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Il Cavallo di Troia era una nave? Il mito leggendario potrebbe essere errato

Il Cavallo di Troia era davvero un cavallo? È questa la domanda che si è posto l’archeologo navale Francesco Tiboni, dottore di ricerca presso l’Università di Marsiglia. Già da qualche anno egli sostiene che il mito fosse falsato, trattandosi di una nave.

Il mito:

Il cavallo di Troia è una macchina da guerra che, secondo la leggenda, fu usata dai greci per espugnare la città di Troia, conquistandola definitivamente dopo ben 9 anni di guerra. Per tale avvenimento non si può parlare di una data precisa, ma quella che sembrerebbe essere più attendibile è il 24 aprile 1184 a.C.

La processione del cavallo di Troia in un dipinto di Giandomenico Tiepolo.

L’ipotesi dell’equivoco

L’equivoco millenario sarebbe nato da un errore nella traduzione dei testi successivi a Omero, ai quali si ispirò lo stesso Virgilio (avvalendosi di un traduttore) per comporre l’Eneide. Secondo Tiboni, il manufatto realizzato dai greci per penetrare nelle mura di Troia non sarebbe stato letteralmente un cavallo, in greco hippos, bensì un tipo di nave fenicia che veniva analogamente chiamata”Hippos”.

I primi dubbi sul cavallo erano stati ventilati già in tempi antichissimi, da Pausania che, nel II sec. d.C. scriveva: «Che quello realizzato fosse un marchingegno per abbattere le mura e non un cavallo lo sa bene chiunque non voglia attribuire ai Frigi un’assoluta dabbenaggine. Tuttavia la leggenda dice che è un cavallo».

Cosimo Guarini per L’isola di Omero

Scilla e Cariddi nell’Odissea: la leggenda, la sua morale sulle ”scelte dell’uomo”

Una serie di ostacoli si frappongono tra Ulisse e Itaca. Ad un certo punto, egli per arrivarci deve scegliere fra due rotte impossibili: la prima passa fra gli scogli battenti che distruggono le navi maggiormente imprudenti; la seconda attraversa uno stretto canale fiancheggiato su di un lato da un mostro marino antropofago chiamato Scilla, e sull’altro da un grande vortice nominato Cariddi.

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Rappresentazione di Cariddi.
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Rappresentazione di Scilla.

Ulisse sceglierà di evitare le rocce battenti e di andare verso le stretto di Scilla e Cariddi, ovvero lo stretto di Messina. Qui l’eroe si troverà davanti ad un bivio: optare fra la morte sicura di alcuni dei suoi uomini o quella di tutti. Per preservare la vita del maggior numero di naufraghi, riterrà opportuno dover passare più vicino a Scilla.

Appena imboccato lo stretto, il cielo ad un tratto diventerà nero e la nave verrà investita dalle onde.

Ulisse guida la rotta lontano da Cariddi, ma d’un tratto dall’altro lato Scilla colpisce l’equipaggio fino a che sei uomini vengono divorati.

Per Ulisse è il momento peggiore di tutto il viaggio. Si sente impotente, ed è cosciente di aver causato la morte dei suoi collaboratori.

La morale: Anche il più umano dei comandanti dovrà scarificare qualche uomo pur di completare la missione.

Cosimo Guarini per L’isola di Omero