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Io e il villaggio di Chagall: il legame alla terra natale dell’autore e la simbologia dell’opera

Il museo MoMa di New York custodisce un’opera di un fascino unico, risalente al 1911 e realizzata dal grande artista Marc Chagall. Stiamo parlando de Io e il villaggio (191 x 150).

In questa tela si rivede l’attaccamento del pittore per la sua terra natale, in quanto è evidente la raffigurazione di paesaggi e campi russi che emergono dall’insieme di colori.

Elementi di spicco sono senz’altro i due profili che si stagliano su i lati sinistro e destro dell’opera. Da una parte vi è quello di una mucca, mentre dall’altro quello una figura con il volto di colore verde.

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Io e il villaggio (1911), Marc Chagall.

Con questi simboli Chagall tende ad evidenziare il legame armonioso e profondo che riguarda il mondo umano con quello animale. L’albero che emerge al centro dell’opera, tenuto in mano dalla figura verde, sicuramente sta a simboleggiare l’albero della vita.

L’uomo con la falce in alto, vicino alla donna capovolta, invece, si riferisce con molta probabilità alla rappresentazione della morte. Sempre in alto sono raffigurate delle case alcune dritte, alcune capovolte e una chiesa disposte ad arco quasi come ad indicare la curvatura della terra. In questo modo l’artista evidenzia la linea sottile che intercorre tra la realtà che viene rappresentata dalla fermezza delle case dritte e della terra, con la fervida e perturbante immaginazione che prende vita in ognuno di noi, rappresentata dalle case rovesciate.

Chagall con le sue opere sorprende sempre per l’effetto scenico offerto dai colori e dalle rappresentazioni fantasiose, ma l’aspetto simbolico dei particolari presenti nei suoi dipinti, se ben capiti, possono regalarci ancora più emozioni.

Cosimo Guarini per L’isola di Omero

Automat di Edward Hopper: la poetica della solitudine

Automat è un dipinto del 1927 del pittore americano Edward Hopper, che si trova al Des Moines Art Center, in Iowa (USA).

L’artista nasce a Nyack il 22 luglio del 1882 in una famiglia borghese. Viene incoraggiato fin da bambino a leggere, studiare arte e disegnare.

Egli sogna di diventare architetto, ma si guadagna da vivere facendo l’illustratore.

Alcune illustrazioni di Hopper.

Anche se i suoi quadri all’inizio non riscuotono il successo sperato, si iscrive alla New York School of Art. Dopo gli studi trascorre un periodo a Parigi, respirando la cultura europea, e traendo da essa ispirazione per i suoi quadri. Successivamente torna a vivere in America, cominciando ad elaborare composizioni vicine all’impressionismo. Come afferma il curatore del Whitney Museum of American Art:

“Hopper riproduce costantemente spazi ed esperienze tipici di New York, dove si osserva tra le persone una vicinanza e, allo stesso tempo, una separazione dovuta a diversi fattori, tra cui il movimento, la struttura, le finestre, i muri, la luce o il buio”.

Edward Hopper nel suo studio al Village, New York, nel 1955.

In Automat (Tavola calda) dipinge una donna sola, seduta ad un tavolo, immersa nei suoi pensieri. La sua faccia non è perfettamente visibile ed è coperta da un ampio cappello giallo.

La donna fissa una tazzina, ed è talmente estraniata dalla realtà notturna, che i suoi riflessi non sono presenti nella vetrata, al contrario delle luci che illuminano il locale.

Il dipinto Automat.

Il ristorante appare vuoto, e all’interno, oltre alla donna, ci sono solo oggetti: il termosifone, il tavolo, le sedie. Le gambe della protagonista sono il punto più luminoso del dipinto.

Il silenzio fa da padrone nella scena, e sembra quasi di percepire il respiro della giovane donna o il tintinnio della tazzina, in una scena immobile ed astratta.

Un dettaglio del dipinto, con il primo piano della donna.

Il quadro è dipinto come se lo spettatore fosse seduto in un tavolo accanto; degno di nota è il particolare della presenza della sedia vuota in basso a destra.

Ma guardando questo dipinto osserviamo un sogno o la realtà?

Difficile dirlo, ma quello che sappiamo è che Edward Hopper è un’artista che trasfigura la realtà, la astrae. In un certo senso, infatti, pur appartenendo al Realismo, a tratti è vicino alla metafisica.

L’artista priva la realtà della sua parte più superficiale, e ciò che ne rimane, e che noi vediamo, non può essere altro che l’essenziale.

Hopper, infatti, ha saputo cogliere quel senso di inquietudine, di vuoto, diffuso negli Stati Uniti degli anni ’20.

Nel quadro infatti il cappotto di colore verde e il cappello di colore giallo non fanno altro che far risaltare il senso di disillusione che proviene dalla protagonista della scena.

Simona Lamarmora per L’isola di Omero

Statua della Libertà: alla scoperta dei suoi particolari e della loro simbologia sul monumento

La Statua della Libertà simboleggia l’amicizia tra francesi e americani, ma è anche l’emblema della dichiarazione d’Indipendenza del 1776.

L’opera riproduce una donna indossante una toga, che tiene nella mano destra una fiaccola simbolo del fuoco eterno della libertà e nella mano sinistra una tavola sulla quale si legge la data del giorno dell’indipendenza americana: il 4 luglio 1776.

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La mano sinistra con la tavola.

In realtà il vero titolo del monumento è “La Libertà che illumina il mondo” ed il suo autore fu il francese Frédéric Auguste Bartholdi, con la collaborazione di Gustave Eiffel, che ne progettò gli interni.

Ai piedi della scultura è possibile notare delle catene spezzate, in segno di liberazione, mentre sulla testa è posta una corona con sette punte, a simboleggiare i sette mari e i sette continenti.

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Le catene spezzate ai piedi della Statua.

Sul piedistallo che sostiene la struttura è incisa una frase tratta da un sonetto intitolato The New Colossus. L’autrice fu la poetessa americana Emma Lazarus. Si tratta di un vero e proprio inno alla libertà e ad una vita dignitosa, nato dopo che la donna fece visita ai quartieri di quarantena degli immigrati nel porto di New York.

Proprio per questo, la Statua della Libertà acquisì importanza anche per gli immigrati che nella seconda metà del XIX secolo arrivarono in America alla ricerca di un nuovo futuro:

«Tenetevi, o antiche terre, la vostra vana pompa – grida essa [la statua] con le silenti labbra – Datemi i vostri stanchi, i vostri poveri, le vostre masse infreddolite desiderose di respirare liberi, i rifiuti miserabili delle vostre coste affollate. Mandatemi loro, i senzatetto, gli scossi dalle tempeste e io solleverò la mia fiaccola accanto alla porta dorata.»

Cosimo Guarini per L’isola di Omero

Il Coniglio di Jeff Koons battuto all’asta per 91,1 milioni di dollari. È record!

Il Rabbit, in Italia meglio conosciuto come Coniglio, realizzato in inox da Jeff Koons nel 1986 è stato battuto all’asta dalla più grande agenzia del settore al mondo, ovvero la Christie’s di New York per una somma totale di 91,1 milioni di dollari.

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Jeff Koons e il suo Rabbit (1986)

Si tratta di un nuovo record che riguarda la vendita di opere realizzate da artisti viventi. Infatti, Koons ha superato quanto stabilito lo scorso novembre da David Hockney.

Chi si è aggiudicato l’opera?

Il gallerista Robert Mnuchin, tra l’altro padre del ministro del Tesoro americano Steven Mnuchin, ha acquistato l’installazione artistica. Il Coniglio veniva dalla collezione dell’editore di Conde Nast, S.I. Newhouse. La stima di partenza era di circa 50 milioni di dollari.

Cosimo Guarini per L’isola di Omero

Il dripping di Pollock: evocazione dell’inconscio

Jack the dripper. Così veniva chiamato Jackson Pollock, in nome della tecnica da lui inventata, il dripping, per cui l’artista stendeva il colore gocciolandolo direttamente sulla tela. Egli è il primo artista americano ad ottenere un successo internazionale. Prima di lui la capitale dell’arte era Parigi e tutti gli artisti, anche per un breve periodo, si trasferivano nella capitale francese, centro dell’arte mondiale. Ma Pollock non uscì mai dai confini statunitensi e dopo di lui la capitale dell’arte si spostò a New York.

Gli anni tra il 1947 e il 1951 sono quelli in cui Pollock dipinge alacremente e in cui mette a punto la tecnica del dripping, dandole spessore ed autonomia. Number 27 del 1950 è una delle opere più significative per modalità esecutiva: come diceva lo stesso Pollock

“posso camminarci intorno, lavorare sui quattro lati, essere letteralmente nel quadro. Preferisco la stecca, la spatola il coltello. Quando sono dentro il mio quadro non so cosa sto facendo”.


Number 27 (1950) – Jackson Pollock

Egli è la superstar della pittura americana, trae le proprie immagini direttamente dall’inconscio, si serve di un’estetica primitivista, diventa parte del dipinto. La sua pittura rinuncia al compito classico di dipingere dei soggetti e tenta di esprimere movimenti, energie, ovvero ciò che afferra l’umano e lo possiede. Il rapporto con la tela non è più frontale, ma dall’alto in basso secondo un processo di caduta. Centrale non è più la visione capace di prevedere, ma lo sgocciolio che simboleggia il nostro essere al mondo. Come i danzatori della pioggia, Pollock sembra danzare intorno al quadro per trattenere le forze sulla tela. Anche le misure della tela, enormi o inusuali, sembrano essere stabilite dall’opera stessa.

Non vi è pittura più evocativa di quella di Pollock. Un’evocazione dell’inconscio e dell’inumano.

Rosa Araneo per L’isola di Omero

Andy Warhol e la Pop Art: dalla riproducibilità tecnica alla Factory

“Alcune aziende erano recentemente interessate all’acquisto della mia
aura. Non volevano i miei prodotti. Continuavano a dirmi: “Vogliamo la
tua aura”. Non sono mai riuscito a capire cosa volessero. Ma sarebbero
stati disposti a pagare un mucchio di soldi per averla. Ho pensato allora
che se qualcuno era disposto a pagarla tanto, avrei dovuto provare ad
immaginarmi che cosa fosse. “
A. Warhol


Andy Warhol nacque a Pittsburgh il 6 Agosto del 1928. Dopo
essersi formato in arte pubblicitaria presso il Carnagie Institute of
Technology, si trasferì a New York. La Grande Mela divenne luogo
di rinascita e di sviluppo per l’artista, tanto da modificare i propri
stili di vita e il suo stesso nome, per renderlo quasi più
“commerciale”.

Presto ebbe l’opportunità di lavorare per riviste
acclamate, fra cui Vogue o Glamour, ricavandone l’esperienza
necessaria per il suo punto di vista circa l’arte stessa.

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Difatti, maturó in lui un’idea (che oggi potremmo dire essere
stata una profezia) : l’arte appartiene alle masse, dunque va
consumata
. Egli percepì l’esigenza delle masse di avvicinarsi al
mondo dell’arte, ma riteneva che esse avrebbero adottato i
sistemi che gli erano più vicini.

La Pop Art nacque proprio in
questo modo: modificando l’appercezione che le masse avevano
dell’opera d’arte, la quale precedentemente richiedeva
autenticità per conservarsi nel tempo e nello spazio
. È un dato di
fatto che, però, la riproducibilità tecnica dell’opera d’arte priva
l’arte stessa della sua autenticità, per poter andare incontro al
fruitore.
W. Benjamin in “L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità
tecnica” tempo prima, dà alla luce le sue considerazioni circa
questo fatto.

La sua attività artistica si caratterizzava per utilizzo dell’impianto
serigrafico
, che riproduceva, appunto, in maniera seriale le icone
della modernità: dal culto della star ai prodotti in voga, dai
marchi più commerciali alle immagini di incidenti stradali,
privandoli di ogni significato attraverso la ripetizione.

Andy Warhol aveva la necessità di esprimere un messaggio:
quello della democratizzazione dell’arte attraverso i prodotti di
massa
, i quali ponevano sullo stesso piano personaggi pubblici e
non, ampliando il concetto di vita quotidiana intrinseco nel consumismo (si veda Coca Cola).

Più tardi, decise di produrre dei film sperimentali, minimali
senza sonoro, girati con una camera fissa e da un unico punto di
vista. L’obiettivo era quello di “guardare le persone per come
sono veramente”. Fra questi ricordiamo: Sleep, Blow Job, Eat,
ecc.
La sua produzione artistica ebbe luogo nella Factory, dal 1962 al
1968, la quale non figurava esclusivamente come studio di
produzione ma soprattutto come rifugio per giovani in cerca di
notorietà spesso affranti e dediti alle droghe, ed ovviamente non solo. Warhol riteneva che quella situazione non fosse
controproducente, al contrario si presentava come “magica”
ispirazione.

Andy Warhol è stato un artista atipico che in alcun modo decise
di ritenersi anticonformista. Non lo era, affatto; di questo ne era
al corrente. Inevitabilmente percepì di far parte a questo
abnorme processo capitalistico e ritenne essenziale esternarlo
nella sua vita ancor più che nella sua opera. La sua aura, il suo hic
et nunc, probabilmente, risiede nella sua stessa immagine più che
nella sua produzione artistica
.

Angela Cerasino per L’isola di Omero