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Le 12 fatiche: Eracle e la liberazione dalla vendetta di Era

Le 12 fatiche di Eracle sono delle storie che fanno parte della mitologia greca: si ipotizza che siano state unite in un unico racconto chiamato L’Eracleia da Pisandro di Rodi, intorno al 600 a.C. Esse raccolgono tutte quelle imprese che l’eroe ha dovuto compiere per espiare il peccato di aver sterminato la sua famiglia durante un attacco d’ira. 

Eracle è una figura molto importante all’interno del corpus mitologico dell’Antica Grecia.

L’eroe era figlio della regina Alcmena e Zeus, il padre degli Dei. In realtà Alcmena era sposata con il re Anfitrione, ma pur di giacere con la donna Zeus prese le sembianze del marito e la sedusse.

Dall’unione tra il dio e Alcmena nacque Eracle, che però incorse nell’odio di Era, madre degli Dei e sposa di Zeus, che vedeva nel bambino la prova dell’infedeltà di suo marito; per questo, nonostante una forza prodigiosa, Eracle non ebbe una vita facile, dal momento che Era lo odiava profondamente! Proprio da un crudele dispetto di Era ebbe origine l’impresa delle Dodici Fatiche di Eracle.

LE 12 FATICHE DI ERCOLE: IL VIAGGIO DELL'ANIMA - Sentiero astrologico

Un giorno infatti la dea fece cogliere il forzuto eroe da un attacco di follia e questi, in un raptus di pazzia rabbiosa, uccise moglie e figli.  Una volta riacquistato il senno, Eracle si disperò e decise di recarsi dall’Oracolo di Delfi dove la Pizia, la sacerdotessa che parlava per bocca delle divinità, gli avrebbe rivelato un modo per espiare il suo terribile peccato.

L’oracolo comandò così all’uomo di mettersi al servizio del re di Tirinto e Micene, Euristeo, un uomo avido ma non molto intelligente che spinse Eracle a 12 pericolosissime imprese, le famose “12 fatiche di Eracle”.

L’eroe uscì vittorioso da tutte le sue imprese e riuscì finalmente a liberarsi dalla vendetta di Era e dai suoi rimorsi.

Quali sono le 12 Fatiche di Ercole? - Focus Junior

Quali sono le 12 fatiche?

1 – Uccisione del leone di Nemea. Come prima impresa Eracle dovette affrontare un gigantesco e famelico leone che terrorizzava gli abitanti di Micene e Nemea.

2 – Uccisione dell’idra di Lerna, un mostro a metà tra un drago e un serpente che, oltre ad essere velenosissimo, aveva nove testa e, ogni volta che ne veniva tagliata una, al suo posto ne ricrescevano due! 

3 – Cattura della cerva di Cerinea, che era più veloce delle frecce che Eracle le scagliava.

4 – Cattura del cinghiale del monte Erimanto, che distruggeva i campi della zona.

5 – Pulizia delle stalle di Augia, re dell’Elide (nel Peloponneso). Le stalle erano stracolme del letame e ciononostante il bestiame si era moltiplicato. Per ripulire il tutto in un solo giorno, Eracle decise, addirittura, di deviare i fiumi Alfeo e Peneo e farli scorrere nelle stalle.

6 – Uccisione degli uccelli del lago Stinfalo, che mangiavano carne umana (rappresentata nel mosaico sottostante).

Uccelli del lago Stinfalo - Wikipedia

7 – Cattura del toro di Creta. Esso era stato reso furioso da Poseidone perché Minosse non glielo aveva sacrificato come promesso. Ercole lo catturò vivo e lo portò ad Atene.

8 – Cattura delle giumente di Diomede il re di Tracia. Tali cavalle si nutrivano di carne umana. 

9 – Conquista della cintura di Ippolita, regina delle Amazzoni, le donne guerriere.

10 – Cattura dei buoi di Gerione, una creatura che sopra le due gambe portava tre busti, con tre teste e sei braccia.

11 – Conquista dei pomi d’oro del giardino delle ninfe Esperidi. La prova consisteva nel riportare a Micene tre mele (o pomi) d’oro provenienti dal leggendario Giardino delle Esperidi, le tre Ninfe che custodivano il luogo sacro.

12- Cattura del cane Cerbero, il cane a tre teste che stava a guardia del mondo degli inferi. Ercacle allora si recò da Ade, il dio dell’Oltretomba, che gli diede il permesso di prendere Cerbero a patto di riuscire a domarlo senza l’uso delle armi.

Rosa Araneo per L’isola di Omero

Bellerofonte, l’eroe umano che nel mito sconfisse il mostro Chimera

Chimera (dal greco, Chimaira; dal latino, Chimaera) nella mitologia greca è un mostro favoloso, rappresentato con corpo e testa di leone, una seconda testa di capra sporgente dal dorso e un serpente al posto della coda.

Chimera secondo la mitologia greca.

Tra le rappresentazioni araldiche, invece, questa figura è rappresentato con la testa di donna o di leone, corpo di capra o d’aquila e coda di serpente e dedicato a Tinia, il Giove etrusco.

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Il mito di Chimera e Bellerofonte:

Chimera, il mostro leggendario, crebbe seminando il panico e distruggendo i villaggi tra la Macedonia e l’antica terra degli Achei.

Fu l’eroe umano Bellerofonte a fronteggiare la terrificante creatura, con l’obiettivo di far terminare le sue azioni malvagie.

L’uomo-eroe chiese aiuto a Pegaso e riuscì a sconfiggere il mostro a tre teste, servendosi del potere della stessa bestia.

Secondo il mito, dopo aver immerso la sua spada nelle fauci del mostro, Bellerofonte vide che il fuoco di Chimera usci dalla sua bocca, sciogliendo il piombo e il ferro con cui era stata forgiata l’arma, e uccidendo la figura mostruosa.

Cosimo Guarini per L’isola di Omero

Teseo, Arianna e il Minotauro: la leggenda della nascita del Mar Egeo

Alla morte del re di Creta Asterione, il figlio adottivo Minosse salì sul trono. Per dimostrare ai due fratelli il suo diritto alla successione, pregò il dio del mare Poseidone di inviargli un toro da destinare al sacrificio. Minosse, però, anziché sacrificarlo, lo mise tra le sue mandrie.

Per vendicarsi Poseidone fece innamorare del toro la moglie di Minosse, Parsifae. Dalla loro unione nacque il Minotauro, dal corpo umano e dalla testa taurina. Per nasconderlo Minosse incaricò l’architetto Dedalo di costruire un labirinto dal quale era impossibile uscire.

Per saziare il Minotauro, Minosse costrinse la città di Atene, allora sottomessa a Creta, di inviare ogni 9 anni 7 fanciulli e 7 fanciulle.

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Rappresentazione di un Minotauro.

Un anno Teseo, figlio di Egeo re di Atene, entrò nel labirinto. Egli affrontò il mostro e lo uccise, grazie all’aiuto di Arianna, la figlia del re Minosse. Quest’ultima si era innamorata di lui, ed in cambio della promessa di portarla via con sé Teseo ricevette un gomitolo di filo da dipanare una volta entrato nel labirinto, assicurandosi così la via del ritorno.

Teseo, però, una volta che ebbe scampato il pericolo si pentì della promessa fatta ad Arianna e meditò di liberarsi di lei. E così, dopo aver fatto scalo a Nasso per rifornirsi di acqua e di cibo, egli, approfittando che la giovane si era addormentata, si imbarcò sulla nave e ripartì. Da qui nacque l’espressione ”piantare in nasso”, poi trasformata in ”piantare in asso”.

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Al suo risveglio Arianna si accorse di essere stata tradita e abbandonata, perché Teseo l’aveva lasciata da sola. Presa inizialmente dallo sconforto, fu consolata successivamente da Dioniso, un giovane uscito dal mare che iniziò a corteggiarla.

Invece, non andò bene a Teseo. Egli si dimenticò di cambiare le vele nere con quelle bianche, come aveva assicurato al padre Egeo. E il povero vecchio, vedendo la vela nera issata sulla nave del figlio, preso da un atroce sconforto, finì travolto dal dolore e si gettò nel mare che prese il nome di lui (mare Egeo).

Cosimo Guarini per L’isola di Omero

Atlante: mito del titano, pilastro del cielo

Atlante. Un nome per tanti significati

Infatti con questo vocabolo si indica l’atlante, inteso come volume che raccoglie le carte geografiche, ma anche la prima vertebra cervicale della colonna, così come la catena montuosa che si estende nell’Africa nord – occidentale.

Perché tutti questi elementi prendono il medesimo nome? La spiegazione va ricercata, come accade spesso, nel mito

Figlio del titano Giapeto e di Climene, Atlante era anch’egli un titano e reggeva sulle sue spalle la volta celeste. Si trattava di una punizione inflittagli da Zeus, in quanto i titani avevano cercato di assediare e di impadronirsi dell’Olimpo.

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Si narra anche che una volta Eracle, dovendo assolvere alla sua undicesima fatica, si offrì di reggere la volta celeste al suo posto, se Atlante avesse raccolto per lui i pomi d’oro che crescevano nel giardino delle Esperidi; tuttavia il titano, una volta liberato, non aveva voglia di ritornare per l’eternità al suo ingrato compito, per cui Eracle dovette svincolarsi con uno stratagemma: chiese al titano di reggere solo un altro momento il mondo perché aveva bisogno di mettersi qualcosa sotto le ginocchia, dopodiché fuggì via. 

Secondo un’altra versione, Atlante fu pietrificato da Perseo che lo costrinse a guardare la testa di Medusa per punirlo del fatto che  non aveva voluto ospitarlo; così Atlante si trasformò nell’omonimo massiccio montuoso che di lui attualmente porta il nome. 

Come si può facilmente dedurre,  la prima vertebra cervicale si chiama così per similitudine, in virtù del fatto che regge il cranio, così come Atlante reggeva la volta celeste. Mentre il nome attribuito all’atlante geografico deriva dal fatto che l’immagine di questo titano era rappresentata sulla copertina della più famosa raccolta cartografica realizzata nel 1595 da Gerardo Mercatore e da allora ogni raccolta simile prese il nome da quell’immagine che era rimasta impressa nella memoria collettiva. 

Rosa Araneo per L’isola di Omero

La torre di Babele: le diverse interpretazioni tra religione, mito e arte

Tra i numerosi passi presenti nel libro della Genesi, vi è quello della descrizione della torre di Babele. Fonte dalle diverse interpretazioni e rappresentazioni artistiche, essa simboleggia univocamente la nascita delle differenti lingue nel mondo: infatti, fino a quel momento, gli uomini avevano condiviso lo stesso linguaggio.

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Ed è proprio a questo punto, che secondo la leggenda, gli esseri umani furono separati gli uni dagli altri per lingua e cultura.

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All’origine di questa separazione, si delineano due differenti correnti di pensiero: secondo alcuni, la consapevolezza di portare altrove le proprie conoscenze maturata nell’animo umano, portò l’uomo a disperdersi per il mondo; altri studiosi ritengono invece, Dio come responsabile dell’accaduto, per l’imperdonabile superbia umana, che condusse l’uomo a sfidarlo costruendo appunto la famosa torre per difendersi da un secondo diluvio.

Quanto descritto dal libro dalla Parashah di Bereshit (il primo dei cinque libri della Torah), l’elemento che differenziò maggiormente gli uomini fu una lingua improvvisamente non più comune che non consentì loro più di comprendersi appieno. Difatti, nel linguaggio attuale, il termine Babele, in senso figurato, indica la confusione, utilizzato non a caso anche nel linguaggio comune con questa accezione. Di quest’ultima abbiamo una rappresentazione incisoria di Gustave Doré, proprio intitolata La confusione delle lingue, del 1868.

Se si volesse collocare la Torre di Babele a un edificio storico esistente, lo si potrebbe sicuramente ricondurre dal punto di vista archeologico alla grande Ziqqurat (conosciuta anche come Etemenanki), tempio del periodo mesopotamico, progettata nel XII secolo a.C. a Babilonia (nell’attuale Iraq) sotto l’imperatore Nabucodonosor I e terminata con Nabucodonosor II.

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Della reale presenza della Ziqqurat babilonese possediamo la testimonianza attendibile dello storico greco Erodoto: egli nella seconda metà del IV secolo a.C., visitò la città, e descrisse l’edificio come molto imponente, con otto torri una sull’altra e con in cima un tempio.

Antonella Buttazzo per L’isola di Omero

Il Cavallo di Troia era una nave? Il mito leggendario potrebbe essere errato

Il Cavallo di Troia era davvero un cavallo? È questa la domanda che si è posto l’archeologo navale Francesco Tiboni, dottore di ricerca presso l’Università di Marsiglia. Già da qualche anno egli sostiene che il mito fosse falsato, trattandosi di una nave.

Il mito:

Il cavallo di Troia è una macchina da guerra che, secondo la leggenda, fu usata dai greci per espugnare la città di Troia, conquistandola definitivamente dopo ben 9 anni di guerra. Per tale avvenimento non si può parlare di una data precisa, ma quella che sembrerebbe essere più attendibile è il 24 aprile 1184 a.C.

La processione del cavallo di Troia in un dipinto di Giandomenico Tiepolo.

L’ipotesi dell’equivoco

L’equivoco millenario sarebbe nato da un errore nella traduzione dei testi successivi a Omero, ai quali si ispirò lo stesso Virgilio (avvalendosi di un traduttore) per comporre l’Eneide. Secondo Tiboni, il manufatto realizzato dai greci per penetrare nelle mura di Troia non sarebbe stato letteralmente un cavallo, in greco hippos, bensì un tipo di nave fenicia che veniva analogamente chiamata”Hippos”.

I primi dubbi sul cavallo erano stati ventilati già in tempi antichissimi, da Pausania che, nel II sec. d.C. scriveva: «Che quello realizzato fosse un marchingegno per abbattere le mura e non un cavallo lo sa bene chiunque non voglia attribuire ai Frigi un’assoluta dabbenaggine. Tuttavia la leggenda dice che è un cavallo».

Cosimo Guarini per L’isola di Omero