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IL GENIO DI MICHELANGELO E LE CAPPELLE MEDICEE

Le Cappelle Medicee, che si trovano dietro la Basilica di San Lorenzo, erano il luogo di sepoltura della famiglia Medici.

Oltre alla Cripta, fanno parte del complesso la Sagrestia Nuova che Michelangelo realizzò per ospitare le tombe di Lorenzo e Giuliano dei Medici, e la Cappella dei Principi, costruita a partire dall’inizio del Seicento come mausoleo della famiglia. 

La Sagrestia Nuova fu ideata da Michelangelo su un precedente impianto progettato da Giuliano da Sangallo, e fu voluta da Papa Leone X de’ Medici per accogliere le spoglie dei due magnifici, Lorenzo il Magnifico e suo fratello Giuliano, e dei duchi Giuliano duca di Nemours e Lorenzo duca di Urbino, rispettivamente figlio e nipote di Lorenzo il Magnifico.

Il Sepolcro di Lorenzo il Magnifico e del fratello Giuliano

Michelangelo iniziò i lavori nel 1520 e li portò avanti per 14 anni, fino alla sua partenza per Roma dove fu chiamato per costruire la Cupola di San Pietro. 

Per la realizzazione della Sagrestia Nuova, egli progettò un ambiente indipendente, simmetrico e speculare alla Sagrestia Vecchia; invece per le tombe, si decise di disporle addossate alle pareti con tombe singole per i duchi e doppie per i magnifici.

La Sagrestia Nuova

L’importanza della Sagrestia Nuova per il Rinascimento italiano risiede anche nella progettazione realizzata da un unico artista ed è per questo che l’ambiente si presenta come un integrato di architettura, scultura e decorazione in cui la luce svolge il ruolo di legame. Infatti, con l’apertura delle finestre nella parte alta della Sagrestia, Michelangelo ha permesso la produzione di due tipi di luce di cui una più costante, mentre l’altra cambia in modo evidente col trascorrere delle ore e a seconda del variare delle stagioni.

E così l’epopea di una famiglia viene immortalata per sempre in questa magnifica sintesi di architettura e scultura, due momenti che Michelangelo visse in un’indissolubile unità.

Rosa Araneo per L’isola di Omero

DELACROIX: IL PRINCIPALE ESPONENTE DEL ROMANTICISMO FRANCESE

Eugène Delacroix è considerato il massimo esponente del Romanticismo Francese, ovvero quel periodo che ha interessato gli artisti d’oltralpe nel corso dell’Ottocento.

Egli studiò da autodidatta ammirando i capolavori dei maggiori pittori italiani che si trovavano al Louvre; tra questi Michelangelo, Tiziano, Raffaello, e Giorgione.

Amante della cultura esotica, Delacroix preferiva sperimentare stili e generi diversi. La sua ricerca artistica comprendeva infatti soggetti storici, mitologici, letterari, paesaggi attraverso l’impiego di pittura ad olio, acquerello, murale, affresco e pastello.

Eugène Delacroix - Wikipedia
Eugène Delacroix (Charenton-Saint-Maurice, 26 aprile 1798 – Parigi, 13 agosto 1863).

Il suo stile era fondato sulla celebrazione del coloredel movimento e della drammaticità: poche pennellate, nervose, intense per coinvolgere e destare stupore nello spettatore.

Il pittore, inoltre, iniziò a sperimentare sulla tela la divisione dei colori, in particolare la loro esaltazione creata attraverso l’accostamento di tinte e toni diversi tra loro, come i colori primari puri con i loro complementari, secondo la teoria del contrasto luministico.

La libertà guida il popolo, Eugene Delacroix > Artesplorando
La libertà guida il popolo (1830) di Eugene Delacroix (Museo del Louvre).

Tra le sue opere più famose spiccano La libertà guida il popolo (1830), La morte di Sardanapalo (1827), Donne di Algeri nei loro appartamenti (1834), Il massacro di Scio (1824), e La Barca di Dante (1822).

Negli ultimi anni della sua vita, lo stile dell’artista mutò a seguito di un viaggio in Africa. Affascinato dalla luce e dall’autenticità dei luoghi, le raffigurazioni di paesaggi e donne esotiche saranno da questo momento una costante delle sue opere.

Eugène Delacroix si spense a Parigi il 13 agosto 1863, lasciando un’immensa produzione artistica che tutt’oggi compone alcune delle sale più importanti del Louvre.

Cosimo Guarini per L’isola di Omero

Forme uniche della continuità nello spazio: Boccioni e la scomposizione del tempo

La figura in corsa del futurista Umberto Boccioni che ha per titolo Forme uniche della continuità nello spazio suscita meraviglia per la sua complessità. Boccioni ha tentato di rappresentare non la figura umana in sé bensì l’impressione del suo movimento nell’elemento in cui si muove: la figura rimane nascosta sotto la sua irreale veste in fluttuante agitazione. Questa scultura ci ricorda il famoso manifesto futurista in cui si affermava che “l’automobile rombante supera in bellezza la classica Vittori alata” e ciò benchè il futurismo dovesse molto di più alla Nike di Samotracia che all’automobile la cui linea, nel 1913, era ancora ben lontana dall’apparire aerodinamica. 

A sinistra la scultura Forme uniche della continuità nello spazio (1913), conservata presso il Museum of Contemporary Art, University of São Paulo; a destra l’artista che l’ha realizzata, Umberto Boccioni.

Una statua in fondo tradizionale che rappresenta, con proporzioni decisamente monumentali, un soggetto tanto antico quanto la figura umana. Quel che vi è di nuovo, di futurista, in quest’opera di Boccioni è il tentativo di rendere, con i mezzi della tradizione, e le conoscenze accademiche di sempre le interazioni tra spazio e corpo in movimento. Movimento non rappresentato come successione di immagini. Boccioni mira ad una resa psicologica, drammatica e non analitica, della velocità. Soprattutto, l’artista vuole offrirci una visione del corpo in movimento e dello spazio che questo movimento modifica. L’uomo avanza e attorno a lui lo spazio si deforma. 

La scultura è, per prima cosa, una distribuzione di masse. Masse che non ci danno un’immediata impressione di velocità; che anzi ci pare descrivano una figura umana che avanza a fatica, dai volumi quasi michelangioleschi. Di quel Michelangelo che Boccioni spingeva a ripudiare, ma pure ammetteva essere stato un “genio che fu nel passato il più grande astratto che si esprimesse per mezzo del concreto”. 

Un genio tanto grande da contribuire a definire la forma, l’anima di una delle sculture iconiche del XX Secolo.

Rosa Araneo per L’isola di Omero 

Michelangelo e ”La creazione di Adamo”: la perfezione umana come specchio di quella divina

Se fino al Quattrocento la figura del Papa svolse il ruolo di committente con criteri analoghi a quelli dei signori delle corti, con Michelangelo egli diventò l’interlocutore dell’artista. Quest’ultimo iniziò ad esser considerato il detentore dell’esperienza tecnica ed espressiva, tanto da poter dialogare legittimamente con il Pontefice, ovvero colui che rappresenta Cristo sulla terra.

 Michelangelo Buonarroti si trovò a operare sotto ben undici pontefici ma il suo grande nome resterà per sempre legato a quello di Giulio II, che tra le tante opere romane gli commissionò la decorazione della Cappella Sistina, piccolo gioiello custodito nei Musei Vaticani.

Tra gli affreschi della volta figura La Creazione di Adamo, risalente al 1511 e che rappresenta il passo della Genesi in cui si narra l’ideazione del primo uomo.

Per la realizzazione dell’intero affresco furono necessarie sedici “giornate”. Richiese maggior tempo Adamo, le cui proporzioni vennero studiate attentamente seguendo il principio “a immagine e somiglianza di Dio”, riportando il tutto sull’intonaco con la sola incisione diretta.

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La Creazione di Adamo (1511).

La scena si svolge su uno sfondo spoglio dal quale si erge una protuberanza erbosa su cui è stesa la figura di un atletico Adamo, con un braccio dritto verso il Creatore. Quest’ultimo è rappresentato come un uomo canuto e più anziano che si avvicina in volo mentre è sorretto da angeli.

L’opera fu pensata con l’intento di sottolineare il momento prima che tutto si sia animato, quindi, l’inizio della vita degli uomini.

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Le mani di Adamo e del Creatore che si sfiorano.

Infatti, il genio michelangiolesco vede la straordinaria esecuzione della rappresentazione ‘’sospesa’’: l’attimo prima della vita, la scintilla divina che passa dal Creatore alla sua Creatura.

L’opera di Michelangelo fu da subito accolta con critiche positive, iniziando già a delineare la fama sempiterna che ancora oggi celebra questo affresco.

Antonella Buttazzo per L’isola di Omero

Michelangelo e la Cappella Sistina: la storia d’una passione autentica.

La Volta della Sistina detiene tutta la bellezza, tutta la passione, conferitagli cinquecento anni prima da Michelangelo.

Il 31 Ottobre 1512 la Cappella Magna, eretta da Papa Sisto IV verso la fine del Quattrocento, riceverà la nomenclatura di Cappella Sistina. È proprio in quella domenica che il genio aprì le porte a Papa Giulio II dopo ben quattro anni di duro lavoro, affinché egli potesse smarrirsi alla vista di un’opera straordinaria, sia per le sorprendenti raffigurazioni, ma ancor più per la tecnica innovativa caratterizzata da una nuova flessibilità dei corpi e dall’armonia cromatica. Lo stesso Giorgio Vasari avrà modo di trattare di quest’opera, sottolineando quanto l’arte sarebbe cambiata dopo la creazione di essa.

La grande impresa ebbe inizio nel 1508 quando Michelangelo vi fece ingresso per la prima volta. Si trovò dinnanzi alle opere dei più grandi artisti del Quattrocento, fra cui Sandro Botticelli o lo stesso maestro del Buonarroti, Domenico Ghirlandaio.

Buonarroti aveva precedentemente intrapreso degli studi sul nudo, in particolar modo sul nudo maschile ed in movimento. È questo il principale obiettivo dell’artista, proposto più volte in varie sue opere, fra cui il David.

Il Giudizio Universale dipinto da Michelangelo

Il lavoro che il grande artista condusse all’interno della Cappella, si è costituito perlopiù in due fasi: una all’età di 30 anni circa, quando si occupò della Volta, e l’altra all’età di 60 anni, quando diede vita al Giudizio Universale.

Fra le prime raffigurazioni della Cappella Sistina, si trovano le Lunette; si tratta dei primi affreschi databili al 1508-1512. Fra questi, la Lunetta di Eleazar e Mattan, la Lunetta di Giacobbe e Giuseppe, la Lunetta di Achim ed Eliud, ecc.

La solennità di queste Lunette è rettificata dall’umanità dei personaggi rappresentati, i quali non solo son dotati di un’adattabilità ai movimenti mai riprodotta prima; i soggetti hanno una propria espressività che si eleva in riflessione ed angoscia per quelli maschili ed al contrario, in grazia e soavità per quelli femminili.

Questi affreschi, tuttavia, non costituiscono la totalità delle opere realizzate da Michelangelo, poiché gran parte di esse andò perduta, in quanto lo stesso Buonarroti volle far spazio al Giudizio Universale.

Le Vele contengono, invece, la serie degli Antenati di Cristo. Si tratta di affreschi racchiusi in spazi triangolari concavi e si differenziano dalle Lunette per lo stile, per la forma e soprattutto per i colori: più vivaci e luminosi per le Lunette e più scuri per le Vele.

Nel 1510 circa vennero realizzate, fra queste, la Vela sopra Zorobabele, Abiud ed Eliacim oppure la Vela sopra Giosia, Ieconia e Salatiel, ecc.

Ad occuparsi della decorazione degli spazi triangolari nella Volta della Cappella Sistina, è anche la serie dei nudi bronzei realizzata fra il 1508 ed il 1512. Essi conferiscono una rappresentazione figurativa ad atlanti, statue viventi, demoni incatenati in toni monocromatici che si propongono di riprodurre, solo in modo artificiale, il bronzo.

A contornare i riquadri minori delle Storie della Genesi vi sono venti Ignudi, i quali si presentano come delle figure angeliche intermedie fra “uomini e divinità”.

Quanto trattato finora, seppur nella sua magnificenza, ricopre quasi un ruolo secondario e decorativo, capace di preparare (oppure no) lo spettatore alla

successiva interpretazione, l’annunciazione del mistero della Creazione di Dio: La Volta.

La fascia centrale della Volta si sviluppa mediante nove Storie della Genesi, nelle quali si raggiunge il culmine attraverso la realizzazione dell’uomo ad immagine e somiglianza del Suo Creatore: La Creazione di Adamo.

È un momento di immensa contemplazione, illustrato su uno sfondo scevro contrastato dalla figura giovane e leggiadra di Adamo che si protrae verso l’Eterno, semplicemente sfiorando le sue dita. Sono in molti a ritenere che questa impossibilità fosse voluta, quasi ad indicare l’irraggiungibilità della perfezione divina da parte dell’uomo.

La seconda fase dell’opera di Michelangelo ebbe luogo circa trent’anni dopo ed esordì attraverso il Giudizio Universale, realizzato fra il 1535 ed il 1541. Esso si presenta come la più grande rappresentazione della perusia, dell’inaugurazione del Regno di Dio. L’immagine dell’uomo qui rappresentata è quella dell’uomo-eroe; allude, quindi, ad una visione grandiosa dell’essere umano.

Qui è evidente quanto il trascorrere del tempo abbia avuto un forte impatto sia sull’artista che, più in generale, sull’uomo del pieno Umanesimo; infatti, questa seconda fase del progetto si presenta senz’altro più incerta e più carica di angoscia e dubbi. A confermare quanto detto è proprio la stessa figura dell’uomo-eroe, che si rifà ad un’ottica antropocentrista tipicamente rinascimentale.

Si racconta che Michelangelo non fosse per niente entusiasta, almeno inizialmente, di affrescare la Cappella Sistina. Se così fosse stato, non avremmo potuto oggi ammirare una delle meraviglie più importanti dell’arte occidentale.

“Alla quale opera non pensi mai scultore né artefice raro potere aggiungere di disegno, né di grazia, né con fatica poter mai di finitezza, pulitezza e di straforare il marmo tanto con arte, quanto Michele Agnolo (Michelangelo) vi fece, perché si scorge in quella tutto il valore et il potere dell’arte.” G. Vasari

Questa è l’eredità che di lui ci lascia Giorgio Vasari ( pittore, architetto e storico dell’arte italiano), il quale non ebbe alcuna incertezza nel ritenere che il Genio fosse “una divinità”.

Angela Cerasino per L’isola di Omero