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NIKE DI SAMOTRACIA: IL RITROVAMENTO E IL MARMO DI PARO

All’interno del Louvre, sul famoso scalone progettato da Hector Lefuel si erge maestosa la Nike di Samotracia, opera ammirata in tutto il suo splendore da milioni di visitatori durante il corso degli anni nel prestigioso museo francese.

In realtà, però, anche se parliamo di una bellezza conosciutissima dai viaggiatori di tutto il mondo, la storia di quest’opera è in parte oscurata. Essa rappresenta probabilmente l’incarnazione della Vittoria resa divinità dai Greci, raffigurata come una donna con le ali pronta a prendere il volo o appena posatasi su di un basamento.

La statua era collocata originariamente su una prua marmorea di una nave, obliquamente slanciata e coperta da un panneggio mosso dal vento. Numerosi restauri, tra cui uno recentissimo, hanno tentato di riportare l’opera come nel suo stato originario; ma è necessario uno sforzo di immaginazione per comprendere la sua bellezza primigenia.

La Nike di Samotracia - Arte Svelata
Nike di Samotracia, presso Museo del Louvre a Parigi.

Conosciamo l’autore?

La statua venne ritrovata in una piccola isola del Mar Egeo che le diede il nome: Samotracia. Si trovava all’interno di un santuario dedicato ai grandi Dei, poi abbandonato con l’avvento della religione cristiana.

Nel 1862 Charles Champoisseau viceconsole di Francia ad interim ad Adrianopoli ritrovò i frammenti del monumento, durante una visita archeologica. Dal cumulo di rovine spuntarono prima un seno, poi più tardi un corpo senza testa e braccia. L’anno dopo la statua arrivò a Parigi, con alcune ammaccature imputabili al difficile trasporto.

Il suo materiale costitutivo è il pregiato marmo di Paro, proveniente dalle cave dell’isola di Paros. Si tratta di una materia purissima, tanto bianca da poter sembrare ghiaccio. L’opera fu probabilmente scolpita a Rodi tra il 200 e il 180 a.C. in quanto l’attribuzione è assegnata allo scultore Pitocrito, figlio di Timocare di Rodi.

Archivo:Museo de La Plata - Mármol blanco.jpg - Wikipedia, la enciclopedia  libre
Estratto di marmo di Paro.

Pitocrito cercò di usare tutti gli espedienti possibili per restituirci l’idea di movimento e di velocità. La composizione scenografica è ricca del pathos tipico dell’ellenismo. Dopo tanti secoli questa statua riesce a trasmettere ancora meraviglia nonostante le tante mancanze, tanto da averci abituato a pensare che sia stata progettata così come ci appare ora.

Cosimo Guarini per L’isola di Omero

L’ASTRONOMO DI VERMEER: DALL’OSCURITÀ’ ALLA CONOSCENZA

L’Astronomo del pittore olandese Jan Vermeer (Delft, 31 ottobre 1632 – Delft, 15 dicembre 1675) è un dipinto olio su tela di modeste dimensioni (50,8 x 46,3 cm), conservato al Museo del Louvre di Parigi. Il soggetto raffigurato è appunto quello di un astronomo, ripreso di lato, intento nello scrutare e nel toccare con la mano destra un mappamondo.

A causa del posizionamento della finestra, la parte dell’opera destinata al globo celeste è più luminosa rispetto a quella predisposta per il corpo dello studioso. La mano tesa dell’astronomo verso la luce induce l’osservatore del dipinto a pensare che lo stesso soggetto ricerchi la conoscenza, la trasparenza, e la chiarezza per elevarsi dall’oscurità, che simboleggia l’ignoranza.

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Astronomo (Vermeer) - Wikipedia
L’Astronomo (1668), Jan Vermeer. Museo del Louvre (dal 1983).

Gli elementi essenziali della composizione sono manufatti e strumenti dotati di un verismo materico tale da poterne riconoscerne addirittura la fattura.

Il globo, che è l’elemento centrale del dipinto, risulta essere un tema caro all’autore in quanto compare in altre due opere del pittore olandese: nell’Allegoria della Fede cattolica (1671-1674 circa) e nel Geografo (1668-1669 circa); in tutti e tre i casi, l’elemento è composto in un simile formato, fornisce una identica fisionomia al protagonista, ed è collocato nella medesima ambientazione.

Copertina del libro di Otto Pächt, che si occupa di uno dei problemi centrali della storia dell’arte occidentale: la nascita di un nuovo tipo di pittura negli antichi Paesi Bassi, quella fiamminga; gli artisti che furono i promotori di questo rinnovamento sono il Maestro di Flémalle e i fratelli Van Eyck, mentre il Polittico di Gand appare come opera centrale che apre, al tempo stesso, nuove discussioni. Clicca qui.

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Nell’Astronomo Vermeer impiega tonalità tenui, spente e neutre, grazie alla sapiente modulazione della saturazione cromatica declinata su valori bassi. L’originario contrasto tra complementari, tra le fredde gradazioni delle stoffe e le calde sfumature dell’ambiente, è temperato dalla luce naturale filtrata dai vetri opachi della finestra.

Si tratta di un dipinto elegante, che gli amanti dell’arte fiamminga che si recano a Parigi non possono perdere.

Cosimo Guarini per L’isola di Omero

La zattera della Medusa: un tragico percorso fra cronaca ed attualità

Il dipinto, realizzato fra il 1818-1819 da Theodore Gericault, propone la riflessione oggettiva d’un dramma realmente accaduto nel 1816.

Volendo brevemente trattare della sua composizione fisica, Le Radeau de la Méduse, è un olio su tela (491×716 cm), conservato nel Museo del Louvre a Parigi.

Gericault dipinse con pennelli di piccola dimensione e con colori ad olio particolarmente viscosi, che diedero modo all’opera di asciugare rapidamente; questa scelta, probabilmente, esplica la necessità dell’artista di divulgare il prima possibile la sua idea, oppure, il fatto che egli avesse ben chiaro il dramma del naufragio.

Difatti, la tavolozza dei colori utilizzati per la rappresentazione è carica di espressività: toni pallidi per i corpi dei sopravvissuti, sottoposti a diversi mali (fisici e psicologici), e per le stesse sagome dei morti, e colori tetri, scuri, fangosi per destare una sorta di empatia nell’osservatore.

A donare un piccolo spiraglio di luce, è l’orizzonte ove si trova la nave Argus che trarrà in salvo i naufraghi.

È proprio qui che, l’osservatore, ritroverà quella speranza smarrita all’inizio della contemplazione dell’immagine.

Il dipinto è stato accuratamente spartito in due strutture piramidali: la prima piramide delineata dalla zattera stessa, la seconda dai corpi ormai privi di vita sui quali emergono i pochi sopravvissuti intenti a richiamare l’attenzione della nave.

Schema piramidale realizzato sul dipinto

La tragedia è resa evidente mediante una chiave di lettura imposta dallo stesso Gericault, il quale fece sua nei minimi dettagli la vicenda. Essa si prolungò per diverse settimane, causando un numero di morti non trascurabile: solo quindici furono i sopravvissuti.

Tuttavia, gli avvenimenti furono ancora più macabri di quanto lo stesso artista sia riuscito ad immaginare, o perlomeno, a narrare nella sua opera. Le condizioni catastrofiche degli avvenimenti diedero luogo ad episodi di cannibalismo per la sopravvivenza.

Qui, abbiamo un uomo spogliato della sua umanità, un uomo privo d’ogni carattere morale che è prossimo alla morte. Commovente è anche la necessità dei soggetti di appoggiarsi gli uni agli altri, come per alleviare i loro mali.

Si tratta di una vicenda disperata ancor più che macabra; un dramma che, però, non può esser definito d’altri tempi, poiché a distanza di due secoli esatti risulta essere ancora terribilmente attuale.

La maestosità di questo dipinto risiede nella sua immortalità.

Angela Cerasino per L’isola di Omero