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LE COSTELLAZIONI DI MIRÓ: UN URLO DI FANTASIA

Con lo scoppio della seconda guerra mondiale, Mirò non sembra più in grado di sopportare la realtà che lo circonda e si estrania con una serie di rappresentazioni che saranno fra le sue opere più apprezzate: Le Costellazioni. In questo modo, egli voleva portare sotto gli occhi di tutti i veri valori dell’esistenza umana, valori così pieni di colore che nemmeno il conflitto più sanguinoso della storia avrebbe potuto cancellare.

Risveglio all’alba (1941), Joan Mirò, Collezione privata.

La serie contiene l’armonia che caratterizza l’artista e al tempo stesso l’effervescenza della sua espressività. Le 23 opere hanno come denominatore comune la musicalità, che fa scorrere i pennelli sulla tela con apparente casualità, ma che invece nascondono un’accurata riflessione. Le forme suggerite, infatti, richiamano altre forme, nella ricerca di equilibrio tra i segni e lo spazio.

Ogni stella, ogni piccolo puntino viene aggiunto giorno dopo giorno in un procedere lento, ma costante, che consente all’artista di sapere esattamente dove ogni elemento andrà collocato. La struttura che funge da architettura a ogni singolo dipinto poggia su una base preparata accuratamente e poi raschiata per far sì che l’acquerello aderisca in modo irregolare, contribuendo a creare figure insolite e gioiose. Il fondo ospita segni e linee sottili simili a filigrana, che uniscono in una rete i singoli elementi collegandoli fra loro. 

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La stella del mattino (1940), Joan Mirò.

Il cielo esprime l’insicurezza che avvolge l’artista in quel momento. La sua scrittura primitiva, onirica, dà vita a forme e pensieri. C’è sempre la donna, la sua fedele compagna, e i cerchi che evocano l’armonia e l’uccello che significa libertà. I colori puri sono il verde, il giallo, il rosso e il nero, i colori della natura senza alterazioni. 

Questi segni raccolgono i sentimenti provati da Miró in un decennio d’angoscia e paura. Costituiscono un rifugio dai pensieri del presente e una speranza incerta ma sognata per il futuro.

Rosa Araneo per L’isola di Omero

Il capolavoro di Mirò: La fattoria

“Tutta la mia opera è concepita a Mont-Roig”, era solito ripetere Miró, parlando della fattoria che suo padre, orologiaio di Barcellona, comprò nel 1910 a pochi chilometri dalla costa di Tarragona. 

La fattoria acquistata dal padre di Mirò.

L’artista trascorse tutte le estati nella masía, dal 1911 al 1976 (a esclusione degli anni della Guerra Civile), dove ebbe il suo primo studio e dove trasse ispirazione per molti dei suoi capolavori, lavorando soprattutto alla scultura. La casa è simbolicamente ritratta da Miró nel 1921-22 in un celebre olio su tela, La fattoria (oggi alla National Gallery di Washington), comprata nientemeno che da Ernest Hemingway a Parigi negli Anni Quaranta. 

Un grande albero di eucalipto si staglia al centro del dipinto, che si prefigura come una sorta di inventario di tutto quello che era presente nella fattoria: dalle varietà degli animali allevati alle verdure, dagli edifici agli attrezzi. Sotto il cielo azzurro, il paesaggio del giardino è dominato da toni di terra brunastra, quasi una rappresentazione metafisica: c’è una spinta verso la descrizione realistica e minuziosa, tratteggiata in stile naif.  Tutto è su uno spazio definito da un piano terra inclinato verso l’alto tant’è che anche le forme sono inclinate nello stesso modo e sono rappresentate parallelamente all’immagine. La casa, il giardino, la campagna rappresentano il paesaggio emotivo, interiore di Mirò. Un mondo rurale autentico, pieno di poesia e carico di luce mediterranea.

Qui Mirò combina un interesse per il primitivismo, richiamando probabilmente anche la sua attrazione per l’arte popolare catalana, e un vocabolario cubista per produrre un paesaggio quasi inquietante che prefigura il suo lavoro surrealista.

Rosa Araneo per L’isola di Omero