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Luigi Pirandello: dal Caos nasce il Genio di un grande autore

«Io sono figlio del Caos».

Asseriva spesso così Luigi Pirandello. In realtà, figlio del Caos lo era per davvero. Nato in un bosco denominato Càvusu, nome che gli abitanti di Girgenti (suo paese natale) avevano grossolanamente tradotto dal greco Kaos, egli spiegava così:

«Una notte di giugno caddi come una lucciola sotto un gran pino solitario in una campagna d’olivi saraceni affacciata agli orli d’ un altipiano di argille azzurre sul mare africano».

La famiglia era di estrazione borghese e l’autore ebbe sempre un rapporto complesso con i genitori, in particolare con il padre. Questa incomunicabilità lo spinse a ritirarsi in sé stesso e a dedicarsi, per tutta la vita, ad una costante introspezione. Con un animo così sensibile, la passione per la letteratura e per la scrittura non tardarono a manifestarsi. Nel 1886 si iscrisse all’Università di Palermo per, poi, trasferirsi a Roma dove proseguì i suoi studi di filologia romanza. Lo spirito di Pirandello si scontrò presto con quello del rettore che lo costrinse a terminare gli studi a Bonn. La Germania offrì allo scrittore la possibilità di laurearsi con una tesi sulle caratteristiche fonetiche del dialetto della sua Girgenti.

Nel 1894 Pirandello sposò Maria Antonietta Portulano, figlia di un facoltoso socio del padre. Sebbene il matrimonio avesse i connotati più di un accordo finanziario che di una storia d’amore, la passione tra i due sposi scoppiò in poco tempo. Grazie alla dote della moglie, egli visse in una situazione molto agiata che gli permise di ritornare a Roma. Tuttavia, ben presto la situazione economica cambiò negativamente: i coniugi persero tutti i loro averi e la moglie di Pirandello cadde in una profonda crisi psicotica dalla quale non si riprese mai. Solo dopo vari tentativi di convincimento, lo scrittore acconsentì a farla ricoverare in un istituto.

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Luigi Pirandello (Girgenti, 28 giugno 1867 – Roma, 10 dicembre 1936).

La vita di Pirandello è stata ricca di momenti piacevoli ma anche difficili. Spesso la genialità di un uomo è anche la sua condanna e lui lo sapeva bene. Le sue doti introspettive gli permisero di concepire l’immenso abisso che separa l’identità dall’apparenza, la forma dalla vita. Gli uomini nascono liberi ma il Caso sconvolge le loro esistenze precludendo ogni possibilità di rivalsa. La società ordina all’uomo come comportarsi e, man mano, l’io svanisce e si perde. L’uomo si ritrova così diviso tra regole da rispettare che la tirannia madre impone e la volontà interiore di manifestarsi in modo diametralmente opposto. Solo l’intervento del Caso può liberarlo da questa condizione permettendogli di assumere una nuova forma. Di questa nuova forma, tuttavia, egli ne diventa presto schiavo. Un circolo vizioso ripercorso ne Il fu Mattia Pascal: l’uomo non può capire né se stesso né gli altri perché ognuno vive indossando una maschera dietro la quale si nascondono mille persone diverse.

Queste riflessioni si manifestarono più chiaramente in un altro celebre romanzo; Uno, nessuno e centomila. Qui, l’autore agrigentino, approfondisce il discorso sull’introspezione psicoanalitica: mentre l’uomo si affanna a cercare una propria personalità, tutte quelle che si celano dietro la maschera sono nessuno.

Il merito che riconosciamo a Pirandello, ancora oggi, è quello di aver catturato un’istantanea della società umana piena di ipocrisie e di falsi miti. Nonostante sostenesse una profonda incomunicabilità tra gli uomini, il vincitore del Premio Nobel per la Letteratura (ricevuto nel 1934) decide di provare la strada del teatro con i Sei personaggi in cerca di autore in cui la fantasia assume il controllo della sua mente presentandogli personaggi che vogliono vivere senza che lui gli cerchi. Il paradosso della vita, insomma, il paradosso di esserci.

Una curiosità in merito a quest’ultimo lavoro: se oggi è l’opera teatrale più nota di Pirandello, il suo esordio non fu proprio un successo. Alla prima, nel teatro Valle di Roma, il pubblico in sala urlò “buffone” e “manicomio” sottolineando quanto poco avesse apprezzato lo spettacolo. Non contento, però, Pirandello salì sul palcoscenico per ricevere gli insulti e venne bombardato da un lancio fitto di monetine che lo portò a scappare verso il taxi inseguito dai contestatori! Per le successive tre serate il teatro rimase quasi vuoto e l’impresario cambiò il titolo in cartellone in Sei personaggi in cerca di pubblico. La società dell’epoca, forse, non era ancora pronta ad accoglierne l’innovazione.

Alessia Amato per L’isola di Omero

Sei personaggi in cerca d’autore: il metateatro di Pirandello

Sei personaggi in cerca d’autore è una delle opere più importanti composte da Luigi Pirandello. Si tratta di un dramma proposto per la prima volta a teatro nel 1921.

All’aperura della scena, la trama vede comparire un palcoscenico in allestimento con gli attori e i componenti dello staff della compagnia teatrale intenti ad organizzarsi per l’esecuzione della prova. Essi vengono interrotti dall’usciere del teatro che annuncia loro l’arrivo di sei personaggi: la madre, il padre, il figlio, la figliastra, il giovinetto e la bambina.

Una volta giunti, i personaggi inizieranno a raccontare il loro dramma, mai vissuto fino in fondo e pensato dall’autore che li creò. Convinto dalla loro esposizione, il capocomico decide di rappresentare tale narrazione utilizzando gli attori della compagnia.

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Luigi Pirandello.

La storia è davvero drammatica: il padre e la madre si separano dopo aver avuto un figlio, e così la madre si risposò con il segretario del padre. Da questa nuova unione nacquero tre figli: la figliastra, il giovinetto e la bambina. In seguito, dopo la morte del segretario, questa famiglia andò in rovina è fu costretta ad andare a lavorare nell’atelier di Madama Pace, proprietaria di una sartoria che era anche un luogo di prostituzione. Proprio qui la figliastra sarà costretta a prostituirsi. L’atelier era frequentato spesso dal padre, e l’incontro quasi incestuoso tra i due viene evitato dall’intervento di Madama Pace e della madre. Così il padre, preso dai sensi di colpa, riaccoglierà la famiglia in casa propria, anche se il suo rapporto con il giovinetto si inclinerà sempre di più.

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Il capocomico, dopo vari tentativi, rinuncerà alla rappresentazione di questa storia e manderà via tutti gli attori. L’ultima scena illustrata è quella che comprende la morte della bambina per affogamento all’interno della vasca del giardino, il suicidio del giovinetto, e la fuga della figliastra.

L’opera è un esempio lampante di metateatro, cioè di teatro nel teatro. Come detto, la scena si apre con una prova teatrale, ed inoltre i sei personaggi sono seduti fra il pubblico. Tale aspetto oltrepassa la dimensione scenica in quanto i sei personaggi prima seduti tra il pubblico, successivamente vanno sul placo. Lo spettatore non capirà se quello che sta guardando è finzione oppure realtà.

Tra le curiosità dell’opera di Pirandello quella che più fa riflettere è che la prima rappresentazione venne svolta al Teatro Valle di Roma. In questa occasione la performance fu fischiata al grido di ”Manicomio! Manicomio!” e Pirandello rischiò di essere linciato.

Cosimo Guarini per L’isola di Omero

Uno, nessuno e centomila: la lezione sempre attuale di Pirandello


Uno, nessuno e centomila, pubblicato nel 1926, è un classico della letteratura di tutti i tempi, dal significato profondo e particolare, fondamentale per capire le dinamiche dei rapporti tra gli esseri umani e le loro personalità. Il titolo dell’opera è emblematico: uno rappresenta l’immagine che ogni essere umano ha di sé, nessuno è ciò che il protagonista della storia sceglie, alla fine, di essere e centomila ritrae, chiaramente, l’immagine che gli altri hanno di noi.

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Luigi Pirandello (Girgenti, 28 giugno 1867 – Roma, 10 dicembre 1936), l’autore dell’opera.

Il protagonista del romanzo, Vitangelo Moscarda, comprende chiaramente che ogni essere umano crea nella sua mente una visione soggettiva di ciò che ogni singolo individuo rappresenta, in base a delle supposizioni. L’esistenza dell’essere umano, dunque, viene annullata; non essendo considerato come concretamente è, o crediamo di essere, le “centomila” raffigurazioni che sono nella mente degli altri frantumano l’essenza umana e si diventa “nessuno”. E infine, in questo impeto di pensieri, Vitangelo va in crisi, sconvolto dalla pazzia perché dilaniato dall’idea che gli altri non conoscono la sua vera identità e che, paradossalmente, nemmeno lui, potrà mai conoscere pienamente se stesso. Sconcertato, vittima di incomprensioni, rifiuta la sua stessa personalità, cancellandola definitivamente e allontanandosi dalla società. Il protagonista giunge a una risoluzione estrema: decide di trascorrere il resto della sua vita in manicomio, dove può essere il signor “nessuno”. 

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Uno, nessuno e centomila è un romanzo molto attuale. La lezione di Luigi Pirandello scuote i nostri sentimenti, mette a dura prova le nostre convinzioni o, per lo meno, ciò che noi vogliamo sforzarci di credere. Perché, proprio come afferma Pirandello, nulla è fermo, dunque nemmeno le opinioni degli altri sono le stesse. E l’uomo non può inseguirle, tantomeno cambiarle.  

Rosa Araneo per L’isola di Omero

Il fu Mattia Pascal di Pirandello e l’insoddisfazione dell’uomo

Il fu Mattia Pascal è stato il primo romanzo di Luigi Pirandello. Fu pubblicato in puntate tra l’aprile e il giugno del 1904 sulla rivista Nuova Antologia. Nel 1910 uscirà una versione unica pubblicata dall’editore Treves, con alcune modifiche rispetto al testo originale.

Nei 18 capitoli del romanzo, il protagonista Mattia Pascal racconta la propria strana storia: dopo aver vissuto parte della sua vita a Miragno, un piccolo paesino in Ligura dove egli è circondato da rapporti che non lo soddisfano e sta con una moglie che non ama, decide di lasciare quel posto per recarsi al Casinò di Montecarlo. Qui sarà baciato dalla fortuna, avendo vinto una consistente somma di denaro.

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Uscito dal Casinò, Mattia Pascal legge sul giornale che la gente lo crede morto, avendo confuso la sua persona con un cadavere ritrovato dopo un annegamento. Invece di tornare a casa e svelare la realtà, il protagonista deciderà di scomparire cambiando la sua identità.

Dunque decide di andare a vivere a Roma con il nuovo nome Adriano Meis. Qui si innamorerà di Adriana, la figlia del proprietario della pensione in cui alloggia. Non potendola sposare perché la personalità a cui ha dato vita non esiste in realtà, egli deciderà di fingere un annegamento e di tornare al suo paese di origine con il proprio vecchio nome.

Tornato in Liguria però scoprirà che sua moglie ha formato una nuova famiglia ed inizierà ad esser Il fu Mattia Pascal.

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Luigi Pirandello

Il protagonista è eternamente soddisfatto in qualsiasi situazione egli si trovi. Il trasferimento a Roma e il suono nuovo nome sembrano offrirgli una nuova vita, senza vincoli sociali. Ma questa nuova vita si basa sulla finzione. Per questo ai momenti di gioia si alternano momenti di intensa inquietudine. Nulla di più attuale, vero?

Cosimo Guarini per L’isola di Omero