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VIAGGIO IN PERÙ🌎: LA MISTERIOSA SCOMPARSA DELLA CIVILTÀ NAZCA

La civiltà Nazca apparì per la prima volta intorno al 100 d.C. in Perù, nella Parte meridionale del Paese. Sulle sponde del fiume Aja nacque Cahuachi, la città capitale. Si presuppone che tale civiltà scomparve nel VI sec. d.C.

Notevoli sono stati in questa zona i ritrovamenti di ceramica policroma che si fanno risalire ai Nazca con figure di uomini, animali, piante ecc. Alcune raffigurazioni propongono uomini mutilati, come a voler testimoniare l’abitudine nell’esecuzione di sacrifici umani.

L’area in cui nacque la civiltà Nazca.

Ma le testimonianze principali lasciate dalla civiltà Nazca sono sicuramente le cosiddette linee di Nazca, ovvero dei  solchi tracciati sul terreno del deserto della zona di riferimento, su cui emerge un altopiano arido che si estende per una ottantina di chilometri tra le città di Nazca e di Palpa, ancora più a sud del Paese.

Le oltre 13.000 linee vanno a formare più di 800 disegni, che includono i profili stilizzati di animali comuni nell’area (la balena, il pappagallo, la lucertola lunga più di 180 metri, il colibrì, il condor e l’enorme ragno lungo circa 45 metri).

Il mistero delle linee di Nazca, cosa c'è sotto?

Si ritiene che i geoglifi siano stati tracciati durante il periodo di maggior fioritura della Civiltà Nazca, tra il 300 a.C. ed il 500 d.C. da parte della popolazione che abitava la zona.

La fine della civiltà:

Secondo una ricerca pubblicata nel 2009 sul Latin American Antiquity da alcuni studiosi inglesi, l’antica civiltà Nazca cadde letteralmente a causa di una deforestazione.

La distruzione delle foreste a favore dell’agricoltura espose infatti il paesaggio all’erosione del vento e alle inondazioni. Insomma il clima non rese più possibile una tenore di vita qualitativamente elevato alla popolazione.

Tutt’ora questa è l’ipotesi, divenuta tesi, che va per la maggiore; del resto solo gli effetti della natura potevano arrestare una civiltà così prolifica.

Cosimo Guarini per L’isola di Omero

Machu Picchu: la ”città perduta” del popolo Inca può essere opera degli alieni?

 Machu Picchu è un sito archeologico Inca situato in Perù, posto a circa 2.430 m sul livello del mare.

Tale luogo è conosciuto in tutto il mondo per un duplice motivo: per le sue imponenti ed originali rovine, ed anche per l’impressionante vista che si ha sulla sottostante valle dell’Urubamba, che si trova circa 400 metri più in basso.

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Vista della valle dell’Urubamba.

Il sito archeologico fa parte dei Patrimoni dell’umanità stilati dall’UNESCO; ma non solo: recentemente, nel 2007, è stato eletto come una delle Sette meraviglie del mondo moderno.

Cuoriosità: È il terzo sito archeologico più grande del mondo dopo gli scavi di Pompei e Ostia Antica. Nel 2003, più di 400.000 persone hanno visitato le rovine e l’UNESCO ha espresso preoccupazione per i danni ambientali che un tale volume di turisti può arrecare al sito.

Le autorità peruviane, che ovviamente ricavano dei notevoli vantaggi economici dal turismo, sostengono che non ci siano problemi e che l’estremo isolamento della valle dell’Urubamba sia, da solo, sufficiente a limitare il flusso turistico. Periodicamente viene proposta la costruzione di una funivia per raggiungere la città dal fondovalle ma la proposta non è mai passata.

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Vista del sito archeologico Inca.

Il caso degli extraterrestri:

Secondo alcune teorie ufologiche, la sua costruzione è antecedente alla popolazione Incapotrebbe essere opera di extraterrestri.

Questo perché il punto di costruzione è difficile da raggiungere se non per via aerea. Secondo gli ufologi, il trasporto delle pesanti e voluminose pietre necessarie alla costruzione degli edifici di Machu Picchu era molto arduo per una popolazione che non conosceva l’uso della ruota.

Attualmente questa risulta essere un’ipotesi poco accreditata, ma comunque affascinante. Si attendono nuovi studi da parte di esperti in materia. Nel frattempo, per i più visionari appassionati dell’argomento, non è vietato entusiasmarsi e dar sfogo all’immaginazione.

Cosimo Guarini per L’isola di Omero