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La rubrica del borgo. Acerenza: i misteri del conte Dracula e di San Canio

Acerenza è un piccolo comune, con poco più di duemila abitanti, in provincia di Potenza in Basilicata. I primissimi insediamenti risalgono al VI secolo a.C. 

Proprio qui infatti nacque l’antica Acheruntia, Αχερουντία in greco, citata dagli scrittori romani Tito Livio e Orazio, e nel Medioevo da Procopio.

Tutti citano il borgo come “Fortezza di guerra” e “presidio”.

In età medievale, nel 788 Carlo Magno per liberare Grimoaldo III, suo ostaggio, e permettergli di tornare a Benevento, chiese come condizione l’abbattimento delle mura di Acerenza. Tale condizione fu accettata, anche se nel 793 lo stesso Duca di Benevento Grimoaldo III le fece ricostruire.

La cittadina fu oggetto di una lunga contesa tra Longobardi e Bizantini, tanto che risuona tutt’ora una controversia riguardante alcune terre di proprietà dell’abbazia di Acerenza, date in affitto ad un contadino di Matera. Per rendere valido l’affitto, però, occorreva che vi fosse il consenso del principe di Salerno, legittimo proprietario delle terre. Un inviato del principe di Salerno rappresentò l’abbazia nel giudizio, ma la sentenza finale fu ratificata a Matera da un giudice funzionario bizantino insignito del titolo di scudiero imperiale.

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Il borgo visto dall’alto.

La Cattedrale è l’attrazione principale di Acerenza. Funge da centro del borgo, da cui si sviluppano tutte le case e le stradine.

Essa è dedicata all’Assunta e a S. Canio, e sfoggia un invidiabile stile romanico-normanno, così imponente che il paese viene spesso definito “Città Cattedrale”.

La struttura è datata intorno al 1000 d.C. e sostituisce un’antica chiesa paleocristiana. La facciata in pietra è lineare e maestosa e presenta un portale con due colonnine complete di capitello.

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La facciata della cattedrale del borgo.

I MISTERI DI ACERENZA:

Sono essenzialmente due i misteri che si riconducono al borgo di Acerenza. Il primo riguarda proprio San Canio, a cui è dedicato il Duomo. Canio era vescovo in Africa e nel 292 d.C. fu arrestato dal Prefetto di Cartagine per la sua federe religiosa. Subì delle torture feroci, tanto che si dice che gli fu iniettato del piombo nelle ferite. Ma successe qualcosa di incredibile: mentre il futuro santo si stava recando al patibolo, degli strani fenomeni sopranaturali non precisati indussero il Prefetto a lasciarlo andare in mare. Canio, dunque, giunse sulle coste della Campania grazie l’aiuto degli angeli. Qui compì una serie di miracoli e alla sua morte fu sepolto prima ad Aversa e poi ad Acerenza. Il vescovo lucano del tempo nascose i resti del corpo per evitare che fossero profanati, ma rese visibile il bastone pastorale, posizionato su di un altare in pietra. Ancora adesso avviene un fenomeno inspiegabile, in quanto alcuni visitatori dicono di averlo visto muovere all’interno della custodia!

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Raffigurazione di San Canio.

Il secondo mistero riguarda Vlad III, conosciuto come conte Dracula, o meglio sua figlia. Infatti pare che ella sia stata sepolta proprio nella Cattedrale di Acerenza!

Si dice infatti che Maria Balsa, moglie del Conte Ferrillo di Acerenza, fosse, secondo le cronache del tempo, figlia di un despota di una zona tra la Serbia e la Romania.

Sulla facciata, ristrutturata proprio a fine ‘500, è presente uno stemma con un drago, che apparteneva in quel periodo proprio alla casata del principe Vlad III.

Ma non solo: la Cattedrale è piena di rimandi al vampirismo. Ne abbiamo elencati alcuni, ripresi dagli studiosi e dai conoscitori del posto:

  1. All’ingresso della Cattedrale sono presenti due creature mostruose che mordono sul collo due ignare vittime.
  2. Nella cripta è possibile vedere, su di un bassorilievo, una singolare raffigurazione che riproduce il demone biblico Lilith, noto per comparire solo di notte e succhiare il sangue agli uomini, in particolare ai neonati.
  3. Negli affreschi l’uomo che dovrebbe raffigurare Dracula è posto di spalle all’altare, un po’ come se avesse voluto voltare le spalle a Dio.
  4. La Madonna con Bambino, raffigurata di fianco, fa la stessa cosa. Più o meno come fece Vlad quando, secondo la leggenda, per rivedere sua moglie, uccisa dai turchi, siglò il patto con il Diavolo che lo rese un ”non-morto”.

Cosimo Guarini per L’isola di Omero

Craco: la città fantasma che appare come una scultura medievale

Craco è un borgo italiano situato in provincia di Matera, nel cuore della Basilicata, che attualmente conta circa 700 abitanti.

Esso si erge maestoso e affascinante su una collina di roccia biancastra, e appare come una scultura di origini medievali circondata dai calachi (profondi solchi nel terreno che si trovano lungo il fianco di un monte o di una collina).

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Craco vista dall’alto

Oggi la visione che ci appare è quella di una realtà senza tempo, una città fantasma, uno dei posti più sconvolgenti della terra lucana.

Il piccolo comune è diventato un borgo fantasma dopo la disastrosa frana del 1963, che costrinse la popolazione locale ad abbandonare il luogo per rifugiarsi a valle, nel nuovo comune chiamato Craco Peschiera.

Fu un cedimento lento, che poteva essere fermato costruendo dei terrazzamenti alberati, ma i tecnici del posto decisero di costruire solo due grossi muri di contenimento che non ressero. Negli anni Settanta gli abitanti furono, quindi, costretti a lasciare definitivamente le loro case trasferendosi nella nuova Craco.

Del vecchio paese resta solo uno scenario di bellezza antica e senza tempo, con le case in pietra che si ergono sulla roccia e tra di esse spicca la torre normanna, dominante rispetto all’antico borgo.

Una parte del borgo medievale

Chi decide di intraprendere un viaggio a Craco può risalire dalle aride zone calanchive e muoversi lungo le rovine del centro abitato, per poi seguire gli itinerari che si aprono tra le colline di argilla. In questo modo sarà possibile ammirare la valle che circonda il borgo come un abbraccio.

All’interno sembrerà quasi di sentire le voci della gente che ci ha vissuto, il suono del campanile della chiesa, arrivando a percepire tutta la sua storia.

Questo magico scenario ha fatto innamorare anche grandi registi, come Pier Paolo Pasolini e Mel Gibson (rispettivamente con i film Vangelo secondo Matteo e La Passione di Cristo), che hanno deciso di ambientarci delle loro pellicole.

Scena tratta dal film La Passione di Cristo

Si narra che Craco in principio venisse chiamato Monte d’Oro, ma in realtà il suo nome risale al 1060, periodo dell’insediamento bizantino, quando fu chiamato dall’arcivescovo Arnaldo di Tricarico con il nome di Graculum (piccolo campo arato).

Il piccolo centro della provincia materana fino agli anni Sessanta infatti era considerato il paese del grano. Con le dominazioni successive, normanne e sveve, divenne un importante centro militare (soprattutto durante il regno di Federico II), grazie alla sua posizione strategica tra le valli fluviali del Cavone e dell’Agri.

Grande importanza rivestiva la sua torre normanna, che, insieme ad altre fortificazioni della zona, era parte di una rete di torri di avvistamento fondamentali per garantire la sicurezza della zona circostante.

La torre normanna a Craco

Su di una rupe è situato il castello, costruito nel XIII secolo, che conserva ancora oggi l’originale portale d’ingresso e la torre con splendide finestre. Visitando il borgo si posso ammirare i resti, risalenti al XV secolo, di quattro palazzi nobiliari, oltre al convento dedicato a San Pietro (caratterizzato da un interno a due navate, un altare barocco e una tela del 1600), la Chiesa di San Vincenzo (al cui interno è custodita la statua del Santo) e la Chiesa di San Nicola (con i suoi altari barocchi in marmi policromi).

Una leggenda narra che San Vincenzo e San Maurizio passarono da Craco durante il viaggio di ritorno dalle crociate.

Come visitare Craco?

L’accesso alla città fantasma è possibile solo attraverso una prenotazione presso la Mediateca comunale, in seguito a cui viene rilasciata una special card che permette di seguire un percorso attraverso una visita guidata. Si percorrerà un itinerario messo in sicurezza, che consentirà di visitare il corso più importante del paese fino a raggiungere i resti della piazza principale e il nucleo del borgo fantasma. Ad oggi è possibile ammirare solo una parte del borgo, anche se sono in corso i lavori di recupero di una parte delle rovine.

Simona Lamarmora per L’isola di Omero

Salvador Dalì a Matera: quando gli opposti si attraggono e nasce la magia

Un grande orologio molle che osserva da lontano il panorama ancestrale di Matera. Un mastodontico  Elefante spaziale dalle improbabili zampe lunghissime e scarne che domina una delle piazze della città e Il piano surrealista che affonda le sue braccia nel cielo della Capitale europea della cultura 2019.

Sono questi gli elementi monumentali de La Persistenza degli Opposti, l’esposizione dedicata a Salvador Dalì che affonda le radici nella filosofia daliniana e nella storia millenaria della celebre città dei Sassi, in un gioco di sguardi che permette a visitatori di vivere Matera attraverso Dalì e Dalì attraverso Matera.

Una delle installazioni presenti a Matera

Sono circa 200 le opere che da circa tre mesi invadono le strade, i vicoli e le piazze di Matera, con elementi surreali e riconoscibili in quanto icone di un preciso momento della storia dell’arte, legati in un percorso multimediale, con ologrammi, realtà virtuale e video mapping che portano la firma di Phantasya, società napoletana che ha curato l’intero allestimento.  

La rassegna Salvado Dalì – La Persistenza degli Opposti, curata da Beniamino Levi, costituisce un viaggio tematico che indaga all’interno della psicologia e dell’ispirazione artistica di Dalì. Quattro sono i temi molto cari all’artista, quattro le dicotomie: il tempo fuggevole ed eterno nel suo scorrere, l’involucro duro e il contenuto molle, la metamorfosi della realtà in surrealtà e la dialettica tra religione e scienza. Quello proposto è un vero e proprio viaggio nell’universo di Dalì, delle sue ossessioni, del suo giocare tra i pieni e i vuoti, nella smania di leggere il mondo e di distorcerlo a suo piacimento.

Matera è già di per sé un museo a cielo aperto, ma con questa rassegna mostra tutta la sua carica contemporanea creando un connubio pazzesco tra la sua natura rupestre, ancestrale e l’iconicità surreale di colui che ha rivoluzionato la storia dell’arte.

Rosa Araneo per L’isola di Omero