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La rubrica del borgo. Giethoorn: il paese senza strade in Olanda

 Giethoorn è un piccolo borgo olandese che dista circa 120 Km dalla capitale Amsterdam.

La particolarità di questo paesino è che non ha strade ma solo canali pittoreschi e ponti in legno. Ciò comporta che le auto sono bandite e le persone si muovono a piedi, in bici o in barca.

Giethoorn conta poco meno di 3000 abitanti e pare sia stato fondato da fuorilegge e mercenari intorno al 1230. Un gruppo di fuggiaschi provenienti dal Mediterraneo, infatti, diede vita al piccolo borgo che solo successivamente prese le sembianze di quello che conosciamo oggi. 

Lungo i canali di Giethoorn.

Il borgo fu realizzato come insediamento degli estrattori di torba. Questa attività causò la formazione di stagni e laghi nell’ambiente circostante e la gente iniziò a costruire le case sugli isolotti tra i bacini.

La maggior parte delle case di Giethoorn si trovano su piccoli isolotti privati collegati tra loro da oltre 150 ponti di legno che attraversano il paesaggio.

Questo luogo da favola si trova esattamente nella provincia di Overijessel e fa parte del parco nazionale Weerribben-Wiedenn. Dunque, i visitatori che decideranno di recarvisi potranno rimanere a stretto contatto con la natura, dopo aver visitato quella che viene chiamata la Venezia del nord o dei Paesi Bassi.

Cosimo Guarini per L’isola di Omero

La rubrica del borgo. Naarden (Olanda): la città-fortezza a forma di stella

Naarden è un borgo olandese a soli 20 km da Amsterdam. Dunque è semplicissimo spostarsi da qui verso tutti gli altri posti significativi dei Paesi Bassi.

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È una città fortezza che vanta una forma particolarissima, che ricorda i contorni di una stella. Nata nell’anno 1000, venne distrutta da un’alluvione e poi ricostruita nel 1350. Il processo di fortificazione ebbe inizio dopo l’invasione del 1572 a opera degli spagnoli, al fine di punire l’Olanda per la sua ribellione. Il tutto richiese molto tempo e fu completato più di un secolo dopo, nel 1685.

Di seguito proponiamo alcune delle foto più caratteristiche di Naarden:

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Grazie per la visione!

Cosimo Guarini per L’isola di Omero

”Caro Theo”: le lettere di Van Gogh al fratello

Lettere a Theo (Brieven aan zijn broeder) è una raccolta epistolare che raccoglie gran parte della corrispondenza tra Vincent van Gogh e il fratello Theodorus.

Le lettere sono state raccolte dalla moglie di Theo, Johanna Bonger, dopo la morte del marito, e pubblicate nel 1914.

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Nella foto sovrastante è presente la copia delle lettere acquistabili cliccando su questo link.

Per molto tempo, dall’agosto 1872 fino al 27 luglio 1890, due giorni prima di morire dopo essersi sparato un colpo di rivoltella, Vincent scrisse al fratello Theo con una costanza che trova il solo termine di paragone nell’amore che egli nutriva per lui.

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Vincent e Theo Van Gogh.

Per molto tempo Theo fu il suo unico interlocutore; sempre fu quello privilegiato, il solo cui confidò le pene della mente e del cuore. Del resto, le lettere a Theo costituiscono la gran parte dell’epistolario vangoghiano. Dalla giovinezza alla piena maturità, esse ci permettono di seguire, quasi quotidianamente, la vicenda artistica e umana del grande pittore.

Anni dopo, tra il 1952 e il 1954, il figlio Vincent Willem pubblicò tutte le lettere, comprese quelle inviate da Theo a Vincent, nella raccolta: Verzamelde Brieven va Vincent van Gogh, pubblicata ad Amsterdam dalla casa editrice Wereld-Bibliotek. Di quest’ultima edizione furono fatte varie ristampe e traduzioni: The complete Letters of Vincent van Gogh New York Graphic Society, 1958; Correspondance complète de Vincent van Gogh Gallimar-Grasset 1960; un’edizione russa, Leningrado-Mosca, Pisna 1966. L’edizione italiana, in tre volumi, ebbe titolo Tutte le lettere di Vincent van Gogh, a cura della casa editrice Silvana Editoriale d’Arte, e apparve nel 1959, nella traduzione di Marisa Donvito e Beatrice Casavecch

Cosimo Guarini per L’isola di Omero

La camera di Van Gogh: angoscia e illusoria quiete

“Credo che questa camera da letto sia il mio miglior lavoro”. 

Con queste parole Vincent Van Gogh (1853 – 1890) descrive La camera,  in due lettere indirizzate al fratello Theo e all’amico Gauguin. Si tratta della sua camera da letto presa in affitto ad Arles, dopo  la fuga dalla caotica Parigi.

Una finestra illumina l’ambiente semplice, con pareti color lillà e il pavimento di un rosso consumato dal tempo. L’arredo è composto dal letto, due sedie e un tavolo; delle giacche sono appese a un appendiabiti, dietro la testiera del letto, mentre alle pareti ci sono i suoi quadri, tra i quali si distingue uno dei suoi celebri autoritratti.

I colori sono carichi e puri, stesi a strati corposi che rendono le pennellate molto evidenti; nonostante la costruzione prospettica sia corretta, si crea ugualmente un senso di vertigine: le linee del pavimento e del letto sembrano correre all’indietro, risucchiate dal punto di fuga fissato sulla finestra, generando un angoscioso senso di instabilità.

Ciò che Van Gogh ha cercato di raffigurare è il senso di quiete e di pace che quella camera gli donava, un riposo illusorio considerato che da lì a poco l’artista sarebbe stato internato presso un ospedale psichiatrico. Era un luogo angusto più che una camera eppure fu il luogo segreto di un’anima desiderosa della bellezza. Vincent dipinse un quadro che rappresentava tutto il suo disagio, il doloroso confronto con una realtà che lo rifiutava e infatti tutto in questa tela ci comunica la fatica di vivere dell’artista: le due sedie, metafora dell’attesa e dell’assenza; la finestra chiusa sull’orizzonte luminoso, simbolo del desiderio di Van Gogh di emergere dalle tenebre in cui si trovava. Tenebre dalle quali non uscirà mai, concludendo la sua tormentata esistenza a 37 anni, col suo genio riconosciuto solamente dopo la prematura morte.

Rosa Araneo per L’isola di Omero

Ritratto dei coniugi Arnolfini: l’apice dell’arte fiamminga di Jan Van Eyck

Il Ritratto dei coniugi Arnolfini è un dipinto fiammingo di Jan Van Eyck. Si tratta di un ritratto matrimoniale del famoso commerciante di Lucca Giovanni e della giovane moglie Costanza Trenta, residenti a Bruges.

La scena è ambientata nella stanza della coppia. Sul pavimento e sulle pareti compaiono molti oggetti dell’epoca. Sulla parete di fondo si nota uno specchio, in cui si riflettono due personaggi frontali oltre che i coniugi Arnolfini di schiena.

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Il particolare dello specchio.

Interpretazioni e simboli

Il Ritratto dei coniugi Arnolfini nel corso del tempo ha ispirato una serie di letture ed interpretazioni. All’interno della stanza vi è un lampadario che pende dal soffitto con una sola candela accesa. Questo aspetto, insieme al cane in basso, rappresenta la fedeltà coniugale. Invece, le arance dipinte sul davanzale e la presenza del letto sono un augurio di fertilità.

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Jan Van Eyck, Ritratto dei coniugi Arnolfini,  1434, olio su tavola, 81,8×59,7 cm. Londra, National Gallery

Il gesto che compie con la mano destra Giovanni Arnolfini è stato diversamente interpretato. Alcune versioni parlano di benedizione, altre di giuramento oppure di semplice saluto. La mano posata sul proprio ventre della moglie indica forse una possibile gravidanza.

Le interpretazioni più accreditate indicano la scena come una allegoria del matrimonio e della maternità. Un’altra versione indica l’evento come una promessa di matrimonio. Il dipinto può essere considerato come un dono di Giovanni Arnolfini alla giovane moglie.

La committenza del dipinto

Fu lo stesso mercante originario di Lucca, Giovanni Arnolfini, a commissionare l’opera a Jan Van Eyck. Come si evince dal particolare dello specchio, nel dipinto sono raffigurate anche altre due persone, probabilmente presenti durante la realizzazione, oltre ai protagonisti. Il Ritratto dei coniugi Arnolfini è firmato con data 1434 e riporta la scritta in latino “Johannes de Eyck fuit hic” (”Johannes van Eyck era qui”).

Il dipinto rimase di proprietà della famiglia fino al 1516 quando venne sequestrato da Diego de Guevara ambasciatore delle corte di Borgogna. Nel 1530 il Ritratto dei coniugi Arnolfini di Jan Van Eyck diventò proprietà di Maria d’Ungheria reggente dei Paesi Bassi. In seguito al trasferimento della sovrana in Spagna l’opera fu esposta presso il palazzo reale di Madrid. Dopo la conquista napoleonica Giuseppe Bonaparte, il ritratto fu trasportato in Francia. Più tardi furono gli inglesi di James Hay ad appropriarsi dell’opera e ad offrirla al re Giorgio IV, che la rifiutò non amando la pittura fiamminga. Così lo stesso James Hay la vendette alla National Gallery di Londra.

Cosimo Guarini per L’isola di Omero

La ”Notte stellata” di Vincent Van Gogh: la più visionaria notte della storia dell’arte

Vera e propria icona della pittura occidentale, la Notte stellata rappresenta uno fra i dipinti più famosi del pittore olandese, realizzato mentre si trovava nell’Istituto psichiatrico di Saint-Rémy-de-Provence.

Van Gogh aveva deciso di ricoverarsi l’8 maggio del 1889 in seguito ad un esaurimento nervoso, e dopo alcune vicissitudini personali poco piacevoli. Poco tempo prima si era trasferito nella cittadina francese di Arles insieme al suo amico fraterno Paul Gauguin, per far sorgere una nuova scuola artistica; ma le loro personalità si rivelarono ben presto incompatibili. Infatti molto noto è l’episodio in cui Van Gogh, in seguito ad una discussione con Gauguin, si tagliò un orecchio.

Autoritratto di Van Gogh

La Notte stellata è un quadro risalente al 1889. Ciò si evince dalle indicazioni contenute in una lettera che l’artista aveva indirizzato al fratello Theo. Probabilmente l’autore deve aver immortalato il cielo delle sere tra il 23 maggio e il 19 giugno, cioè il periodo in cui Venere era l’unica stella luminosa visibile.

Il dipinto

Sotto ad un cielo costellato di stelle, con una falce di luna in alto a destra, il pittore dipinge un paesaggio di campagna. Tra i dettagli notiamo delle casette con delle finestre illuminate, ed una chiesa con un alto campanile e un fitto bosco; mentre in basso a sinistra la continuità del paesaggio è interrotta da un grosso cipresso.

Notte stellata

La composizione del quadro è semplice: il cielo notturno occupa circa due terzi dello spazio della tela, mentre il terzo rimanente è occupato dal borgo e dalle colline ad esso retrostanti. Vi è un forte contrasto tra il caos del cielo e il tranquillo ordine del villaggio. Il cipresso crea un fiammeggiante collegamento tra la terra e il cielo, tra la vita e la morte: più che un albero sembrerebbe quasi una fiamma che divampa all’improvviso alla ricerca dell’infinito.

La tecnica

Van Gogh ha utilizzato brevi pennellate modellanti di colore materico, attraverso cui la matrice pittorica appare progressivamente sempre più tormentata. Egli ha usato colori puri, violenti, contrastanti tra loro. Tra i vortici del cielo della notte solo le stelle rappresentano dei punti fermi, attorno a cui far gravitare non solo il colore ma anche i suoi pensieri.

Il cipresso, in primo piano, assume la forma di una grande fiamma di colore scuro, e il cielo è dipinto sotto forma di vortici di nubi che lasciano aloni luminosi attorno sia alle stelle che alla luna. Le case e gli alberi, invece, diventano sempre più piccoli in lontananza.  Il blu e l’azzurro creano un’atmosfera insolita e sospesa, e il buio della notte è illuminato da bagliori violenti e da una forte energia cosmica. Il pianeta Venere rappresenta la stella più luminosa; infatti, in una lettera indirizzata al fratello, Vincent la definisce la “stella del mattino”.

Il pittore olandese in tutti i suoi lavori ha sempre lavorato più volte sullo stesso soggetto per trovare il modo migliore di stendere il colore, preparando bozzetti e disegni preparatori, e ha seguito la strada del suo amico fraterno Paul Gauguin, importante esponente dell’astrattismo.

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In questo dipinto è come se la natura, il cielo e la notte colmassero il suo desiderio di infinito. Ma la notte di Vincent non è reale, poiché dalla stanza dell’ospedale psichiatrico in cui si trovava non  poteva ammirare questa prospettiva; dunque, sicuramente l’immagine che rappresenta è risalente a qualche ricordo della sua infanzia.

La quiete della terra assopita si contrappone con l’energia pulsante del cielo notturno pieno di stelle.

In una lettera al fratello Theo, Van Gogh scrive: “ Spesso penso che la notte sia più viva e più riccamente colorata del giorno”.

Dove si trova il dipinto?

Van Gogh era molto legato a questo quadro, anche se pensava che non fosse uno dei suoi lavori migliori. Per questo motivo non lo spedì mai a suo fratello. Ma in seguito alla sua morte (si sarebbe suicidato in un campo di grano) e di quella di Theo, avvenuta a soli sei mesi di distanza, tutti i dipinti finirono nelle mani della vedova Jo, moglie di Theo, che decise di venderli. Fra i vari compratori, nel corso degli anni, l’ultimo fu Paul Rosenberg, che nel 1941 decise di portarla a New York.

Attualmente la Notte stellata è esposta al Museum of Modern Artr (MoMA) di New York.

Simona Lamarmora per L’isola di Omero

Ragazza col turbante: chi è la giovane del dipinto di Vermeer

La Ragazza col turbante (1665-1666), anche conosciuta come Ragazza con l’orecchino di perla è un dipinto di Jan Vermeer.

Una fanciulla emerge su di uno sfondo scuro con la testa che ruota di tre quarti verso lo spettatore del quadro.

Colpiscono in particolare due elementi figurativi: il primo è un inusuale turbante, composto da una fascia azzurra che avvolge la testa e da un drappo giallo annodato che pende dalla nuca fino alle spalle; il secondo è l’orecchino di perla. Quest’ultimo al tempo di realizzazione del dipinto rappresentava una vera e propria rarità, tanto da essere importato dall’oriente.

Il volto della ragazza mostra una rara bellezza sfuggente. Ma chi è la giovane?

Questo è un quesito a cui non si ha una risposta certa. Del resto la documentazione sul dipinto è misera.

Lo studioso Pieter Swillens nel 1950 escluse la possibilità che la fanciulla fosse la figlia dell’autore.

Altri storici dell’arte hanno posto l’ipotesi di un soggetto idealizzato che riproducesse una bellezza naturale, e che fosse frutto di un dipinto esclusivamente estetico senza riferimenti al ritratto di una donna reale.

Le ragioni sarebbero riconducibili ad alcuni elementi presenti nel quadro. Il turbante, infatti, era un copricapo molto costoso importato dalla Turchia, che non faceva parte del vestiario abituale di una ragazza olandese del Seicento. Tra l’altro era cromato di un blu costosissimo che si otteneva dai lapislazzuli. Lo stesso discorso vale per la perla. Tutti elementi difficili da trovare nella realtà di quel tempo.

Probabilmente l’opera era una delle tronie di Veermer. Con questo termine ci si riferisce letteralmente ad una ”faccia”. La rappresentazione del pittore si può ricondurre ad uno studio dei volti.

Cosimo Guarini per L’isola di Omero