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Isabella d’Este, la donna più autorevole del Rinascimento

«D’opere illustri e di bei studî amica,
Ch’io non so ben se più leggiadra e bella
Mi debba dire, o più saggia e pudica,
Liberale e magnanima Isabella,
Che del bel lume suo dì e notte aprica
Farà la terra che sul Menzo siede»

(Ludovico Ariosto, Orlando Furioso XIII, 59)

Isabella d’Este, ricordata con il termine ”magnanima” da Ludovico Ariosto nell’Orlando Furioso, appare come una delle figure più carismatiche ed iconiche del Rinascimento. Mecenate delle arti, fu la reggente del Marchesato di Mantova, durante l’assenza del coniuge Francesco II Gonzaga.

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Isabella d’Este (Ferrara, 17 maggio 1474 – Mantova, 13 febbraio 1539)

Fra gli episodi più conosciuti e significativi della vita di Isabella è noto l’incontro avvenuto nel 1500 a Milano con il re di Francia Luigi XII. La celebre donna riuscì a convincere il sovrano a non inviare le proprie truppe contro Mantova.

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Francesco II Gonzaga (Mantova, 10 agosto 1466 – Mantova, 29 marzo 1519)

La formazione culturale della duchessa fu decisamente intensa. Basta pensare che da piccola riusciva a tradurre agevolmente sia il greco che il latino. Si dice anche che fosse in grado di recitare i versi di Virgilio e Terenzio a memoria.

Da bambina studiò storia romana. Un particolare che con ogni probabilità spiega la passione per le sculture romane, tanto da diventare una collezionista avida di tali opere. Statue che venivano conservate nel suo rinomato studiolo.

La propria formazione culturale l’avvicino a numerosi artisti, che vissero all’interno della sua corta. Si dice che imparò a suonare il liuto dal musicista Giovanni Angelo Testagrossa.

Quando il marito Francesco II fu catturato a Venezia nel 1509, lei prese il controllo delle forze militari di Mantova. Il coniuge venne liberato l’anno successivo grazie all’azione politica di Isabella, che per questo accettò perfino di tenere in ostaggio
il figlio Federico dal Papa Giulio II. La forza assunta dalla donna però fece risentire il marito, tanto che quest’ultimo estromise dalle decisioni successive la moglie. Quest’ultima, infatti, lasciò Mantova per soggiornare a Milano e Napoli.

Isabella tornò a Mantova dopo la porte del marito e assunse il ruolo di reggente del figlio Federico.

Cosimo Guarini per L’isola di Omero

La Sala dei Giganti: gli affreschi imponenti di Giulio Romano a Mantova

La Sala dei Giganti è un ambiente collocato presso Palazzo Te a Mantova. Ornata da affreschi imponenti, essa rappresenta sicuramente una delle opere più significative per l’autore, il pittore Giulio Romano. Quest’ultimo realizzò le decorazioni durante un intervallo di tempo che va dal 1532 al 1535.

La narrazione descritta dal Romano tratta l’episodio della Caduta dei Giganti, proveniente dalle Metamorfosi di Ovidio. Il pittore nasconde gli stacchi tra i piani orizzontale e verticale: smussa gli angoli tra le pareti e la volta. Realizza un pavimento, oggi perduto, costituito da un mosaico di ciottoli di fiume che prosegue, dipinto, alla base delle pareti. Con questo stupefacente artificio unitario e illusionistico, l’artista intende catapultare lo spettatore nel vivo dell’evento in atto, per produrre in lui stupore e sensazione di straniamento.

La Cupola della Sala

La scena rappresenta il momento in cui dal cielo si scatena la vendetta divina nei confronti degli sciagurati giganti che, dalla piana greca di Flegra, tentano il vano assalto all’Olimpo, sovrapponendo al massiccio dell’Ossa il monte Pelio. Giove, rappresentato sulla volta con in pugno i fulmini, abbandonato il trono, scende sulle nuvole sottostanti, chiama a sé l’assemblea degli immortali e, assistito da Giunone, punisce i ribelli: alcuni dei giganti vengono travolti dal precipitare della montagna, altri sono investiti da impetuosi corsi d’acqua, altri ancora vengono abbattuti dal crollo di un edificio. La scena, in origine, era resa ancora più drammatica dal bagliore delle fiamme prodotte da un camino realizzato sulla parete tra le finestre. Il pavimento, ideato da Paolo Pozzo, risale al secondo Settecento.