non sottostanno alle leggi fisiche del mondo umano.

Al piano sottostante si ergono statuarie le figure di San Giovanni e della Madonna: mentre l’evangelista, con le mani giunte e avvolto in un mantello rosso, si rivolge alla croce in atteggiamento “dolente”; Maria, con la mano destra invece, si volge verso lo spettatore, creando così anche un forte impatto emotivo e commossa partecipazione del pubblico.

Il piano inferiore possiamo suddividerlo in due parti: una in cui sono rappresentati i probabili committenti, inginocchiati, mentre, l’altra, è occupata dalla raffigurazione di un sarcofago con uno scheletro ed una scritta con evidente intento didattico di “memento mori”: ‘’Io fu’ già quel che voi sete, e quel ch’i’ son voi anco sarete’’.

Antonella Buttazzo per L’Isola di Omero

Piero della Francesca – Il Battesimo di Cristo: tra perfezione geometrica e aurea armonia


Figure imponenti come sculture che abitano ambienti di pura perfezione geometrica: è questa la sintesi artistica di colui che ha tentato, prima di tutti, prima di Leonardo, di generare quella realtà armonica che sarà croce e delizia degli artisti più grandi.

Piero della Francesca ha vissuto a cavallo tra Umanesimo e Rinascimento e, come uomo di frontiera, è andato alla ricerca di nuove conoscenze che potessero determinare il suo stile, così matematico e preciso da risultare a volte contemporaneo.

La sua opera principe è il Battesimo di Cristo, in cui la ricerca geometrica dell’aurea armonia va di pari passo con la potente semplicità del testo evangelico che pervade tutta la tavola.

Il Battesimo di Cristo (1440/1460)

Infatti si tratta di una sacra rappresentazione tratta dal Vangelo di Matteo: al centro della tavola, posto sulla bisettrice, è il Cristo con le mani giunte nell’atto di ricevere il battesimo da San Giovanni Battista su una sponda del fiume Giordano, mentre lo Spirito Santo sotto forma di colomba bianca discende sul capo del Salvatore.

I tre personaggi sulla sinistra alluderebbero alla conciliazione tra la Chiesa d’Oriente e la Chiesa d’Occidente, mentre il paesaggio di fondo dovrebbe rappresentare la valle del Giordano che però Piero trasforma in un omaggio alla sua terra natia, Borgo San Sepolcro. La cromia dell’insieme acuisce l’armonia: i colori, nel passaggio dalla tonalità più forte alla più tenue, contribuiscono a rendere la profondità prospettica.

Le figure plastiche dai volti imperturbabili appaiono statiche, non esprimono drammaticità emotiva, piuttosto un’armonia d’insieme enfatizzata dalla presenza di una luce universale, priva di forti contrasti chiaroscurali.

Piero della Francesca ha guadagnato un posto importante della Storia dell’Arte, per la preziosità del suo disegno, per la robusta plasticità della sua forma e per la luce del suo colore, una pittura intesa non tanto a emozionare il cuore quanto l’intelletto.

Rosa Araneo per L’isola di Omero