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Il capolavoro di Mirò: La fattoria

“Tutta la mia opera è concepita a Mont-Roig”, era solito ripetere Miró, parlando della fattoria che suo padre, orologiaio di Barcellona, comprò nel 1910 a pochi chilometri dalla costa di Tarragona. 

La fattoria acquistata dal padre di Mirò.

L’artista trascorse tutte le estati nella masía, dal 1911 al 1976 (a esclusione degli anni della Guerra Civile), dove ebbe il suo primo studio e dove trasse ispirazione per molti dei suoi capolavori, lavorando soprattutto alla scultura. La casa è simbolicamente ritratta da Miró nel 1921-22 in un celebre olio su tela, La fattoria (oggi alla National Gallery di Washington), comprata nientemeno che da Ernest Hemingway a Parigi negli Anni Quaranta. 

Un grande albero di eucalipto si staglia al centro del dipinto, che si prefigura come una sorta di inventario di tutto quello che era presente nella fattoria: dalle varietà degli animali allevati alle verdure, dagli edifici agli attrezzi. Sotto il cielo azzurro, il paesaggio del giardino è dominato da toni di terra brunastra, quasi una rappresentazione metafisica: c’è una spinta verso la descrizione realistica e minuziosa, tratteggiata in stile naif.  Tutto è su uno spazio definito da un piano terra inclinato verso l’alto tant’è che anche le forme sono inclinate nello stesso modo e sono rappresentate parallelamente all’immagine. La casa, il giardino, la campagna rappresentano il paesaggio emotivo, interiore di Mirò. Un mondo rurale autentico, pieno di poesia e carico di luce mediterranea.

Qui Mirò combina un interesse per il primitivismo, richiamando probabilmente anche la sua attrazione per l’arte popolare catalana, e un vocabolario cubista per produrre un paesaggio quasi inquietante che prefigura il suo lavoro surrealista.

Rosa Araneo per L’isola di Omero

“Persistenza della Memoria” di Salvador Dalì: la fotografia di un sogno fatto a mano

Il 23 gennaio 1989 moriva Salvador Dalì, uno dei più grandi artisti del Novecento inventore del metodo paranoico-critico ed una delle personalità più influenti e poliedriche del suo tempo. In occasione dei trent’anni della sua morte, a Matera fino al 30 novembre 2019 sarà possibile visitare la mostra intitolata “La Persistenza degli Opposti” un percorso espositivo pensato per rappresentare i principali dualismi concettuali dell’arte di Dalì. L’artista spagnolo era un uomo di opposti e tale fu la sua filosofia. I quattro temi scelti per il percorso museale sono: il Tempo, gli Involucri, la Religione e la Metamorfosi.

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Salvator Dalì (Figueres, 11 maggio 1904 – Figueres, 23 gennaio 1989).

Originale e provocatorio, nel corso della sua carriera durata oltre 70 anni, Dalì realizzò più di 1500 dipinti, oltre ad illustrazioni per libri, litografie, sculture, costumi e scenografie teatrali. La sua eredità artistica è immensa ed influenza ancora oggi il mondo dell’arte contemporanea. La sua esperienza è stata l’ultima a mettere l’Europa al centro della scena artistica mondiale prima dell’avvento della Pop Art che avrebbe spostato l’attenzione Oltreoceano.

Bergson agli inizi del 1900 pose un problema che venne subito recepito dalla letteratura: cosa succede, dunque, se il tempo condiviso non coincide con il tempo percepito?

Il flusso del tempo può essere colto nella “Persistenza della Memoria” di Salvador Dalì. In uno dei tanti paesaggi di Port Lligat, caratterizzato dagli scogli aguzzi della Costa Brava sullo sfondo e da un ulivo secco e malinconico in primo piano, il pittore spagnolo immagina tre orologi come oggetti inattesi, sottratti alla realtà quotidiana. Questi orologi vengono deformati dallo sguardo delirante di un sogno prodotto dall’inconscio dell’artista e suggerito dalla presenza di un occhio dalle lunghe ciglia che giace addormentato. Nella persistenza della memoria un orologio è sospeso ad un albero, un altro è adagiato su un parallelepipedo, un terzo è avvolto a spirale intorno ad una strana forma ed un quarto, l’unico non alterato, è ricoperto di formiche.

La Persistenza della memoria di Salvator Dalì.

Dalì associa ed altera liberamente gli orologi, protagonisti dell’opera: i due dilatati ricordano che la durata di un evento può ingrandirsi nella memoria, secondo quanto sosteneva lo stesso Bergson. Il terzo orologio è il simbolo del modo in cui la vita distorce la forma geometrica del tempo meccanico. Essi, sul punto di sciogliersi al sole, rappresentano, perciò, l’aspetto psicologico del tempo il cui trascorrere, nella percezione umana, assume una velocità diversa che segue solo la logica dello stato d’animo e del ricordo. L’unico orologio non deformato ricoperto di formiche, che sembrano divorarlo, indica l’annullamento di un tempo cronologico piegato alle esigenze quotidiane

La deformazione delle immagini è un mezzo per mettere in dubbio la razionalità, che vede gli oggetti sempre con una forma chiara e definita. Nella persistenza della memoria, Dalí invita l’osservatore a riconsiderare la dimensione del tempo e della memoria, nella quale il prima e il dopo si contaminano reciprocamente.

Alessia Amato per L’isola di Omero

L’infinito di Lucio Fontana tra tagli e luce

“Io buco e non c’è bisogno di dipingere perché è lì che passa l’infinito. Ciò che conta davvero non è l’estetica, ma l’aver bucato. Non ho mai distrutto, ho solo costruito”.

Con queste parole, Lucio Fontana (1899-1968), l’artista borghese sempre in giacca e cravatta, definiva il suo modo di fare arte, dei veri e propri buchi e dei tagli netti, essenziali ed assoluti su quelle tele a cui dava forme ed espressioni che lo hanno fatto poi apprezzare, conoscere ed imitare in tutto il mondo. Ogni quadro era per lui un oggetto e le sue opere con quei buchi e con quei tagli li chiamò, non certo a caso, “concetti”, perché non amava altre parole per descriverli al meglio.

La sua ricerca era costantemente rivolta al superamento delle forme artistiche tradizionali e la sua idea di spazio, inteso come materia da modificare, ha determinato un mutamento nell’uso della tela.

Concetto Spaziale – Attesa (1965) di Lucio Fontana

Crivellando la superficie di buchi, Fontana ha voluto affermare che si può procedere verso l’infinito, facendo passare la luce oltre la superficie pittorica. In questo l’artista in questione è il degno allievo di Moreau, che dipingeva con la spatola e non con i pennelli, ma anche dello stesso Van Gogh, che cercava di raggiungere con il colore e la luce la realtà che aveva dinanzi.

Concetto Spaziale – New York (1962) di Lucio Fontana.

Nella pittura di Fontana c’è la volontà di superare il limite stesso imposto dalla pittura per raggiungere il cosiddetto elemento cosmico. La ricerca della quarta dimensione che abita sin dagli esordi l’arte di questo artista, ha sconvolto l’idea stessa di arte, in contemporanea con il dripping di un altro grande, Pollock, l’uno all’insaputa dell’altro.

Rosa Araneo per L’isola di Omero

Modigliani ”L’artista italiano”: arriva la mostra in Puglia, ad Otranto

”1920-2020 Modigliani. L’artista italiano” è il titolo della mostra che è stata aperta lo scorso 30 maggio in Puglia nella cittadina di Otranto.

L’evento rimarrà fruibile fino al 3 novembre 2019 presso il Castello Aragonese.

Amedeo Modigliani (Livorno, 12 luglio 1884 – Parigi, 24 gennaio 1920) nel suo studio.

Cosa propone la mostra?

Sono visibili quaranta riproduzioni in scala 1:1 delle opere di Modigliani caratterizzate da un’altissima fedeltà cromatica, e montate su pannelli retroilluminati a Led.

Inoltre, numerosi e vasti sono gli apparati biografici e le riproduzioni di documenti sull’artista provenienti dal suo archivio personale; insieme a questi ci sono filmati, immagini e altri materiali, oltre ad un video prodotto da Sky Arte e dedicato alla straordinaria storia d’amore tra Amedeo e Jeanne.

La celebre frase pronunciata da Modigliani, accostata al dipinto in cui ha immortalato la propria amata. Immagine tratta dalla pagina Facebook L’isola di Omero.

L’iniziativa è stata ideata in vista del centesimo anniversario della morte di Modigliani, che ricorrerà nel 2020.

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Estratto della mostra di Otranto.

Biglietti, orari e contatti:

La mostra è visitabile tutti i giorni dalle 10,00 alle 24,00.
Ticket intero: 10,00 Euro; 
Ticket ridotto (gruppi di 12 persone, convenzioni, possessori della Otranto Card): 8,00 Euro;
Ticket ridotto per minori di 18 anni, residenti nel Comune di Otranto, convenzioni: 6,00 Euro; 
Gratuito per minori di anni 18 in visita con i genitori (ticket famiglia);
Gratuito per minori fino a 6 anni, guide turistiche con patentino (con gruppo);
Gratuito per disabili ed un accompagnatore.

Contatti per maggiori info:

Piazza Castello, Otranto 
Info 0836.21.00.094
castelloaragoneseotranto@gmail.com

Cosimo Guarini per L’isola di Omero

Alberto Burri: tra le grandi firme del Novecento c’è ”l’artista della materia”

Ai meno informati probabilmente sarà sfuggito che Alberto Burri era un artista laureato in medicina. Un particolare che desta stupore, se si riflette sugli altri grandi pittori e scultori italiani e stranieri del Novecento.

Di solito lo stereotipo dell’artista riconduce l’immaginario collettivo a pensare ad esso come un uomo bohemien, che vive in una realtà tutta sua e poco concreta.

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Alberto Burri (Città di Castello, 12 marzo 1915 – Nizza, 13 febbraio 1995)

Effettivamente anche Burri, come le altre grandissime firme dell’arte, ha passato gran parte della sua vita in solitudine. Egli, infatti, visse in un casolare isolato a pochi chilometri dal Roma, dove poté liberamente dar sfogo alle proprie intuizioni.

Indubbiamente, però, la propria produzione artistica è stata anche legata alla professione medica, in quanto in seguito all’esercizio della stessa vi furono alcuni episodi che ne condizionarono la vita.

Burri rese servizio medico per l’esercito italiano nel periodo della seconda guerra mondiale, durante gli interventi in Africa.

Essendo fascista, venne fatto prigioniero e spedito presso i campi di concentramento americani, precisamente in Texas. Fu qui che l’artista prese coscienza di una realtà produttiva che metteva al centro la composizione dei materiali.

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Alberto Burri durante la lavorazione della plastica

Egli introdusse una novità sconvolgente inserendo delle materie extra pittoriche all’interno dei quadri, come avvenne per la famosa serie dei sacchi.

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Alberto Burri, Sacco IV (1954)

Si tratta di composizioni modellate con delle cuciture e degli strappi. E’ facile pensare che tale novità inizialmente suscitò scandalo.

Successivamente, in particolare dagli anni Sessanta, si concentrò sull’utilizzo della plastica.

Alberto Burri ha così raccontato le strade e le figure di un tempo passato (forse il suo), quelle che lui ha deciso talvolta di odiare ed altre volte di amare.

Cosimo Guarini per L’isola di Omero

Il figlio dell’uomo di René Magritte: l’umorista surrealista

Tra le personalità più importanti del Novecento rientra quasi sicuramente René Magritte (Lessines, 21 novembre 1898 – Bruxelles, 15 agosto 1967). Facilmente riconoscibile per le sue opere emblematiche, spesso composizioni di giochi di parole e immagini, trasforma l’arte come un mero gioco di associazione.

A dire il vero, dietro a questi costrutti evocativi si nasconde un importante messaggio, ossia: liberare la mente dai costrutti creati dall’uomo e trasformare le emozioni negative in convenzioni positive e spesso ironiche, abbandonando i limiti imposti dalla stessa ragione umana. Elogiando quindi, la fantasia scaturendo emozioni di sorpresa, riflessione e stupore.

Tra le opere che più riassumono questa poetica dell’artista vi è Il figlio dell’uomo, del 1964 (nell’immagine sottostante).

Il soggetto è un autoritratto di Magritte, vestito di un abito scuro, abbinato a una bombetta, del quale non si vede il volto poiché nascosto da una mela verde.

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La mela verde nelle opere dell’artista belga ritorna spesso: ecco, infatti, che laddove s’ingrandisce, altrove si trasforma in una maschera. Nel caso di questo dipinto, la mela è un mezzo di contrasto tra l’uomo e la sua sete di ricercare un qualcosa di visibile al di là della mela stessa

Considerando la teatralità di Magritte, non dobbiamo soffermarci all’immagine raffigurata, lì dove, l’uomo non appare perché ha un volto, sempre visibile, ma andare oltre, nell’antro psicologico umano, parte inafferrabile della sua vera identità.

Antonella Buttazzo per L’isola di Omero

Il bacio: dall’Italia ebbe inizio il ”periodo aureo” di Klimt

Due passionali amanti si stringono nel momento di un bacio intenso. L’uomo tiene la testa dell’amata con estrema dolcezza, protendendosi verso di lei in segno protettivo.

Il bacio è uno dei più celebri dipinti dell’artista austriaco Gustav Klimt. Si tratta di un olio su tela di 180 x 180 cm. Attualmente l’opera è conservata presso l’Österreichische Galerie Belvedere di Vienna.

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Il bacio di Gustav Klimt (1907-08)

I due amanti indossano entrambi delle vesti mosaicate, che enfatizzano l’obiettivo professato da Klimt; ovvero quello di celebrare la forza dell’eros.

Tecnica utilizzata:

L’opera è caratterizzata dall’uso significativo del color oro. Una tecnica che non può non riportare alla memoria quella utilizzata per la realizzazione dei mosaici bizantini. Del resto, lo stesso pittore austriaco poté ammirare tale soluzione stilistica in seguito ad un viaggio compiuto a Ravenna nel 1903 (circa quattro anni prima di dedicarsi a Il bacio).

Con il nome di periodo aureo, infatti, si tenda ad indicare la fase in cui Klimt decise di impegnarsi nella produzione di quadri con l’utilizzo del color oro. Tale scelta portò conseguentemente alla perdita della profondità spaziale visiva nel dipinto.

Gustav Klimt
(Baumgarten, 14 luglio 1862 – Vienna, 6 febbraio 1918)
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Giuditta II (1909)

Gustav Klimt e la fine del periodo aureo:

Il periodo aureo si concluse nel 1909 con l’esecuzione di Giuditta II, seconda raffigurazione dell’eroina ebrea che liberò la propria città dalla dominazione assira: l’opera, caratterizzata da cromie più scure e forti, darà infatti avvio al cosiddetto periodo maturo dell’artista.

Cosimo Guarini per L’isola di Omero

Andy Warhol e la Pop Art: dalla riproducibilità tecnica alla Factory

“Alcune aziende erano recentemente interessate all’acquisto della mia
aura. Non volevano i miei prodotti. Continuavano a dirmi: “Vogliamo la
tua aura”. Non sono mai riuscito a capire cosa volessero. Ma sarebbero
stati disposti a pagare un mucchio di soldi per averla. Ho pensato allora
che se qualcuno era disposto a pagarla tanto, avrei dovuto provare ad
immaginarmi che cosa fosse. “
A. Warhol


Andy Warhol nacque a Pittsburgh il 6 Agosto del 1928. Dopo
essersi formato in arte pubblicitaria presso il Carnagie Institute of
Technology, si trasferì a New York. La Grande Mela divenne luogo
di rinascita e di sviluppo per l’artista, tanto da modificare i propri
stili di vita e il suo stesso nome, per renderlo quasi più
“commerciale”.

Presto ebbe l’opportunità di lavorare per riviste
acclamate, fra cui Vogue o Glamour, ricavandone l’esperienza
necessaria per il suo punto di vista circa l’arte stessa.

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Difatti, maturó in lui un’idea (che oggi potremmo dire essere
stata una profezia) : l’arte appartiene alle masse, dunque va
consumata
. Egli percepì l’esigenza delle masse di avvicinarsi al
mondo dell’arte, ma riteneva che esse avrebbero adottato i
sistemi che gli erano più vicini.

La Pop Art nacque proprio in
questo modo: modificando l’appercezione che le masse avevano
dell’opera d’arte, la quale precedentemente richiedeva
autenticità per conservarsi nel tempo e nello spazio
. È un dato di
fatto che, però, la riproducibilità tecnica dell’opera d’arte priva
l’arte stessa della sua autenticità, per poter andare incontro al
fruitore.
W. Benjamin in “L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità
tecnica” tempo prima, dà alla luce le sue considerazioni circa
questo fatto.

La sua attività artistica si caratterizzava per utilizzo dell’impianto
serigrafico
, che riproduceva, appunto, in maniera seriale le icone
della modernità: dal culto della star ai prodotti in voga, dai
marchi più commerciali alle immagini di incidenti stradali,
privandoli di ogni significato attraverso la ripetizione.

Andy Warhol aveva la necessità di esprimere un messaggio:
quello della democratizzazione dell’arte attraverso i prodotti di
massa
, i quali ponevano sullo stesso piano personaggi pubblici e
non, ampliando il concetto di vita quotidiana intrinseco nel consumismo (si veda Coca Cola).

Più tardi, decise di produrre dei film sperimentali, minimali
senza sonoro, girati con una camera fissa e da un unico punto di
vista. L’obiettivo era quello di “guardare le persone per come
sono veramente”. Fra questi ricordiamo: Sleep, Blow Job, Eat,
ecc.
La sua produzione artistica ebbe luogo nella Factory, dal 1962 al
1968, la quale non figurava esclusivamente come studio di
produzione ma soprattutto come rifugio per giovani in cerca di
notorietà spesso affranti e dediti alle droghe, ed ovviamente non solo. Warhol riteneva che quella situazione non fosse
controproducente, al contrario si presentava come “magica”
ispirazione.

Andy Warhol è stato un artista atipico che in alcun modo decise
di ritenersi anticonformista. Non lo era, affatto; di questo ne era
al corrente. Inevitabilmente percepì di far parte a questo
abnorme processo capitalistico e ritenne essenziale esternarlo
nella sua vita ancor più che nella sua opera. La sua aura, il suo hic
et nunc, probabilmente, risiede nella sua stessa immagine più che
nella sua produzione artistica
.

Angela Cerasino per L’isola di Omero