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La caduta dell’Impero Romano d’Occidente: le similitudini con il mondo contemporaneo

In maniera formale la caduta dell’Impero Romano d’Occidente è stata fissata nell’anno 476 d.C.

In questa data Odoacre, il noto generale sciro o unno divenuto re degli Eruli, deposte l’ultimo imperatore romano d’Occidente, Romolo Augusto.

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Sebbene il declino fosse iniziato già dal III secolo d.C., dal punto di vista prettamente militare l’Impero romano d’Occidente cadde definitivamente dopo che nel V secolo fu invaso da vari popoli non romani.

Oltre alle invasioni di natura germanica, vi sono ulteriori fattori storicizzati che hanno contribuito alla caduta dell’impero:

  • il calo demografico: avvenuto per le guerre, le carestie, e le epidemie;
  • il crollo dei traffici commerciali e l’inflazione galoppante;
  • la crisi e la fuga dalle città;
  • lo squilibrio nella distribuzione della ricchezza: lusso eccessivo per pochi privilegiati e povertà per la grande massa proletaria;
  • la mancanza di consenso nei confronti del governo centrale: causata da una parte dalla corruzione sistematica, dall’altra dall’eccessivo peso fiscale che finiva per gravare sui ceti meno abbienti;
  • i difetti del sistema costituzionale, con il governo centrale condizionato dallo strapotere dell’esercito e sempre a rischio di usurpazione.
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La distruzione dell’Impero romano, di Thomas Cole.
Dipinto allegorico (ispirato molto probabilmente al sacco di Roma dei Vandali del 455). Il dipinto attualmente si trova a New York, presso l’Historical Society.

Quelli elencati precedentemente sono dei fattori che non sembrano tanto distanti dalla realtà della società contemporanea e degli Stati odierni. Esaminandoli punto per punto si può affermare che essi possono essere accomunati in special modo alla situazione italiana.

Il calo demografico della penisola, seppure in controtendenza con le statistiche mondiali, è evidente ed è destinato ad aumentare almeno per i prossimi trent’anni (se non si dovessero attuare delle politiche intelligenti volte ad una sterzata significativa).

A livello commerciale, invece, in un mondo globalizzato la crisi economica mondiale finisce per influenzare significativamente i traffici delle aziende italiane. Soprattutto se si pensa che il bel Paese è il secondo Stato europeo nella graduatoria dell’industria manifatturiera. Un settore, questo, che vive di esportazioni e fitte reti commerciali, che non possono subire frenate prolungate per poter garantire progresso e benessere a tutto il sistema nazionale.

Anche nel panorama italiano, così come negli ultimi anni di permanenza dell’Impero Romano, la fiducia verso le istituzioni è calata progressivamente fra i cittadini. Fiducia persa proprio per la persistenza di squilibri sociali, un’imponente burocratizzazione, ed un eccessivo peso fiscale.

Questi aspetti ci devono preoccupare o lasciare indifferenti?

L’universo degli stati nazionali sembra essere terminato, almeno nel mondo occidentale. Se si pensa all’economia italiana, è difficile sostenere che tutte le più grandi aziende del Paese siano al 100% italiane. Del resto i vari collegamenti commerciali presuppongono una certa internazionalizzazione dei contenuti di vendita. Dal punto di vista sociale, però, bisogna affermare con forza che non ci possono essere freni all’orgoglio di appartenenza ad una comunità, che porti all’aumento delle nascite e ad una fiducia rinnovata nei confronti delle istituzioni.

Cosimo Guarini per L’isola di Omero

La malattia dell’Occidente: il nichilismo del vivere quotidiano

Con nichilismo si intende non solo un’impostazione filosofica ma sopratutto un sintomo diffuso che attraversa tutto l’Occidente. È la sensazione dello svuotamento di tutti i fondamenti, umani o sociali: ci è stato insegnato che non vi è nulla di certo, che ogni eventuale principio o valore può rivelarsi erroneo, che dobbiamo orientarci in base a riferimenti di natura momentanea.

Lo svuotamento non genera più ribellione, anzi prende sempre più consistenza l’ansia, la noia e l’indifferenza: abbagliati dalle mille verità che ogni giorni si palesano davanti ai nostri occhi, ci dedichiamo al provvisorio e cominciamo ad accettare l’idea che non vi possa essere nessun significato definitivo nel nostro vivere.
Nietzsche rintracciava la presenza del nichilismo in un’assenza: quando manca la risposta al “perchè?” e quando i valori supremi perdono ogni valore. Quei valori che sono creati e condivisi e fanno da collante sociale perché ritenuti idonei a ridurre i conflitti e a garantire un’ordinata convivenza.

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Friedrich Nietzsche (15 ottobre 1844, Röcken, Lützen, Germania – 25 agosto 1900, Weimar, Germania): filosofo, poeta, saggista, compositore e filologo tedesco.


Oggi, nell’arena sociale, l’uomo non è più il soggetto del suo operare, ma il semplice esecutore di azioni prescritte e regolate dai soli criteri di efficienza e di produttività. La velocizzazione dei cambiamenti, l’accelerazione del quotidiano, il dissolversi della durata esaltano l’istantaneo e il vuoto del presente. La vita si svolge tutta come una serie di momenti e la razionalità che sembrava essere la gloria dell’uomo sembra scomparsa dal quotidiano.

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Affermare un principio e fermarsi a tale affermazione è sterile, dubitare è potenza perché significa uscire dalla gabbia dell’immediato vivere e avventurarsi alla ricerca di sé.
Si può riemergere dalla palude generata dal vuoto di valori riattivando la volontà di verità, una verità che non va trovata, ma costruita insieme perché solo perseguendo la ricerca di se stessi si può costruire una moralità che è incunabolo del senso della vita.

Rosa Araneo per L’isola di Omero