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L’ORIGINE DEL MONDO: CHI FU LA MODELLA DEL QUADRO PIÙ DISCUSSO AL MONDO?

A chi è che non è mai capitato di vedere quest’opera d’arte su uno schermo?

Vi siete scandalizzati o meno? Siate sinceri!

L’origine del mondo è il famoso quadro realizzato dall’artista francese Gustave Courbet nella seconda metà dell’Ottocento, ed attualmente conservato presso il Museo d’Orsay.

I nudi nell’arte sono sempre stati rappresentati da molteplici artisti, ma mai è stato raffigurato un organo riproduttivo così da vicino, o come soggetto protagonista dell’opera.

L’erotismo del dipinto, tuttavia, non sfocia nella pornografia, grazie alla grande abilità tecnica di Courbet e all’adozione di una sofisticata gamma di tonalità ambrate. Courbet, probabilmente ispirandosi alle donne dipinte da Correggio, Tiziano e Paolo Veronese, propone la raffigurazione con uno sconvolgente realismo; la vulva femminile, infatti, viene presentata nella sua cruda realtà oggettuale, in maniera sincera e diretta, con una notevole presa di distanze dai convenzionalismi accademici.

Facebook in tribunale a Parigi per il quadro di Courbet | Globalist
L’origine del Mondo (1866), Museo d’Orsay, Parigi.

Chi era la modella a cui Courbet si ispirò?

ll pube femminile raffigurato da Gustave Courbet è di Constance Quéniaux, ballerina dell’Opéra di Parigi. È la conclusione dello storico francese Claude Schopp, contenuta nel libro “L’Origine du monde, vie du modèle”.

Il quotidiano Le Figaro ha svelato che la scoperta è avvenuta per caso, ovvero studiando la corrispondenza tra Alexandre Dumas e la scrittrice George Sand; Schopp, infatti, si è reso conto di un errore di trascrizione di un passo relativo a Courbet. Una parola trascritta come “interview” (“intervista”) era in realtà “intérieur” (interno), sinonimo di organi genitali:

“Uno non dipinge col suo pennello il più delicato e sonoro interno della signorina Quéniaux dell’Opéra”,

Così recita la frase. All’epoca del ritratto, la Quéniaux aveva 34 anni e non ballava più da sei.

Scoperta l'identità della modella de "L'origine del mondo" di Courbet -  ArtsLife
Constance Quéniaux in fotografia.

Finora si era ipotizzato che la modella fosse l’irlandese Joanna Hiffernan, detta anche Jo l’Irlandese, che era stata amante del pittore. La Hiffernan era stata musa ispiratrice per diversi dipinti di Courbet, che le aveva dedicato la serie “Jo, la belle irlandaise”, realizzata fra il 1865 e il 1866. Ma è una teoria che ha sempre lasciato qualche dubbio, soprattutto perché i peli pubici nel dipinto sono scuri, mentre Joanna era di capigliatura rossa fiammeggiante.

Cosimo Guarini per L’isola di Omero

I PAPAVERI NELL’ARTE: LA RIVOLUZIONE FELICE DI MONET

Tra le tante opere realizzate da Claude Monet troviamo I Papaveri. Si tratta di un dipinto olio su tela, dalla composizione molto attenta e controllata, realizzato dal pittore francese nel 1873 delle dimensioni 50 x 65 cm e conservato attualmente presso il Museo d’Orsay a Parigi. La pittura en plein air fu l’attività principale dell’artista durante il suo soggiorno ad Argenteuil tra passeggiate nei campi e corsi d’acqua. Il soggetto preferito dell’artista è la trasformazione della realtà che avviene con il mutare della luce e con il trascorrere del tempo.

I papaveri.

La donna in primo piano è la moglie di Monet, Camille e il bambino è il figlio Jean. Qui, egli focalizza la propria attenzione sulla vita umana: una vita serena che affonda le proprie radici nella famiglia e ad essa ritorna non priva di emozioni poiché mossa di continuo dal vento e ravvivata continuamente dal rosso dei papaveri. Nel quadro spicca il verde indistinto del campo dei fiori dal quale Monet fa emergere delle brillanti picchettature di vermiglio che sono appunto i fiori protagonisti indiscussi della tela a rendere unico il paesaggio donando una nota di vivacità e di colore, ravvivando l’atmosfera di serenità e di freschezza. 

Il dipinto è suddiviso in due parti: la parte superiore è caratterizzata dalla luminosità del cielo, ampio e denso di nuvole che sembrano correre spinte dal vento mentre nella parte inferiore spiccano le colorazioni più intense del campo fiorito. Le due figure vengono rappresentate in primo piano a destra della linea dell’orizzonte seminascosti dal prato erboso e dai fiori costituendo la retta obliqua che struttura il quadro. Sembra quasi di percepire l’odore dell’erba secca ed il vento caldo estivo scorrere tra le fronde lontane. Monet sceglie di ritrarre i componenti della sua famiglia per ben due volte: la prima, in alto a sinistra e, la seconda, nell’angolo in basso a destra. 

I papaveri nell'arte, il meccanismo della rivoluzione gioiosa di Monet -  Stile Arte
Particolare dei due soggetti in basso al dipinto.

Si tratta di un momento della vita di Monet tranquillo ed emozionante. Un frangente fissato e fermato nel tempo da “I Papaveri” meglio che in ogni altro dipinto. I papaveri, infatti, sono l’elemento che ravviva gli istanti della vita del pittore e della sua famiglia. Le figure umane hanno una storia, costituiscono l’inizio e la fine del percorso segnato materialmente ed emotivamente dai papaveri, l’elemento centrale unificatore che dà colore alle loro esistenze.

Claude Monet immortala, in modo soggettivo e lirico, lo scorrere del tempo durante il quale i suoi cari sono soliti scendere verso la collina. Lontano, si intravedono solo i contorni di una casa, che si confondono con il verde degli alberi e con il bianco delle nuvole. 

Alessia Amato per L’isola di Omero

NIKE DI SAMOTRACIA: IL RITROVAMENTO E IL MARMO DI PARO

All’interno del Louvre, sul famoso scalone progettato da Hector Lefuel si erge maestosa la Nike di Samotracia, opera ammirata in tutto il suo splendore da milioni di visitatori durante il corso degli anni nel prestigioso museo francese.

In realtà, però, anche se parliamo di una bellezza conosciutissima dai viaggiatori di tutto il mondo, la storia di quest’opera è in parte oscurata. Essa rappresenta probabilmente l’incarnazione della Vittoria resa divinità dai Greci, raffigurata come una donna con le ali pronta a prendere il volo o appena posatasi su di un basamento.

La statua era collocata originariamente su una prua marmorea di una nave, obliquamente slanciata e coperta da un panneggio mosso dal vento. Numerosi restauri, tra cui uno recentissimo, hanno tentato di riportare l’opera come nel suo stato originario; ma è necessario uno sforzo di immaginazione per comprendere la sua bellezza primigenia.

La Nike di Samotracia - Arte Svelata
Nike di Samotracia, presso Museo del Louvre a Parigi.

Conosciamo l’autore?

La statua venne ritrovata in una piccola isola del Mar Egeo che le diede il nome: Samotracia. Si trovava all’interno di un santuario dedicato ai grandi Dei, poi abbandonato con l’avvento della religione cristiana.

Nel 1862 Charles Champoisseau viceconsole di Francia ad interim ad Adrianopoli ritrovò i frammenti del monumento, durante una visita archeologica. Dal cumulo di rovine spuntarono prima un seno, poi più tardi un corpo senza testa e braccia. L’anno dopo la statua arrivò a Parigi, con alcune ammaccature imputabili al difficile trasporto.

Il suo materiale costitutivo è il pregiato marmo di Paro, proveniente dalle cave dell’isola di Paros. Si tratta di una materia purissima, tanto bianca da poter sembrare ghiaccio. L’opera fu probabilmente scolpita a Rodi tra il 200 e il 180 a.C. in quanto l’attribuzione è assegnata allo scultore Pitocrito, figlio di Timocare di Rodi.

Archivo:Museo de La Plata - Mármol blanco.jpg - Wikipedia, la enciclopedia  libre
Estratto di marmo di Paro.

Pitocrito cercò di usare tutti gli espedienti possibili per restituirci l’idea di movimento e di velocità. La composizione scenografica è ricca del pathos tipico dell’ellenismo. Dopo tanti secoli questa statua riesce a trasmettere ancora meraviglia nonostante le tante mancanze, tanto da averci abituato a pensare che sia stata progettata così come ci appare ora.

Cosimo Guarini per L’isola di Omero

LA REGGIA DI VERSAILLES: IL TESTAMENTO SPIRITUALE DI LUIGI XIV

La reggia di Versailles è una delle opere architettoniche più affascinanti e maestose visitabili nei dintorni di Parigi. Situata a 20 km dalla capitale, nella città di Versailles della regione dell’Ile-de-France ubicata più precisamente 19 km a sud-ovest di Parigi, nel dipartimento degli Yvelines di cui costituisce il capoluogo. È stata dichiarata, insieme al suo maestoso parco, patrimonio dell’umanità dall’Unesco nel 1979 e questo dovrebbe far intuire quanto la fama di splendida attrazione da visitare, quando ci si reca in vacanza a Parigi, sia più che meritata trattandosi di uno tra i più bei palazzi del mondo. 

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Palazzo di Versailles.

La grandiosità della reggia di Versailles può anche essere dedotta dall’entità del personale che ci lavora, con varie mansioni: si contano ben 900 dipendenti dell’Ente pubblico incaricato della gestione del complesso architettonico con 400 guardie addette a sorvegliare un patrimonio artistico senza pari. 

La sua storia ha, come protagonista principale, il sovrano francese Luigi XIV – noto come il Re sole – che si interessò agli ingenti lavori di ampliamento e di ammodernamento che la riguardarono durante il suo regno, a partire dal 1661 e, dopo essere rimasto colpito appena tredicenne, dal castello di Versailles nel 1651 edificato su commissione da suo padre Luigi XIII per dimorare fuori Parigi durante le occasioni di caccia. La struttura moderna che Luigi XIV si trovò davanti agli occhi, da bambino, era diversa dalle vecchie residenze reali nelle quali egli aveva vissuto: quelle del Louvre, del Palais-Royal e delle Tuileries, fatiscenti in confronto ed ubicate nella capitale in cui il re non si sentiva molto a suo agio, troppo vicino al popolo rumoroso e poco amato e dove temeva che si annidassero traditori e possibili congiure. 

Luigi Xiv - Lessons - Tes Teach
Luigi XIV.

La Reggia di Versailles fu dimora dei sovrani francesi Luigi XIV, Luigi XV e Luigi XVI, ma non solo: fu anche luogo di incontro per la firma di importanti trattati quali quello che sancì l’indipendenza degli Stati Uniti nel 1783, quello che sancì l’unificazione del Secondo Reich nel 1871 e quello che sancì la fine della Prima Guerra Mondiale nel 1919, il noto Trattato di Versailles. La reggia fu anche sede militare strategica dell’esercito prussiano nel 1870, nel periodo della guerra franco-prussiana e fu teatro di un attentato da parte dei nazionalisti bretoni, nel 1978.

Nonostante il disappunto di diversi personaggi francesi del periodo, quali l’abile economista Jean-Baptiste Colbert, Luigi XIV concentrò la sua attenzione su Versailles come punto di riferimento per una dimora secondaria, alternativa a quella ufficiale, rimasta inizialmente al Louvre, su un luogo a lui molto caro, da utilizzare in special modo per dare feste e divertirsi. Il sovrano spese moltissimi soldi per rendere la reggia di Versailles sempre più grande e bella, suscitando così lamentele non solo per motivi economici ma anche per la mancanza di opportunità nel preferire un luogo periferico come Versailles, ritenuto da molti triste ed isolato, a quello centrale e signorile del Louvre. Luigi XIV manifestò l’intenzione di trasferirsi definitivamente a Versailles nel 1677. Visse in questa dimora con la sua corte, trasferitasi ufficialmente nel 1682, seguendo inizialmente una etichetta molto rigorosa ed articolata, che prevedeva svariati comportamenti formali del re e dei suoi cortigiani in maniera diversa. Le occasioni nelle quali tanta solennità veniva ostentata erano non solo quelle di feste e ricevimenti di ambasciatori, di nobili, di dame ecc. ma anche quelle della normale routine quotidiana.

La Galleria degli Specchi - La Reggia di Versailles
Galleria degli specchi.

Una delle sale più suggestive della reggia è la galleria degli Specchi, che risplende nella luce riflessa dai suoi tanti specchi e nella bellezza dei suoi stucchi e delle pitture di Le Brun. La grande Galleria esprime nella sua ricchezza il successo politico, economico ed artistico della Francia. Essa veniva utilizzata quotidianamente come luogo di passaggio, di attesa e di incontro ed era frequentata da cortigiani e da visitatori. 

La vita quotidiana a Versailles nei secoli XVII e XVIII: Rituali, intrighi, feste nella grande reggia di [Jacques Levron]
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Il Grand Trianon è una lussuosa e raffinata “dépendance” del palazzo di Versailles che il re Sole fece edificare all’interno nel parco dall’architetto Hardouin Mansart nel 1687, come rifugio dall’opprimente vita di corte e dolce ritrovo con la signora di Montespan. Impossibile non cedere al fascino di questo edificio dalle proporzioni eleganti ed intime, un piccolo palazzo di marmo rosa e di porfiro circondato da incantevoli giardini. Il Piccolo Trianon era il luogo preferito da Maria Antonietta che vi trovava un’oasi di tranquillità in cui poter vivere una vita semplice e lontano dai fasti e dalla tirannide dell’etichetta. Questa reggia in miniatura fu voluta da Madame de Pompadour nel 1760 come luogo atto a “disannoiare il re”. Il palazzo fu edificato su progetto dell’architetto Ange-Jacques Gabriel che ne fece un capolavoro di sobrietà ed eleganza. Tuttavia, è lo spirito di Maria Antonietta a regnare da queste parti. Il palazzo, infatti, le fu donato da Luigi XVI per potervi condurre una vita appartata, lontana dalle obbligazioni di corte.

Vaux Le Vicomte | Verde e Paesaggio
Giardini di Versailles.

Infine, il grande parco che si estende alle spalle della reggia rappresenta una delle maggiori ricchezze di Versailles. Dalla finestra centrale della galleria degli specchi, si dispiega un panorama incantevole, che dai piedi del palazzo si estende a perdita d’occhio attraverso una lunga prospettiva impreziosita dal lavoro dell’architetto André Le Nôtre: fontane con sculture eleganti, giochi d’acqua, aiuole e canali. Particolarmente originale è stata la creazione del Grand Canal lungo 1670 metri, che fece da sfondo a numerose feste e che ospitò persino delle imbarcazioni. Dal 1669, infatti, Luigi XIV fece navigare sul canale scialuppe e vascelli in miniatura e nel 1674, la Serenissima inviò al re Sole due gondole e quattro gondolieri che furono alloggiati negli edifici alla testa del Canale, che da quel momento furono chiamati Piccola Venezia. I lavori di sistemazione dei giardini cominciarono contemporaneamente alla costruzione del palazzo e durarono per circa quarant’anni, si trattò di un’opera gigantesca che necessitò del lavoro di migliaia di persone.

Alessia Amato per L’isola di Omero

L’ASTRONOMO DI VERMEER: DALL’OSCURITÀ’ ALLA CONOSCENZA

L’Astronomo del pittore olandese Jan Vermeer (Delft, 31 ottobre 1632 – Delft, 15 dicembre 1675) è un dipinto olio su tela di modeste dimensioni (50,8 x 46,3 cm), conservato al Museo del Louvre di Parigi. Il soggetto raffigurato è appunto quello di un astronomo, ripreso di lato, intento nello scrutare e nel toccare con la mano destra un mappamondo.

A causa del posizionamento della finestra, la parte dell’opera destinata al globo celeste è più luminosa rispetto a quella predisposta per il corpo dello studioso. La mano tesa dell’astronomo verso la luce induce l’osservatore del dipinto a pensare che lo stesso soggetto ricerchi la conoscenza, la trasparenza, e la chiarezza per elevarsi dall’oscurità, che simboleggia l’ignoranza.

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Astronomo (Vermeer) - Wikipedia
L’Astronomo (1668), Jan Vermeer. Museo del Louvre (dal 1983).

Gli elementi essenziali della composizione sono manufatti e strumenti dotati di un verismo materico tale da poterne riconoscerne addirittura la fattura.

Il globo, che è l’elemento centrale del dipinto, risulta essere un tema caro all’autore in quanto compare in altre due opere del pittore olandese: nell’Allegoria della Fede cattolica (1671-1674 circa) e nel Geografo (1668-1669 circa); in tutti e tre i casi, l’elemento è composto in un simile formato, fornisce una identica fisionomia al protagonista, ed è collocato nella medesima ambientazione.

Copertina del libro di Otto Pächt, che si occupa di uno dei problemi centrali della storia dell’arte occidentale: la nascita di un nuovo tipo di pittura negli antichi Paesi Bassi, quella fiamminga; gli artisti che furono i promotori di questo rinnovamento sono il Maestro di Flémalle e i fratelli Van Eyck, mentre il Polittico di Gand appare come opera centrale che apre, al tempo stesso, nuove discussioni. Clicca qui.

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Nell’Astronomo Vermeer impiega tonalità tenui, spente e neutre, grazie alla sapiente modulazione della saturazione cromatica declinata su valori bassi. L’originario contrasto tra complementari, tra le fredde gradazioni delle stoffe e le calde sfumature dell’ambiente, è temperato dalla luce naturale filtrata dai vetri opachi della finestra.

Si tratta di un dipinto elegante, che gli amanti dell’arte fiamminga che si recano a Parigi non possono perdere.

Cosimo Guarini per L’isola di Omero

BANKSY: LA PORTA CON L’OPERA D’ARTE RUBATA al BATACLAN (gli aggiornamenti)

È stata ritrovata da pochi giorni in Italia la porta del Bataclan, la “sala da spettacolo” di Parigi situata nell’XI arrondissement, che era stata usata dall’artista britannico Banksy come base per una sua opera. La porta era stata rubata nel 2019 e il ritrovamento è avvenuto In un casale di campagna abruzzese.

L’apparizione dell’opera:

L’opera è apparsa a fine giugno 2018 sulla porta sul retro del Bataclan, in omaggio alle vittime degli attentati del 13 novembre 2015. Il lavoro venne subito attribuito allo street artist Banksy, in quanto lo stile esecutivo e la dinamica in cui è venuta alla luce sono inconfondibili.

Ritrovata in Abruzzo la porta del Bataclan con il murale di Banksy ...
Il murale poco dopo la sua apparizione a Parigi.

A dare notizia del furto, il 26 gennaio 2019, era stato lo stesso Bataclan esprimendosi su twitter:

«una profonda indignazione»: «l’opera di Banksy, simbolo di raccoglimento e che apparteneva a tutti: residenti, parigini, cittadini del mondo è stata rubata».

Cosa si sa dopo il ritrovamento?

Il tenente colonnello dei carabinieri Carmelo Grasso ha precisato che manca solo una maniglia ma l’opera è in ottimo stato, perché quando è stata identificata era nascosta da un telo protettivo; Probabilmente per non dare nell’occhio nel caso di eventuali posti di blocco.

Dalle notizie perpetrate, il recupero è stato possibile soprattutto grazie alla preziosa collaborazione internazionale delle forze di polizia.

Attualmente c’è solo un uomo indagato per ricettazione, ma la questione potrebbe essere più fitta ed ingarbugliata di quello che si pensa. I sospetti maggiori portano a pensare che l’opera sia stata destinata al mercato nero; per questo era stata portata in una campagna di Tortoreto, nel Teramano, al fine di poter essere visionata in gran segreto da mercanti e collezionisti d’arte senza scrupoli.

Gli investigatori hanno per ora escluso l’implicazione di cellule del terrorismo islamico.

Adesso il murale si trova al sicuro nel caveau del Nucleo tutela patrimonio culturale dei carabineri a Roma.

Cosimo Guarini per L’isola di Omero

pantheon di parigi: LA MERAVIGLIA DEL QUARTIERE LATINO

Quando si usa il termine Pantheon spesso si pensa subito a quello italiano situato a Roma. Ma anche Parigi possiede una struttura simile, che ha un analogo nome e con una storia importante.

Ti trovi in vacanza nella capitale francese? Devi sapere che il V arrondissement, meglio noto come Quartiere Latino, ospita una struttura religiosa dedicata a Sainte-Geneviève, patrona della città e della polizia. Il Pantheon del resto è collocato proprio in cima alla collina che prende il nome della Santa.

Pantheon (Parigi) - Wikipedia
Il Pantheon visto dall’esterno.

La sua costruzione è iniziata nel 1756 per volontà di Luigi XV e venne completata nel 1789. Inizialmente fu progettato per diventare una chiesa, in quanto il sovrano aveva deciso i costruire l’edifico in seguito ad un voto effettuato per guarire da una malattia; successivamente prese le sembianze di un mausoleo che contiene le salme dei personaggi di rilievo della storia di Francia. Tra i nomi delle personalità di cultura i cui corpi sono conservati all’interno non si possono non ricordare Voltaire, Jean-Jacques Rousseau e Alexandre Dumas.

Interior Arches and Domes The Panthéon Paris France ...
Il Pantheon visto all’interno.

3. Come arrivarci?

Métro: linea 10 (stazione Cardinal Lemoine), linea 7 (stazione Jussieu) o RER B (stazione Luxembourg) – Bus : 21, 27, 38, 82, 84, 85, 89

Porzione della mappa di Parigi: In rosso il Pantheon, non lontano dai famosi Giardini di Lussemburgo e dal Centro Pompidou.

4. Orari di apertura:

Aprile-settembre dalle 10 alle 18:30, ottobre-marzo dalle 10 alle 18. Chiuso il 1 gennaio, il 1 maggio e il 25 dicembre.

Cosimo Guarini per L’isola di Omero

Il Codice di Hammurabi: la più antica raccolta di leggi scritte della storia

Era l’inverno fra il 1901 e il 1902 quando, fra le rovine della città di Susa (capitale dell’antico Elam), l’archeologo Jaques de Morgan scoprì una delle più antiche e vaste raccolte di leggi scritte: il Codice di Hammurabi.

Il re babilonese Hammurabi

Hammurabi fu il re di Babilonia, e regnò dal 1792 al 1750 a.C. . In seguito a varie vittorie estese l’impero dal golfo Persico, attraverso la valle del Tigri e dell’Eufrate, sino alle coste del mar Mediterraneo. Fece di Babilonia la capitale del regno e, dopo aver consolidato le sue conquiste, difese le frontiere e garantì la prosperità dell’impero.

Il Codice

Le 282 disposizioni furono scolpite con caratteri cuneiformi su una stele di diorite nera, alta più di 2 metri.

Alla sommità troviamo il re in piedi, che venera il dio della giustizia, seduto sul trono. Il dio porge ad Hammurabi il codice delle leggi, considerate appunto di origine sacre.

La consegna del Codice di Hammurabi

La lingua con cui è stato scritto è quella accadica, parlata in Mesopotamia.

Dopo il prologo iniziale, troviamo i 282 articoli che riguardano varie categorie sociali e di reati, che comprendono anche rapporti familiari, commerciali ed economici, edilizia, regole per l’amministrazione del regno e giustizia.

La struttura del Codice

  1. I processi (1-5).
  2. Alcuni reati contro il patrimonio (6-26).
  3. La scomparsa della persona fisica (27-32).
  4. Alcuni reati propri dei militari (33-36).
  5. I diritti reali (37-65).
  6. Disposizioni perdute (66-99).
  7. Alcune disposizioni su obbligazioni e contratti (100-126).
  8. La calunnia (127).
  9. Rapporti familiari (128-195).
  10. Alcuni reati contro la persona (196-214) (qui sono contenute le notissime disposizioni sulla legge del taglione, come le nn. 196 e 200 sulle lesioni agli occhi e ai denti).
  11. Altre disposizioni su obbligazioni e contratti (215-282).
Alcuni dettagli del Codice

La legge del taglione

Oltre all’organicità normativa, il Codice di Hammurabi deve la sua fama anche alla codificazione della cosiddetta legge del taglione.

Essa prevedeva che la vittima di un danno poteva infliggere all’autore dello stesso un danno in egual misura (il cosiddetto “occhio per occhio”). Ma questa disposizione era applicata con un’equità diversa rispetto a quella attualmente conosciuta.

La civiltà mesopotamica, infatti, era suddivisa in classi. Alla sommità della piramide sociale vi erano gli awilu (“uomini civilizzati”), cioè i nobili e coloro che esercitavano funzioni politiche e di governo. Seguivano i mushkenu (“coloro che si sottomettono”), uomini semiliberi e senza proprietà. Ultimi nella gerarchia erano i wardu, ossia schiavi e servitori, che potevano essere acquistati e venduti.

La gravità della pena era legata allo status sociale del responsabile.

Perché è così importante?

Si parla di una delle prime raccolte organiche di leggi a noi pervenute, che esplicita il concetto giuridico della conoscibilità e della presunzione di conoscenza della legge. Per la prima volta nella storia del diritto, i comportamenti sanzionabili e le pene corrispondenti vengono resi noti a tutti.

All’avanguardia rispetto ai tempi più moderni è la suddivisione del testo in articoli: ogni disposizione normativa del codice, infatti, è numerata, il che ne consente il richiamo in modo facile.

Dove si trova?

La stele costituisce uno dei gioielli della collezione di Antichità orientali del Museo del Louvre, a Parigi. Al Pergamonmuseum di Berlino, invece, ne troviamo una copia.

Simona Lamarmora per L’isola di Omero

Poveri in riva al mare: l’emblema del Periodo Blu di Picasso

Realizzato da un 22enne Picasso nel 1903, Poveri in riva al mare è un dipinto a olio su tela, quello che forse, sintetizza al meglio tutte le influenze a cui il pittore spagnolo fu esposto agli esordi della sua carriera.

Il cosiddetto Periodo Blu di Picasso racchiude gli anni che vanno dal 1901 al 1904, lasso di tempo in cui, l’artista si stabilisce a Parigi, dove respira l’espressionismo dei Fauves e il forte accademismo ben evidente anche in quest’opera. La capitale francese per Picasso però, non rappresenta solo una nuova interpretazione artistica ma anche un luogo dove vide morire suicida il suo amico fraterno Carlos Casagemas. Questo triste evento diede origine alla produzione artistica del pittore.

Poveri in riva al mare" di Picasso: analisi

In foto: il dipinto (1,05 m x 0,69 m), conservato presso il Cleveland Museum of Art, Cleveland.

Il periodo blu si fonde quindi, a un velato pessimismo cosmico di leopardiana memoria, dove l’insoddisfazione e la tristezza diventano una visione eterna ed immutabile con una natura indifferente alla sofferenza umana.

I tre personaggi raffigurati sono un chiaro riferimento alla Sacra Famiglia. Essi si stagliano su uno scenario dominato, appunto, dal colore blu e dalle sue sfumature che delineano i contorni delle figure, del cielo, del mare e della sabbia.

Il dolore, la tristezza, la stessa povertà e la rassegnazione dei personaggi sono accentuati dai colori freddi utilizzati che annullano un qualsiasi tipo di fuoriuscita dalla situazione negativa in cui si trovano. Inoltre, i sentimenti oppressivi si denotano dall’atteggiamento: la schiena ricurva, la testa bassa, le braccia strette al petto che ne sottolineano una chiusura al mondo esterno.

Potremmo però, interpretare come simbolo di apertura, il gesto del bambino: la sua mano destra sulla gamba sinistra dell’uomo come a voler cercare calore e conforto.

Antonella Buttazzo per L’isola di Omero

Ballo in città: negli occhi di Renoir la vita è come un ballo

Ballo in città (Danse à la ville) è un dipinto del pittore impressionista francese Pierre-Auguste Renoir del 1883, attualmente conservato presso il Musée d’Orsay di Parigi.

Ballo in città al Museo d’Orsay.

L’opera gli fu commissionata insieme ad un altro dipinto, Ballo in campagna (Danse à la campagne), dal mercante Paul Durand-Ruel, con l’obiettivo di riprodurre su tela l’evento mondano del ballo in due ambienti diversi, in città e in campagna.

L’uno rappresenta l’eleganza di un ballo borghese, l’altro la passione e la gioia di un ballo vissuto nella libertà.

I due dipinti sono definiti come ‘pendant’, cioè sono stati creati per essere appesi l’uno accanto all’altro.

I due quadri l’uno accanto all’altro al Museo d’Orsay.

Nel dipinto Ballo in città viene rappresentata una coppia che balla, appartenete alla società parigina dell’epoca, e le due figure sono ritratte a grandezza naturale ed appaiono maestose, eleganti e raffinate.

La tavolozza è dominata da tonalità fredde, con colori come il bianco, il verde e il grigio.

I due protagonisti sono Paul Lhôte, amico di Renoir, e Suzanne Valadon, pittrice e modella, con la quale era strettamente legato.

I due dipinti sono collegati, poiché i ballerini sembrano essere partecipi dello stesso ballo, con movimenti uguali. Ma, nonostante questo, raffigurano due aspetti quasi antitetici del ballo.

In Ballo in città infatti ciò che emerge non è la passione e la spensieratezza, come percepiamo da Ballo in campagna, ma le convenzioni e la rigidità dei rapporti sociali borghesi.

Le due figure si trovano in un classico salone aristocratico, la dama è quasi rigida ed estraniata nei suoi pensieri.

A questi due dipinti sul tema del ballo se ne aggiunge poi un terzo, Ballo a Bougival.

Ballo a Bougival.

Ciò che contraddistingueva l’arte dei pittori impressionisti erano le pennellate vivaci e vibranti, mentre Renoir ad un certo punto ha iniziato a prediligere pennellate più specifiche e meno libere. Questo cambiamento stilistico avviene in seguito ad un viaggio in Italia, grazie all’influenza di alcuni pittori italiani, tra cui Raffaello. Da allora inizia a modellare le figure con maggiore precisione dei dettagli.

Simona Lamarmora per L’isola di Omero