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Il mistero del mostro di Loch Ness: fantasia o realtà?

Nessie fu avvistato per la prima volta più di 1000 anni fa, e il suo mito ha attraversato la storia per arrivare ai giorni nostri.

La leggenda nasce nelle highlands scozzesi, una delle più fascinose regioni del nostro globo. In particolare il protagonista è il lago di Loch Ness, uno specchio d’acqua lungo circa 37 km e largo poco meno di 2, con una profondità di circa 230 metri, che è considerato la più grande riserva d’acqua della Gran Bretagna.

Dagli abissi, dalle grotte sommerse, emerge il mito senza tempo del mostro del lago, chiamato Nessie.

Il primo avvistamento è datato VI secolo d.C., quando Admnano di Iona narrò, nella sua opera Vita Sancti Columbae, una vicenda accaduta molti anni prima ad un monaco irlandese. San Columba, mentre passava vicino al fiume Ness assistette alla sepoltura di un uomo aggredito da una bestia marina, e in seguito lo attirò con un’esca in superficie e lo affrontò.

Dopo un millennio Mackenzie riferirà di aver visto spuntare dalle acque del lago una strana creatura simile ad una barca rovesciata.

Il 22 luglio 1933 due coniugi testimoniarono di aver avvistato una creatura di 8 metri, con un collo lunghissimo. A novembre dello stesso anno Hugh Gray scattò la prima fotografia.

La prima fotografia di Nessie

La famosa foto del chirurgo risale all’anno successivo, il 1934; scattata dal medico Robert Kenneth Wilson, fu pubblicata sul Daily Mail il 21 aprile, ma 60 anni dopo si rivelò un falso (era un sottomarino modificato ad arte).

L’articolo di denuncia del Daily Mail.

Nel 1977 invece un sensitivo dichiarò di aver evocato il mostro, definito un calamaro gigante, ma fu l’ennesimo falso.

Il mostro di Loch Ness esiste davvero?

L’aspetto di Nessie è stato descritto come somigliante ad un plesiosauro, un rettile marino del periodo Giurassico che scomparve 66 milioni di anni fa.

A partire dal primo avvistamento del 1934 il lago fu sottoposto a numerose ricerche, monitoraggi durati 10 anni, e persino ricerche tramite strumenti sonar (operazione Deepscape), ma non emerse mai nulla di rilevante.

Dal 2018 anche il professor Neil Gemmel sta analizzando e prelevando campioni dalle acque del lago senza risultato.

Ma, pur non essendoci prove della sua reale esistenza, più di 1000 persone giurano di averlo avvistato.

Curiosità

La Scozia ha elaborato un piano d’azione ufficiale in caso di ritrovamento del mostro.

Simona Lamarmora per L’isola di Omero

Alberto Burri: tra le grandi firme del Novecento c’è ”l’artista della materia”

Ai meno informati probabilmente sarà sfuggito che Alberto Burri era un artista laureato in medicina. Un particolare che desta stupore, se si riflette sugli altri grandi pittori e scultori italiani e stranieri del Novecento.

Di solito lo stereotipo dell’artista riconduce l’immaginario collettivo a pensare ad esso come un uomo bohemien, che vive in una realtà tutta sua e poco concreta.

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Alberto Burri (Città di Castello, 12 marzo 1915 – Nizza, 13 febbraio 1995)

Effettivamente anche Burri, come le altre grandissime firme dell’arte, ha passato gran parte della sua vita in solitudine. Egli, infatti, visse in un casolare isolato a pochi chilometri dal Roma, dove poté liberamente dar sfogo alle proprie intuizioni.

Indubbiamente, però, la propria produzione artistica è stata anche legata alla professione medica, in quanto in seguito all’esercizio della stessa vi furono alcuni episodi che ne condizionarono la vita.

Burri rese servizio medico per l’esercito italiano nel periodo della seconda guerra mondiale, durante gli interventi in Africa.

Essendo fascista, venne fatto prigioniero e spedito presso i campi di concentramento americani, precisamente in Texas. Fu qui che l’artista prese coscienza di una realtà produttiva che metteva al centro la composizione dei materiali.

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Alberto Burri durante la lavorazione della plastica

Egli introdusse una novità sconvolgente inserendo delle materie extra pittoriche all’interno dei quadri, come avvenne per la famosa serie dei sacchi.

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Alberto Burri, Sacco IV (1954)

Si tratta di composizioni modellate con delle cuciture e degli strappi. E’ facile pensare che tale novità inizialmente suscitò scandalo.

Successivamente, in particolare dagli anni Sessanta, si concentrò sull’utilizzo della plastica.

Alberto Burri ha così raccontato le strade e le figure di un tempo passato (forse il suo), quelle che lui ha deciso talvolta di odiare ed altre volte di amare.

Cosimo Guarini per L’isola di Omero