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La rubrica del borgo. Arquà Petrarca: il luogo che rende omaggio al celebre poeta

Arquà Petrarca è un paesino veneto in provincia di Padova, chiamato così per omaggiare il grande Francesco Petrarca, che visse qui gli ultimi anni della sua esistenza.

Il poeta conobbe il borgo nel 1364 quando per curarsi dalla scabbia si spostò nella vicina Abano Terme, e cinque anni dopo Francesco il Vecchio gli cedette un terreno proprio ad Arquà. Petrarca si trasferì definitivamente in paese nel marzo del 1370. Egli, in un documento che ora è conservato nel Museo Civico di Padova, definì il luogo con la seguente frase:

”Il mio secondo Elicona”.

Lo scrittore compie un’associazione con l’Elicona, il monte della Beozia sacro ad Apollo e simbolo della poesia. Ad avvicinare il grande letterato alla nuova abitazione c’erano sicuramente i silenzi e la natura che lo riportavano alla sua terra natia, la Toscana.

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Raffigurazione di Francesco Petrarca. (Arezzo, 20 luglio 1304 – Arquà, 19 luglio 1374).

Arquà si articola intorno alla centrale piazza Roma, dove si affaccia l’edifico più importante, ovvero il palazzo Contarini. Altra struttura di rilievo è la chiesa arcipretale di Santa Maria Assunta, di poco posteriore all’anno Mille, ampliata e impreziosita da un complesso pittorico dal gusto bizantino fino all’influsso di Giotto: di particolare interesse è la tela di Palma il Giovane, “L’Assunta“.

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Palazzo Contarini ad Arquà.

Al centro del sagrato sorge l’arca in marmo rosso di Verona contenente le spoglie del Petrarca, eretta nel 1370. Nella strada che conduce a valle, al di sotto del sagrato, è presente una fontana con lavatoi detta “del Petrarca”, la cui costruzione è stata attribuita al poeta stesso, anche se la fattura risulta duecentesca.

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Tomba di Petrarca.

Cosimo Guarini per L’isola di Omero

Giacomo Leopardi a Recanti: l’origine cristallina dell’Infinito

L’infinito è una lirica scritta da Giacomo Leopardi, uno dei principali autori della letteratura italiana.

La stesura definitiva risale al 1818/19, quando il poeta risiedeva nella sua città natale: Recanati.

I luoghi della giovinezza hanno significato tanto per lo scrittore. Una fanciullezza segnata dallo ”studio matto e disperatissimo” sotto il controllo del padre Monaldo.

Una saluta cagionevole già dall’infanzia, l’amicizia con il grande Pietro Giordani, ed un talento innato hanno contribuito a formare un fine intellettuale capace di segnare la storia culturale d’Italia.

Un intellettuale che a Recanati è riuscito a volare fino all’Infinito per scrivere la seguente opera:

«Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
e questa siepe, che da tanta parte
dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
spazi di là da quella, e sovrumani
silenzi, e profondissima quïete
io nel pensier mi fingo, ove per poco
il cor non si spaura. E come il vento
odo stormir tra queste piante, io quello
infinito silenzio a questa voce
vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
e le morte stagioni, e la presente
e viva, e il suon di lei. Così tra questa
immensità s’annega il pensier mio:
e il naufragar m’è dolce in questo mare.»

Il secondo manoscritto autografo

Cosimo Guarini per L’isola di Omero