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Cime tempestose: i temi della gelosia e della vendetta di Emily Brontë

Cime tempestose è il libro Emily Brontë uscito nel 1847. Il romanzo tratta i temi fondamentali del romanticismo: amore, solitudine, odio, e vendetta.

Si tratta di una delle opere più importanti della letteratura mondiale, che è anche l’unica pubblicata dalla nota scrittrice inglese.

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La storia del romanzo inizia nel 1801 e tratta di Heathcliff, del suo amore per Catherine, e di come questa passione alla fine li distrugga entrambi.

Come detto precedentemente, infatti, tra i temi centrali del libro è presente l’effetto distruttivo che il senso di gelosia e lo spirito di vendetta possono avere sugli individui.

Heathcliff viene considerato come l‘eroe negativo di Cime tempestose. Questo aspetto è molto interessante perché mentre negli altri romanzi dell’Ottocento l’eroe è sempre senza macchia, in questo caso lo stereotipo viene rovesciato.

La storia è raccontata come una sorta di lungo racconto che Ellen Dean, o Nelly (la governante della famiglia) racconta al signor Lockwood, il nuovo affittuario di Thrushcross Grange; il finale è invece ambientato l’anno successivo alla partenza di Mr. Lockwood.

Cosimo Guarini per L’isola di Omero

Le due Frida: la scissione d’un cuore affranto.

Two Fridas è un straordinario olio su tela, realizzato nel 1939, dall’enigmatica e terribilmente affascinante Magdalena Carmen Frida Kahlo y Calderón, conosciuta come Frida Kahlo (Coyoacàn, 6 Luglio 1907- 13 Luglio 1954).

L’opera in questione non si limita alla funzione di attestare una duplice personalità, poiché turbata dalle vicende della sua vita. Essa consiste in un vero e proprio testamento, della pittrice, circa tutto ciò che nella vita l’ha condotta ad essere ciò che è stata, tra gli amori, le passioni e i dolori. Di fatti, se c’è un dipinto che può riassumere la sua intera vita artistica, ebbene, si tratta proprio de Le due Frida.

Un primo evento significativo per lei consiste proprio in quel tragico incidente che le avrebbe portato via la vita, non fosse stato, come Frida stessa racconta nel suo diario, per un fatidico incontro con la Morte, la quale le chiese di dipingere ogni giorno per il resto della sua vita, in cambio di una vita breve, ma intensa. Ed infinitamente piena è stata la sua vita, d’altronde.

Frida che dipinge sul suo letto.

L’artista si dichiarò dapprima figlia del 1910 e della sua grande rivoluzione messicana, tuttavia la sua vera data di nascita risiede nel 17 Settembre 1925, quando di ritorno da scuola, all’età di 18 anni, salì su un autobus insieme ad Alejandro Gómez Arias, il suo primo adolescenziale amore. Frida subì dei danni fisici gravissimi, che si sommarono alla già precedente spina bifida (malamente curata come poliomelite), cui seguirono circa 30 operazioni e anni di riposo a letto. Furono in particolare questi anni a formarla, poiché si dedico alla pittura in prima istanza, e di certo anche alla politica che la vide nella intransigente fila comunista.

Il secondo incontro, significativo quanto il primo, fu quello con Diego Rivera, che rimase così affascinato dall’arte un po’ turbata ed un po’ enfatica della pittrice, a tal punto da prenderla sotto la sua ala. Fu questo momento che vide la nascita di un amore atipico che culminó in un matrimonio altrettanto bohémien nel 1929, caratterizzato da passione e tradimenti, da amore e odio, che lei percepì come “il secondo grave incidente della sua vita”.

Quest’ultima non si risolve esclusivamente in questi due eventi, poiché la Kahlo ha davvero conosciuto il sapore di vita vissuta, attraverso vari viaggi e varie relazioni extraconiugali, spesso occasionali.

A dieci anni esatti dal conseguimento del matrimonio realizza questo capolavoro, incomprensibile se non si concede uno sguardo al suo precedente vissuto.

In seguito al divorzio causato da un tradimento che Frida non poté tollerare (con sua sorella Cristina), qui presenta due suoi autoritratti, che agli occhi attenti di un osservatore non possono che apparire totalmente differenti.

Frida accanto a ”Le due Frida”.

La Frida vestita di bianco è quella affranta, non più amata; l’altra indossa un vestito popolare messicano. Il collegamento fra le due è rappresentato solo da una sorta di flebo/vena spezzata, da cui sgorga del sangue e congiunge i due cuori, rotto quello della prima e intero quello della seconda. La prima ha in mano una tenaglia, la seconda una foto di Diego da bambino.

Il dipinto racconta della sua solitudine, alla quale si aggrega l’impossibilità di donare qualsiasi parte di sé stessa ad un’altra persona. È priva di sangue, di amore, di odio, è una Frida apatica.

La donna vestita di bianco è decisamente più europea, più composta anche nella postura. È una versione di sé che neppure riesce a comprendere, poiché proprio i suoi vari viaggi le hanno dimostrato quanto sia lontana da quel mondo. È una Frida che non rispecchia la sua calda essenza e di fatti non è amata. Soprattutto, essa determina l’interruzione della vena, che al contrario parte dall’altra Frida che ha in mano la foto di Diego. Questa si che la descrive per ciò che realmente è, una donna messicana, amante ed amata, con un cuore integro, degli abiti popolari ed una postura più libera, come dimostrano le evidenti gambe divaricate. Soprattutto, essa trattiene il ricordo del marito.

Non meno importante è lo sfondo nuvoloso, afflitto proprio come lei in questo periodo.

Una piccola menzione, sicuramente, deve attribuirsi alla sistematica scelta della presa di mani. Non è casuale, innanzi tutto, che le due Frida si diano la mano poiché attesta una certa consapevolezza dell’artista di essere ciò che è grazie all’unione delle due personalità. Tuttavia, va osservata la posizione delle mani, che non è secondaria. Frida vestita di bianco si limita ad appoggiare, delicatamente, la sua mano sull’altra con un fare arrendevole. L’altra invece tiene la mano con sé, vi è una stretta, una promessa.

Frida Kahlo morì di embolia polmonare nel 1954, dopo la soddisfazione ricevuta dalla realizzazione di una prima mostra nella sua città natale, dopo aver beatamente dichiarato: “Spero che l’uscita sia gioiosa e di non tornare mai più”.

Angela Cerasino per L’isola di Omero