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L’infinito di Lucio Fontana tra tagli e luce

“Io buco e non c’è bisogno di dipingere perché è lì che passa l’infinito. Ciò che conta davvero non è l’estetica, ma l’aver bucato. Non ho mai distrutto, ho solo costruito”.

Con queste parole, Lucio Fontana (1899-1968), l’artista borghese sempre in giacca e cravatta, definiva il suo modo di fare arte, dei veri e propri buchi e dei tagli netti, essenziali ed assoluti su quelle tele a cui dava forme ed espressioni che lo hanno fatto poi apprezzare, conoscere ed imitare in tutto il mondo. Ogni quadro era per lui un oggetto e le sue opere con quei buchi e con quei tagli li chiamò, non certo a caso, “concetti”, perché non amava altre parole per descriverli al meglio.

La sua ricerca era costantemente rivolta al superamento delle forme artistiche tradizionali e la sua idea di spazio, inteso come materia da modificare, ha determinato un mutamento nell’uso della tela.

Concetto Spaziale – Attesa (1965) di Lucio Fontana

Crivellando la superficie di buchi, Fontana ha voluto affermare che si può procedere verso l’infinito, facendo passare la luce oltre la superficie pittorica. In questo l’artista in questione è il degno allievo di Moreau, che dipingeva con la spatola e non con i pennelli, ma anche dello stesso Van Gogh, che cercava di raggiungere con il colore e la luce la realtà che aveva dinanzi.

Concetto Spaziale – New York (1962) di Lucio Fontana.

Nella pittura di Fontana c’è la volontà di superare il limite stesso imposto dalla pittura per raggiungere il cosiddetto elemento cosmico. La ricerca della quarta dimensione che abita sin dagli esordi l’arte di questo artista, ha sconvolto l’idea stessa di arte, in contemporanea con il dripping di un altro grande, Pollock, l’uno all’insaputa dell’altro.

Rosa Araneo per L’isola di Omero