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Alberto Moravia, ”La donna leopardo”: una storia di gelosia sicura e tradimento incerto

La donna leopardo è un romanzo che Alberto Moravia (1907-1990) scrisse durante gli ultimi due anni della propria vita. Venne pubblicato dopo la sua morte, nel 1991.

Di questo titolo ne aveva parlato con gli amici fin dai primi mesi di lavoro, come gli era accaduto in altre situazioni simili. Non parlava però del contenuto o del tema del romanzo, e anche questo rientrava nel suo costume. Teneva alla segretezza del propria officina: da buon artigiano, pensava al risultato finale. Ogni procedimento per arrivare al risultato non riteneva fosse interesse oggettivo; riguardava lui solo, la propria tenacia, e la propria fatica di scrittore.

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La donna leopardo è una storia di gelosia profonda che riguarda due coppie: il giornalista Lorenzo, sua moglie Nora, la signora Ada e il marito Flavio Colli. Quest’ultimo è un imprenditore che finanzia il giornale per il quale Lorenzo lavora.

Entrambe le coppie, anche se in modo differente, si mostrano fragili: Colli si avvicina a Nora, che sembra ricambiare; Lorenzo osserva titubante l’evolversi della situazione. Ada ripete più volte d’esser innamorata del marito, ma al contempo propone al giornalista di tradire i rispettivi coniugi ricambiandoli con la stessa moneta ricevuta, ovvero il tradimento; anche se non hanno le prove che questo stia effettivamente avvenendo.

Il tutto verrà aggravato da un viaggio in Africa, in cui i quattro protagonisti si recheranno per motivi di lavoro che riguardano i due uomini. Come si concluderà la vicenda?

Ci sarà un Ménage à quatre?

I motivi di gelosia di Lorenzo e Ada saranno giustificati?

La donna leopardo - Piccolo Teatro
La vicenda de La donna leopardo è stata riportata a teatro in occasione del trentennale dalla morte di Moravia. Nella foto i protagonisti sul palco: Valentina Banci, Olivia Magnani, Daniele Natali e Paolo Sassanelli. Regia di Michela Cescon.

In questo libro la vita è metaforizzata in una immagine di donna la cui felinità e impenetrabilità sono i tratti salienti, e tale femminilità e impenetrabilità trovano completamento nella proiezione di un paesaggio tanto più fascinoso quanto più impenetrabile, l’Africa nera.

I dubbi che assalgono Lorenzo durante le notti del soggiorno africano sono assillanti. Il celato complesso di inferiorità che avverte dal fatto che sua moglie possa averlo tradito con un un suo superiore, non è un aspetto irrilevante. E soprattutto egli si incolpa di aver presentato lui stesso e volutamente la propria coniuge all’imprenditore.

Ma la domanda che il lettore si può porre al termine del libro è se veramente egli sia innamorato della moglie, o se tale gelosia derivi dal fatto di non esser più preso in considerazione da qualcuno. È questo, insomma, un dilemma che va oltre l’opera letteraria e che sicuramente interessa un gran numero di coppie moderne.

Cosimo Guarini per L’isola di Omero

Il Decameron: la grande opera letteraria da Boccaccio a Pasolini

Il Decameron è una raccolta di cento novelle scritta da Giovanni Boccaccio nel XIV secolo, probabilmente tra il 1349 e il 1351. È considerata una delle opere più importanti della letteratura del Trecento europeo, periodo durante il quale esercitò una vasta influenza sulle opere di altri autori oltre che diventare la capostipite della letteratura in prosa in volgare italiano. 

Boccaccio nel Decameron raffigura l’intera società del tempo, integrando l’ideale di vita aristocratico, basato sull’amor cortese, con i valori della mercatura quali l’intraprendenza e l’astuzia.

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Giovanni Boccaccio (Certaldo o forse Firenze, 16 giugno 1313 – Certaldo, 21 dicembre 1375).

Il libro narra di un gruppo di giovani, sette donne e tre uomini, che per dieci giorni si trattengono fuori da Firenze per sfuggire alla peste nera che in quel periodo imperversava nella città, e che a turno si raccontano delle novelle di taglio spesso umoristico e con frequenti richiami all’erotismo bucolico del tempo. Per quest’ultimo aspetto, il libro fu tacciato di immoralità e fu in molte epoche censurato.

La concezione della vita morale nel Decameron si basa sul contrasto tra Fortuna e Natura.

La Fortuna appare spesso come evento inaspettato che sconvolge le vicende, mentre la Natura si presenta come forza primordiale la cui espressione è l’Amore come sentimento invincibile che domina insieme l’anima e i sensi. L’amore per Boccaccio è una forza insopprimibile, motivo di diletto ma anche di dolore, che agisce nei più diversi strati sociali e per questo spesso si scontra con pregiudizi culturali e di costume. 

Locandina de Il Decameron di Pasolini.

Il capolavoro di Boccaccio è stato rivisitato diverse volte dal cinema nel XX secolo, ma merita un posto particolare il film Decameron di Pier Paolo Pasolini (1971), tra le più complete e meglio riuscite dell’epoca moderna soprattutto per la rilettura in chiave “vitalistica” delle novelle di argomento erotico e per l’ambientazione napoletana in cui vengono inseriti i racconti, scelta dal regista perché ritenuta più vivace e popolare.

La pellicola subì tagli e censure per le molte scene scabrose, anche se riscosse un ottimo successo di pubblico e fu premiata con l’Orso d’Argento al Festival del Cinema di Berlino. 

Rosa Araneo per L’isola di Omero

Sei personaggi in cerca d’autore: il metateatro di Pirandello

Sei personaggi in cerca d’autore è una delle opere più importanti composte da Luigi Pirandello. Si tratta di un dramma proposto per la prima volta a teatro nel 1921.

All’aperura della scena, la trama vede comparire un palcoscenico in allestimento con gli attori e i componenti dello staff della compagnia teatrale intenti ad organizzarsi per l’esecuzione della prova. Essi vengono interrotti dall’usciere del teatro che annuncia loro l’arrivo di sei personaggi: la madre, il padre, il figlio, la figliastra, il giovinetto e la bambina.

Una volta giunti, i personaggi inizieranno a raccontare il loro dramma, mai vissuto fino in fondo e pensato dall’autore che li creò. Convinto dalla loro esposizione, il capocomico decide di rappresentare tale narrazione utilizzando gli attori della compagnia.

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Luigi Pirandello.

La storia è davvero drammatica: il padre e la madre si separano dopo aver avuto un figlio, e così la madre si risposò con il segretario del padre. Da questa nuova unione nacquero tre figli: la figliastra, il giovinetto e la bambina. In seguito, dopo la morte del segretario, questa famiglia andò in rovina è fu costretta ad andare a lavorare nell’atelier di Madama Pace, proprietaria di una sartoria che era anche un luogo di prostituzione. Proprio qui la figliastra sarà costretta a prostituirsi. L’atelier era frequentato spesso dal padre, e l’incontro quasi incestuoso tra i due viene evitato dall’intervento di Madama Pace e della madre. Così il padre, preso dai sensi di colpa, riaccoglierà la famiglia in casa propria, anche se il suo rapporto con il giovinetto si inclinerà sempre di più.

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Il capocomico, dopo vari tentativi, rinuncerà alla rappresentazione di questa storia e manderà via tutti gli attori. L’ultima scena illustrata è quella che comprende la morte della bambina per affogamento all’interno della vasca del giardino, il suicidio del giovinetto, e la fuga della figliastra.

L’opera è un esempio lampante di metateatro, cioè di teatro nel teatro. Come detto, la scena si apre con una prova teatrale, ed inoltre i sei personaggi sono seduti fra il pubblico. Tale aspetto oltrepassa la dimensione scenica in quanto i sei personaggi prima seduti tra il pubblico, successivamente vanno sul placo. Lo spettatore non capirà se quello che sta guardando è finzione oppure realtà.

Tra le curiosità dell’opera di Pirandello quella che più fa riflettere è che la prima rappresentazione venne svolta al Teatro Valle di Roma. In questa occasione la performance fu fischiata al grido di ”Manicomio! Manicomio!” e Pirandello rischiò di essere linciato.

Cosimo Guarini per L’isola di Omero

Uno, nessuno e centomila: la lezione sempre attuale di Pirandello


Uno, nessuno e centomila, pubblicato nel 1926, è un classico della letteratura di tutti i tempi, dal significato profondo e particolare, fondamentale per capire le dinamiche dei rapporti tra gli esseri umani e le loro personalità. Il titolo dell’opera è emblematico: uno rappresenta l’immagine che ogni essere umano ha di sé, nessuno è ciò che il protagonista della storia sceglie, alla fine, di essere e centomila ritrae, chiaramente, l’immagine che gli altri hanno di noi.

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Luigi Pirandello (Girgenti, 28 giugno 1867 – Roma, 10 dicembre 1936), l’autore dell’opera.

Il protagonista del romanzo, Vitangelo Moscarda, comprende chiaramente che ogni essere umano crea nella sua mente una visione soggettiva di ciò che ogni singolo individuo rappresenta, in base a delle supposizioni. L’esistenza dell’essere umano, dunque, viene annullata; non essendo considerato come concretamente è, o crediamo di essere, le “centomila” raffigurazioni che sono nella mente degli altri frantumano l’essenza umana e si diventa “nessuno”. E infine, in questo impeto di pensieri, Vitangelo va in crisi, sconvolto dalla pazzia perché dilaniato dall’idea che gli altri non conoscono la sua vera identità e che, paradossalmente, nemmeno lui, potrà mai conoscere pienamente se stesso. Sconcertato, vittima di incomprensioni, rifiuta la sua stessa personalità, cancellandola definitivamente e allontanandosi dalla società. Il protagonista giunge a una risoluzione estrema: decide di trascorrere il resto della sua vita in manicomio, dove può essere il signor “nessuno”. 

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Uno, nessuno e centomila è un romanzo molto attuale. La lezione di Luigi Pirandello scuote i nostri sentimenti, mette a dura prova le nostre convinzioni o, per lo meno, ciò che noi vogliamo sforzarci di credere. Perché, proprio come afferma Pirandello, nulla è fermo, dunque nemmeno le opinioni degli altri sono le stesse. E l’uomo non può inseguirle, tantomeno cambiarle.  

Rosa Araneo per L’isola di Omero

L’Inferno di Dante Alighieri: l’incipit del viaggio con Virgilio

«Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura,
ché la diritta via era smarrita.»

È l’incipit dell’Inferno, il primo dei tre regni dell’Oltretomba cristiano visitato da Dante nel corso del suo viaggio, con la guida del grande poeta Virgilio.

Dante lo descrive come un’immensa voragine a forma di cono rovesciato, che si spalanca nelle viscere della terra sotto la città di Gerusalemme, nell’emisfero settentrionale della Terra.

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Questa cavità sotterranea si è aperta quando Lucifero, cacciato dal Cielo dopo la sua ribellione a Dio, fu scaraventato al centro della Terra dove è tuttora confitto; la terra si ritrasse per il contatto col demonio e avrebbe formato il monte del Purgatorio, che sorge agli antipodi di Gerusalemme, nell’emisfero meridionale.

Dopo aver attraversato la selva oscura, Dante e Virgilio attraversano la porta dell’Inferno che gli condurrà in direzione della cavità.
L’Inferno è diviso in nove Cerchi, simili a delle cornici rocciose che circondano la parte interna della voragine e che ospitano i vari dannati.

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Rappresentazione dell’Inferno di Dante.

In primo luogo i due attraverseranno un Vestibolo, detto anche Antinferno, dove si trovano gli ignavi. Questo luogo è diviso dall’Inferno vero e proprio dal fiume Acheronte, laddove Caronte trasporta le anime dannate.

Da qui l’inizio di un’avventura che ha scritto le pagine migliori dell’intera letteratura mondiale.

Cosimo Guarini per L’isola di Omero

Il fu Mattia Pascal di Pirandello e l’insoddisfazione dell’uomo

Il fu Mattia Pascal è stato il primo romanzo di Luigi Pirandello. Fu pubblicato in puntate tra l’aprile e il giugno del 1904 sulla rivista Nuova Antologia. Nel 1910 uscirà una versione unica pubblicata dall’editore Treves, con alcune modifiche rispetto al testo originale.

Nei 18 capitoli del romanzo, il protagonista Mattia Pascal racconta la propria strana storia: dopo aver vissuto parte della sua vita a Miragno, un piccolo paesino in Ligura dove egli è circondato da rapporti che non lo soddisfano e sta con una moglie che non ama, decide di lasciare quel posto per recarsi al Casinò di Montecarlo. Qui sarà baciato dalla fortuna, avendo vinto una consistente somma di denaro.

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Uscito dal Casinò, Mattia Pascal legge sul giornale che la gente lo crede morto, avendo confuso la sua persona con un cadavere ritrovato dopo un annegamento. Invece di tornare a casa e svelare la realtà, il protagonista deciderà di scomparire cambiando la sua identità.

Dunque decide di andare a vivere a Roma con il nuovo nome Adriano Meis. Qui si innamorerà di Adriana, la figlia del proprietario della pensione in cui alloggia. Non potendola sposare perché la personalità a cui ha dato vita non esiste in realtà, egli deciderà di fingere un annegamento e di tornare al suo paese di origine con il proprio vecchio nome.

Tornato in Liguria però scoprirà che sua moglie ha formato una nuova famiglia ed inizierà ad esser Il fu Mattia Pascal.

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Luigi Pirandello

Il protagonista è eternamente soddisfatto in qualsiasi situazione egli si trovi. Il trasferimento a Roma e il suono nuovo nome sembrano offrirgli una nuova vita, senza vincoli sociali. Ma questa nuova vita si basa sulla finzione. Per questo ai momenti di gioia si alternano momenti di intensa inquietudine. Nulla di più attuale, vero?

Cosimo Guarini per L’isola di Omero

La coscienza di Zeno: la prima opera italiana sulla psicanalisi

La coscienza di Zeno di Italo Svevo è la prima opera italiana basata sulla psicanalisi e il subconscio. Essa segue le orme tracciate all’estero da James Joyce e Virginia Woolf.

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La vicenda è ambientata a Trieste nella prima metà del ‘900, e il protagonista è Zeno Cosini, un uomo che decide di entrare in psicoanalisi dal dottor S per scoprire quali sono quei momenti della sua vita che lo hanno cambiato fortemente.

Il romanzo è diviso in sei episodi: il vizio del fumo, la morte del padre, il matrimonio, la moglie e l’amante, l’associazione commerciale e la psicanalisi.

In ognuno dei capitoli il protagonista rifletterà sui passi fondamentali della sua esistenza: dalla voglia di smettere di fumare, al rapporto travagliato con il padre, fino ai temi di carattere amoroso.

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La coscienza di Zeno a teatro.

Nell’ultimo capitolo Zeno riflette sul tema della psicanalisi, arrivando alla conclusione che essa è una pratica del tutto inutile per superare il disagio interiore che attanaglia un uomo; quest ultimo, infatti, è un qualcosa che accomuna tutta l’umanità e non un singolo individuo.

Il dottor S per vendicarsi farà pubblicare quest’opera autobiografica.

Il libro si conclude con la visione apocalittica della scomparsa della terra tramite una esplosione.

Il protagonista:

Zeno è un uomo inetto che si lascia travolgere dagli eventi della vita. Non riesce mai a smettere di fumare, anzi, vive aspettando di dover accendere l’ultima sigaretta della giornata. Non è in grado di fare una scelta decisa e volenterosa. Si lascia travolgere dagli eventi della vita, ma in un certo senso anche inciampando riesce a farcela sempre.

Cosimo Guarini per L’isola di Omero

I promessi sposi di Manzoni: il romanzo storico intramontabile

Quel ramo del lago di Como

La citazione appena proposta è una delle frasi più conosciute della letteratura italiana. Si tratta dell’incipit de I promessi sposi, il romanzo che Alessandro Manzoni scrisse con uno stile ”dolce e descrittivo”.

La prima edizione fu pubblicata nel 1827, ma successivamente vi furono due rivisitazioni: nel 1840 e nel 1842. Gli episodi narrati, però, sono ambientati tra il 1628 e il 1630 nella Lombardia di dominazione spagnola.

Manzoni propone un romanzo unico, che si pone come emblema dell’arte letteraria italiana. Si tratta, insomma, di ”un testo intramontabile”.

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La vicenda inizia quando un giorno Don Abbondio, il personaggio su cui Manzoni può sfogare tutto il suo senso dell’ironia, torna a casa dopo aver sbrigato le faccende quotidiane.

Ad un tratto entra in scena una coppia di Bravi. Questi ultimi sono i servitori di Don Rodrigo, l’antagonista della narrazione. I due intercedono con il frate avendo l’intento di fermare il matrimonio dei protagonisti del racconto, Renzo e Lucia, che il prelato avrebbe dovuto celebrare il giorno successivo.

A tal proposito, è celebre la citazione di uno dei Bravi:

‘questo matrimonio non s’ha da fare, ne domani ne mai”.

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Raffigurazione dei due Bravi e Don Abbondio.

Nel corso delle pagine accadrà davvero di tutto, tra eventi e colpi di scena.

Il libro si pone come un romanzo di formazione, perché i personaggi si evolvono con lo scorrere del tempo. Può essere anche classificato come un romanzo filosofico, dominato dal ruolo della provvidenza, cioè del volere divino.

Ma prima di ogni cosa stiamo parlando di un romanzo storico, che racconta la realtà lombarda di quegli anni, quando tale territorio era oggetto della dominazione di un Paese estero.

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Alessandro Manzoni (Milano, 7 marzo 1785 – Milano, 22 maggio 1873).

Curiosità: nell’introduzione Manzoni scrive di aver trovato la storia in un manoscritto del ‘600 e di averla adattata. In realtà, molti studiasi non sostengono la veridicità di questa informazione. Si tratta, infatti, di un espediente letterario che l’autore usa per mantenere le distanze dalla storia che racconta, e quindi per fare in modo che le critiche in riferimento alla dominazione spagnola fossero attribuite ad altri.

In questo modo nessuno, in epoca di dominazione straniera (quella austriaca contemporanea allo scrittore), poteva accusarlo di nazionalismo.

Cosimo Guarini per L’isola di Omero

La locandiera: l’emblema del teatro goldoniano

Composta nel 1752 da Carlo Goldoni (25 Febbraio 1707- 6 Febbraio 1793), La Locandiera è una meravigliosa commedia in tre atti che diede inizio a una nuova forma di teatro, la quale troverà la sua massima espressione non molto più tardi, principalmente con Denis Diderot, Henrik Ibsen, Anton Cechov ed August Strindberg, senza doversi dilungare in altri nomi altrettanto imponenti. 

Il teatro goldoniano si afferma in vesti nuove, diverse, irrompendo sulla già obsoleta Commedia dell’arte, eccezionale per certi versi ma povera di storie reali e quotidiane, di personaggi umani e volubili, di dettagli significativi e, soprattutto, di carattere: tutto ciò che invece è accuratamente accolto in Goldoni. 

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Non si può, infatti, non notare che le uniche due figure più vicine allo standard delle maschere della Commedia dell’arte sono Dejanira e Ortensia, e tuttavia si rivelano incapaci di recitare al di fuori delle loro esigenze, facendosi smascherare dal cavaliere. 

Volendo dedicare un ultimo sguardo all’opera, ritroviamo estremamente vivo il dibattito sulle classi sociali, che non si manifesta come una generica differenziazione fra ricchi e poveri, bensì fra il nuovo ceto borghese in sviluppo e l’antica aristocrazia, rappresentata in La Locandiera da nobili in decadenza, dotati solo di titoli ma non più di denari. 

Tutto ciò anticipa, come già citato inizialmente, ciò che sarà il cosiddetto dramma borghese, anche se ancora in Goldoni non si respira il sapore di vita borghese vissuta e i suoi ambienti sono ancora molto aperti rispetto all’interno di un salotto borghese adorno di lussi (nonostante si tratti di un’anonima locanda). 

Dopo una piccola premessa su ciò che caratterizza il teatro goldoniano, ed in particolar modo La Locandiera, non possiamo non trattare della sua composizione in tre atti (che tra l’altro si differenzia dai cinque atti della tradizione). 

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Il primo atto vede principalmente quattro personaggi: Mirandolina, la locandiera che trae vantaggio dalle lusinghe del Marchese di Forlipopoli, aristocratico decaduto, e del Conte di Albafiorita, ricco mercante veneziano. Ben presto, però, il fiero orgoglio di Mirandolina viene colpito dall’arrivo del Cavaliere di Ripafratta, il quale non solo non le rivolge alcuna attenzione, anzi, rimprovera agli altri due di perder tempo con una popolana. 

Il secondo atto presenta il nuovo obiettivo della locandiera, che non è più quello di trarre vantaggio dai corteggiatori che ormai l’hanno annoiata, bensì quello di far innamorare il Cavaliere, semplicemente per gusto personale. Difatti, dal momento ch’ella comprende quali siano le sue necessità, si mostra come una donna gentile e accomodante, unica nel suo genere e totalmente diversa dal canone femminile che il Cavaliere disprezza. Non ci vorrà molto, infatti, per raggirare il misogino personaggio e farlo innamorare di lei perdutamente. 

Nel terzo atto, però, la situazione inizia a degenerare, poiché i tre corteggiatori avanzano delle pretese nei confronti di Mirandolina. Tutto ciò, ad ogni modo, non le importa più poiché ella ha già raggiunto tutti i suoi scopi e decide, pertanto, di sposare il cameriere Fabrizio per trovare una via d’uscita. 

La commedia è stata più volte riprodotta, godendo anche di interpretazioni lodevoli come quella di Eleonora Duse nel 1981. È stata anche oggetto di ispirazione per film e sceneggiati televisivi. 

Angela Cerasino per L’isola di Omero

Giacomo Leopardi a Recanti: l’origine cristallina dell’Infinito

L’infinito è una lirica scritta da Giacomo Leopardi, uno dei principali autori della letteratura italiana.

La stesura definitiva risale al 1818/19, quando il poeta risiedeva nella sua città natale: Recanati.

I luoghi della giovinezza hanno significato tanto per lo scrittore. Una fanciullezza segnata dallo ”studio matto e disperatissimo” sotto il controllo del padre Monaldo.

Una saluta cagionevole già dall’infanzia, l’amicizia con il grande Pietro Giordani, ed un talento innato hanno contribuito a formare un fine intellettuale capace di segnare la storia culturale d’Italia.

Un intellettuale che a Recanati è riuscito a volare fino all’Infinito per scrivere la seguente opera:

«Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
e questa siepe, che da tanta parte
dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
spazi di là da quella, e sovrumani
silenzi, e profondissima quïete
io nel pensier mi fingo, ove per poco
il cor non si spaura. E come il vento
odo stormir tra queste piante, io quello
infinito silenzio a questa voce
vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
e le morte stagioni, e la presente
e viva, e il suon di lei. Così tra questa
immensità s’annega il pensier mio:
e il naufragar m’è dolce in questo mare.»

Il secondo manoscritto autografo

Cosimo Guarini per L’isola di Omero