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L’Oracolo di Delfi: lo splendore e il fascino del mondo greco

Secondo la tradizione, Delfi era esattamente al centro del globo terrestre, ma non fu la sua posizione a conferirle notorietà: la città infatti ospitò l’oracolo più influente del mondo greco ovvero l’Oracolo di Apollo.

Situato sulle pendici del monte Parnaso, l’Oracolo di Delfi traeva origine dall’uccisione del serpente Pitone, posto a guardia di una fonte sacra, da parte di Apollo. Secondo il mito, il dio insediò il santuario pitico e ordinò che una vergine, la Pizia, proferisse gli oracoli ispirata dal soffio divino.

In origine la Pizia era una giovane vergine nativa del paese, ma in seguito per ricoprire questo ruolo fu scelta una donna di età più avanzata, che viveva all’interno del santuario e doveva osservare una rigorosa castità.

La Pizia

La Pizia si sottoponeva ad un cerimoniale preparatorio prima di proferire il responso del dio Apollo: beveva acqua della fonte Cassiotis, masticava alcune foglie di lauro e assorbiva i vapori che salivano da alcune fenditure del terreno e che le procuravano uno stato di trance.

I suoni più o meno intellegibili che uscivano dalla sua bocca venivano riformulati dai sacerdoti e ne traevano un responso formulato con parole ambigue: il rischio di essere smentiti dai fatti poteva compromettere definitivamente il prestigio della Pizia, pertanto eventuali responsi sbagliati erano attribuiti all’incapacità di comprendere, piuttosto che a quella di prevedere.

Iniziò così la grande storia di Delfi e del suo Oracolo, meta di pellegrini che giungevano lì da ogni angolo del mondo antico per ricevere il vaticinio della sacerdotessa.

Omphalos, pietra che indica Delfi come ombelico del mondo

Ma col passare del tempo, l’Oracolo perse la sua divina imparzialità e così l’indipendenza del santuario venne mortificata dal dominio politico e militare delle varie potenze egemoniche.

 Rosa Araneo per L’isola di Omero

Venere e Adone: lo specchio della mitologia secondo Tiziano

Tra le numerose tele che Tiziano dedicò in età matura al tema mitologico dell’amore tra Venere e Adone (tra queste, citiamo quelle della Galleria Nazionale di Roma e del Metropolitan Museum di New York), il dipinto del 1553, conservato al Museo del Prado di Madrid, spicca maggiormente poiché fu il primo ad essere prodotto. 

L’opera svolge un ruolo importante per gli studi sulla ricostruzione artistica dell’artista: ne segna la committenza del re di Spagna Filippo II che, a partire dal 1554 fino alla morte di Tiziano, avvenuta nel 1576, fu il suo principale mecenate.

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Ritratto di Filippo II.

Contrariamente alle opere con medesimo soggetto degli anni giovanili, in questo dipinto, Tiziano si confronta con i miti antichi con un atteggiamento del tutto diverso.


In foto: Venere e Adone (1553–1554), Tiziano Vecellio. Collocato presso il Museo del Prado.

Alle celebrazioni festose del mondo classico, accompagnate da esuberanti composizioni dai colori brillanti (come le opere per il ‘’camerino d’alabastro’’ del duca d’Este), si contrappone qui una sonora malinconia che sfocia anche in tragedia, in violenza e in una crudeltà, spesso nascosta dai primi sentimenti percepiti, perlopiù allegri e spensierati di alcune favole antiche.

Difatti, la tela del Prado non sfugge a questa caratteristica: Tiziano ritrae il triste momento in cui Venere viene abbandonata dall’amato Adone, troppo preso dalla passione per la caccia, che, in un certo senso, anticipa la sua morte, avvenuta a opera di un cinghiale inferocito.

In realtà, come viene sottolineato dallo storico Augusto Gentili, ‘’il tema della caccia è una metafora della vita umana sempre peregrinante e soggetta al capriccio del caso e alla crudeltà degli dei’’.

Il mesto sentimento è altresì sottolineato dal contrasto cromatico del luminoso e idillico paesaggio in cui essa è ambientata.

Quanto ai modelli anatomici, il corpo marmoreo di Venere è presumibilmente ispirato al Letto di Policleto, noti rilievi antichi raffiguranti Cupido e Psiche, che Tiziano poteva aver ammirato durante il soggiorno romano del 1545-1546.

Antonella Buttazzo per L’isola di Omero

Le 12 fatiche: Eracle e la liberazione dalla vendetta di Era

Le 12 fatiche di Eracle sono delle storie che fanno parte della mitologia greca: si ipotizza che siano state unite in un unico racconto chiamato L’Eracleia da Pisandro di Rodi, intorno al 600 a.C. Esse raccolgono tutte quelle imprese che l’eroe ha dovuto compiere per espiare il peccato di aver sterminato la sua famiglia durante un attacco d’ira. 

Eracle è una figura molto importante all’interno del corpus mitologico dell’Antica Grecia.

L’eroe era figlio della regina Alcmena e Zeus, il padre degli Dei. In realtà Alcmena era sposata con il re Anfitrione, ma pur di giacere con la donna Zeus prese le sembianze del marito e la sedusse.

Dall’unione tra il dio e Alcmena nacque Eracle, che però incorse nell’odio di Era, madre degli Dei e sposa di Zeus, che vedeva nel bambino la prova dell’infedeltà di suo marito; per questo, nonostante una forza prodigiosa, Eracle non ebbe una vita facile, dal momento che Era lo odiava profondamente! Proprio da un crudele dispetto di Era ebbe origine l’impresa delle Dodici Fatiche di Eracle.

LE 12 FATICHE DI ERCOLE: IL VIAGGIO DELL'ANIMA - Sentiero astrologico

Un giorno infatti la dea fece cogliere il forzuto eroe da un attacco di follia e questi, in un raptus di pazzia rabbiosa, uccise moglie e figli.  Una volta riacquistato il senno, Eracle si disperò e decise di recarsi dall’Oracolo di Delfi dove la Pizia, la sacerdotessa che parlava per bocca delle divinità, gli avrebbe rivelato un modo per espiare il suo terribile peccato.

L’oracolo comandò così all’uomo di mettersi al servizio del re di Tirinto e Micene, Euristeo, un uomo avido ma non molto intelligente che spinse Eracle a 12 pericolosissime imprese, le famose “12 fatiche di Eracle”.

L’eroe uscì vittorioso da tutte le sue imprese e riuscì finalmente a liberarsi dalla vendetta di Era e dai suoi rimorsi.

Quali sono le 12 Fatiche di Ercole? - Focus Junior

Quali sono le 12 fatiche?

1 – Uccisione del leone di Nemea. Come prima impresa Eracle dovette affrontare un gigantesco e famelico leone che terrorizzava gli abitanti di Micene e Nemea.

2 – Uccisione dell’idra di Lerna, un mostro a metà tra un drago e un serpente che, oltre ad essere velenosissimo, aveva nove testa e, ogni volta che ne veniva tagliata una, al suo posto ne ricrescevano due! 

3 – Cattura della cerva di Cerinea, che era più veloce delle frecce che Eracle le scagliava.

4 – Cattura del cinghiale del monte Erimanto, che distruggeva i campi della zona.

5 – Pulizia delle stalle di Augia, re dell’Elide (nel Peloponneso). Le stalle erano stracolme del letame e ciononostante il bestiame si era moltiplicato. Per ripulire il tutto in un solo giorno, Eracle decise, addirittura, di deviare i fiumi Alfeo e Peneo e farli scorrere nelle stalle.

6 – Uccisione degli uccelli del lago Stinfalo, che mangiavano carne umana (rappresentata nel mosaico sottostante).

Uccelli del lago Stinfalo - Wikipedia

7 – Cattura del toro di Creta. Esso era stato reso furioso da Poseidone perché Minosse non glielo aveva sacrificato come promesso. Ercole lo catturò vivo e lo portò ad Atene.

8 – Cattura delle giumente di Diomede il re di Tracia. Tali cavalle si nutrivano di carne umana. 

9 – Conquista della cintura di Ippolita, regina delle Amazzoni, le donne guerriere.

10 – Cattura dei buoi di Gerione, una creatura che sopra le due gambe portava tre busti, con tre teste e sei braccia.

11 – Conquista dei pomi d’oro del giardino delle ninfe Esperidi. La prova consisteva nel riportare a Micene tre mele (o pomi) d’oro provenienti dal leggendario Giardino delle Esperidi, le tre Ninfe che custodivano il luogo sacro.

12- Cattura del cane Cerbero, il cane a tre teste che stava a guardia del mondo degli inferi. Ercacle allora si recò da Ade, il dio dell’Oltretomba, che gli diede il permesso di prendere Cerbero a patto di riuscire a domarlo senza l’uso delle armi.

Rosa Araneo per L’isola di Omero

Donne nell’arte: da Tiziano a Boldini. La mostra che colpisce l’Italia settentrionale

Dal 18 gennaio 2020 Palazzo Martinengo a Brescia ospita un’esposizione dedicata alla rappresentazione della donna nell’arte dal Cinquecento fino alla Belle Époque. Il nome della mostra è Donne nell’arte: da Tiziano a Boldini, e rimarrà aperta fino al 7 giugno 2020.

Sono state selezionate circa cento opere provenienti da alcuni grandi musei e collezioni private. L’obbiettivo principale è quello di dimostrare come la donna abbia da sempre avuto un ruolo centrale nella storia dell’arte italiana. Non a caso, i più grandi pittori rinascimentali, barocchi e del XIX secolo, da Raffaello a Tiziano, passando per Caravaggio e poi De Nittis fino a Boldini, hanno dedicato a nobildonne, aristocratiche e popolane memorabili ritratti, nei quali hanno fatto emergere la personalità, l’eleganza, il carattere, la sensualità e le più sottili sfumature del mondo femminile.

La copertina del catalogo della mostra.

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Sono molteplici le fonti di ispirazione che nella storia hanno spinto i grandi artisti a raffigurare le donne come protagoniste nelle proprie opere. La letteratura classica per esempio ha fornito ai pittori molti spunti di riflessione, come nel caso delle storie che riguardano divinità – Diana, Venere, Minerva, Giunone -, celebri figure mitologiche – Leda, Europa, Onfale, Dafne – e illustri donne del mondo antico che, con coraggio e drammatica determinazione, hanno preferito la morte al disonore: si pensi, ad esempio, a Cleopatra, Lucrezia romana e Sofonisba.

La rassegna bresciana si sofferma meticolosamente nell’ambito della pittura dell’Ottocento, in cui emerge una visione della donna colta nella sua dimensione quotidiana, alle prese con le faccende della vita domestica e del lavoro; nei panni di madre affettuosa che accudisce con amore i propri figli; ma anche in atteggiamenti maliziosi e in situazioni intime per esaltarne la carica sensuale, come testimoniano gli straordinari capolavori di Giovanni Boldini, il più grande artista italiano della Belle Époque.

Orari:

mercoledì, giovedì e venerdì, dalle 9:00 alle 17:00

sabato, domenica e festivi, dalle 10:00 alle 20:00

lunedì e martedì chiuso

La biglietteria chiude un’ora prima

Aperture straordinarie:

Domenica 12 aprile (Pasqua), lunedì 13 aprile (Pasquetta), 1° maggio, 2 giugno

Biglietti (audioguida compresa):

intero: €12,00

ridotto, €10,00 (gruppi superiori alle 15 unità, minori di 18 e maggiori di 65 anni, studenti universitari con tesserino, soci Touring Club con tessera, soci FAI con tessera, insegnanti, possessori di carta di credito e bancomat Banco BPM)

ridotto scuole: €6,00

gratuito: minori di 6 anni, disabili con un accompagnatore, giornalisti con tesserino, guide turistiche, due insegnanti per scolaresca, un accompagnatore per gruppo di adulti.

Cosimo Guarini per L’isola di Omero

Il vaso di Pandora: il simbolo mitologico di tutti i mali del mondo

Nella cultura di massa l’espressione ‘vaso di Pandora’ viene usata come una metafora, per riferirsi all’improvvisa scoperta di un problema o di un male nascosto che una volta emerso non è più possibile celare.

Ne “Le opere e i giorni”, un poema dello scrittore Esiodo, si narra che Zeus donò a Pandora un vaso contenente tutti i mali del mondo, con la raccomandazione di custodirlo e di non aprirlo per nessuna ragione.

Ma la sua forte curiosità la spinse a dischiuderlo, e da quel momento tutti i mali si diffusero sull’umanità; in fondo al vaso rimase solo la “speranza”. Da qui deriverebbe anche il detto ‘La speranza è l’ultima a morire’.

Vari sono i miti che narrano l’episodio del vaso di Pandora, ma il suo significato simbolico rimane sempre lo stesso.

Pandora e il vaso

Il mito

Zeus, capo degli dei, in seguito alla spartizione delle carni di un bue sacrificato, donato ai mortali invece che agli dei, decide di togliere agli uomini le loro sorgenti di vita, tra cui il fuoco, condannandoli al duro lavoro e al sacrificio.

Il titano Prometeo, un eroe che possiede il coraggio e l’abilità di sfidare gli dei, ruba con l’inganno il fuoco (simbolo di conoscenza) a Zeus per donarlo all’umanità, in modo da rendere gli esseri umani più responsabili e indipendenti rispetto agli dei, i quali erano considerati tiranni capricciosi.

Così Zeus, scoperta la colpevolezza di Prometeo lo punisce, lo incatena ad una rupe, con lacci inestricabili, e dispone che ogni giorno un’aquila gli divori il fegato, che poi ricresce.

Prometeo viene torturato

Per punire gli uomini invece, ordina ad Efesto di dar vita a una figura simile esteticamente alle dee immortali. La creatura viene resa bellissima da Afrodite, Era le insegna le arti manuali ed Apollo la musica, e oltretutto possiede ogni sorta di virtù, tra cui astuzia e curiosità; ma allo stesso tempo viene creata con un’indole ingannatrice.

Il suo nome è Pandora, cioè colei che tutti gli dei hanno portato in dono, e rappresenta l’archetipo di tutte le donne. Infatti, nonostante nei testi greci non ci sia un’esplicita menzione, si narra che nel mondo primordiale l’umanità fosse formata solo da maschi.


Successivamente Ermes viene incaricato da Zeus di condurla da Epimeteo, fratello di Prometeo, insieme al dono di un vaso.

Egli cade nella trappola architettata dagli dei, si lascia sedurre, ignorando le raccomandazioni del fratello di non accettare nessun regalo da Zeus, e la sposa. Si accorgerà poi dell’inganno quando sarà troppo tardi.

Pandora, infatti, non resistendo più alla curiosità, apre il vaso; in quel momento, ogni sorta di doloroso affanno (vecchiaia, gelosia, vizi, menzogna, odio, malattia) si riversa sul genere umano , condannandolo ad una vita di sofferenze.

Ma la speranza, rimasta precedentemente sul fondo del vaso, alla fine esce.

Simona Lamarmora per L’isola di Omero

Scudo con testa di Medusa – Caravaggio: la ragione che prevale sui sensi

Al primo piano della Galleria degli Uffizi di Firenze, nella Sala Caravaggio, è presente il celebre Scudo con testa di Medusa di Michelangelo Merisi. Essa fu realizzata tra il 1592 e il 1600.

Si tratta di un dipinto ad olio 60 x 55 cm su una tavola rivestita in tela. Fu un opera realizzata a Roma per il mecenate cardinale Del Monte, che la regalò a Ferdinando de’Medici.

Venne dedicata a Medusa, il famoso personaggio della mitologia greca che consumò una notte d’amore con Poseidone nel tempio di Atena, provocando proprio l’ira della dea. Quest’ultima, offesa, tramutò i capelli di Medusa in serpenti e fece sì che chiunque le guardasse gli occhi venisse tramutato in pietra.

Immagine correlata
Scudo con testa di Medusa – Caravaggio.

Nel dipinto la figura è stata ripresa pochi secondi dopo che la testa fosse stata recisa di netto dalla spada di Perseo. È un’immagine senza tempo. La smorfia di orrore, nel suo realismo e nella sua forza espressiva, è davvero impressionante.

I muscoli sono contratti nell’ultimo istante di vita. Gli occhi atterriti e rigonfi, la bocca spalancata in un grido. I serpenti sul capo partecipano alla drammaticità della scena agitandosi e contorcendosi.

L’opera nasce come scudo da parata. Il volto stravolto di Medusa, comune per gli scudi delle armature del XVI e XVI sec. come simbolo della vittoria della ragione sui sensi, suscitò subito ammirazione e stupore ispirando vari componimenti poetici come quello di Gaspare Murtola nel 1603:

”Fuggi che se stupore agli occhi in petra, ti cangerò anche in petra”.

Cosimo Guarini per L’isola di Omero

Le Metamorfosi di Ovidio: l’infinita suggestione del mito

Le Metamorfosi di Ovidio può considerarsi il romanzo della mitologia, un sontuoso arazzo di favole e leggende del mondo antico, accomunate dal tema della trasformazione di figure del mito in piante, animali, fonti, astri, che delinea una storia del genere umano e un’inedita enciclopedia della natura. 

Apollo e Dafne, G.L. Bernini.

Dallo struggente racconto di Venere ed Adone, a quello di Eco e Narciso. Ma anche il racconto di Ganimede, rapito da Giove perché diventasse il coppiere degli Dei, o quello di Dafne, la ninfa che si trasformò in un albero di alloro pur di sfuggire alle brame di Apollo e che Bernini rese eterna in una delle sue sculture più celebri.

In foto il libro de Le Metamorfosi.

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Le Metamorfosi di Ovidio si compongono di 15 libri e furono scritte tra il 2 e l’8 d.C. Un libro straordinario che ha influenzato tutta la letteratura successiva, ma che all’epoca, insieme all’Ars amatoria, costarono caro al poeta di Sulmona. 

L’imperatore Augusto, infatti, nell’8 d.C. condannò Ovidio alla relegatio, una sorta di esilio nell’odierna Romania dove il poeta scriverà la sua ultima opera, i Trista. Ovidio, a detta del moralista Augusto, aveva con le sue opere offeso la religione e i costumi di Roma, offrendo modelli pericolosi e inaccettabili.

Pallade e Aracne, Rubens.

Ma la relegatio non affossò la poesia di Ovidio e, tanto meno il suo capolavoro, Le Metamorfosi, che, come, vaticinato dallo stesso autore, «né l’ira di Giove, né il fuoco o il ferro e il tempo che tutto corrode, potranno distruggere». Le Metamorfosi, infatti, saranno lette da tutti portando a ogni latitudine «l’eterna fama» di Ovidio. La bellezza di questa opera, che i monaci amanuensi trascrissero salvandola dall’oblio, sta nella forza unica della poesia di Ovidio, nell’unicità dei miti raccontati, nel succedersi serrato del racconto, nelle vivide immagini narrate. 

Rosa Araneo per L’isola di Omero