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Il colonialismo inglese in Australia: il dramma e gli orrori della ”generazione rubata”

Charles Darwin, nel suo viaggio del 1836, rimase sconvolto per il trattamento che gli inglesi riservavano ai nativi dell’Australia, maltrattati e schiavizzati.

Gli europei li consideravano creature inferiori, un popolo primitivo ed arretrato.

La prima conseguenza della colonizzazione fu che uomini, donne e bambini vennero falcidiati da malattie provenienti dal Vecchio Continente, e da cui non avevano difese.

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Raffigurazione del popolo britannico durante il tempo coloniale in Australia.

Prima dell’episodio coloniale, gli aborigeni in Australia erano un milione. Le malattie e le violenze provocarono una diminuzione del 90% della popolazione.

Quello che c’è di peggio è che i nativi australiani vennero privati anche della loro cultura, che da migliaia di anni veniva tramandata dai loro antenati. Alcuni cercarono di adattarsi al modello europeo lavorando come mano d’opera; altri cercarono di resistere cadendo in povertà ed emarginazione.

Il caso della ”generazione rubata”

Tra i primi anni del Novecento fino agli anni Settanta, il Governo australiano mise in atto una campagna per inserire nella società dei bianchi i bambini di sangue misto. Questi ultimi spesso erano figli di aborigeni che avevano subito violenze.

Senza bisogno del consenso dei genitori o del tribunale competente, i bambini venivano strappati ai genitori per essere messi in orfanotrofi e collegi missionari, che avevano il compito di educarli.

Molti bambini finivano nelle famiglie di bianchi per essere adottati. Il risultato è stato il formarsi della così detta ”generazione rubata”.

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In primo piano: una donna durante una marcia di protesta per il riconoscimento e la memoria dei crimini vissuti dalla ”generazione rubata”.

Dal 1967, dopo un referendum, fu concessa la cittadinanza anche alla popolazione aborigena. Nel 1998 il Primo Ministro australiano chiese ufficialmente scusa alla ”generazione rubata”. Quest’ultima, però, non ha ancora superato il dramma subito. Sebbene gli aborigeni abbiano gli stessi diritti del resto della società, una piena integrazione è ancora lontana.

Cosimo Guarini per L’isola di Omero

Castello di Windsor: la residenza reale inglese preferita dalla Regina Elisabetta II

Il Castello di Windsor, situato nell’omonima cittadina inglese, è una delle residenze della Famiglia Reale Britannica.

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Il Castello visto dall’esterno.

In principio fu costruito come castello medievale: il periodo di inizio per la sua realizzazione è riconducibile all’XI secolo, esattamente dopo la conquista normanna inglese di Guglielmo I il Conquistatore.

Durante il corso del secolo successivo, al tempo di Enrico I d’Inghilterra, l’edificio è stato impiegato per ospitare numerosi monarchi britannici.

Attualmente qui vivono e lavorano più di cinquecento persone. Tale luogo è un’attrazione turistica molto popolare, sede di visite di Stato e posto preferito per i fine settimana dalla regina Elisabetta II d’Inghilterra.

Regina Elisabetta II ( Londra, 21 aprile 1926).

Tra gli aspetti architettonici ed artistici di maggior rilievo, non bisogna dimenticare che tale Castello contiene la Cappella di San Giorgio (XV sec.), considerata l’emblema del gotico inglese.

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Cappella di San Giorgio vista dall’intero.

Quali sono i luoghi più caratteristici all’interno del Castello di Windsor?

È difficile reperire immagini dall’esterno, ma vi proponiamo una breve serie di foto che immortalano gli ambienti principali percorribili durante la visita guidata presso la residenza reale britannica.

Ecco la nostra Gallery.

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Elemento principale della visita guidata è quello del passaggio presso le camere da letto reali.
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Non meno importante è la sala in cui vengono ricevuti i personaggi istituzionali in visita.
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Sono meravigliosi e fascinosi i numerosi dipinti posti sulle pareti della residenza.
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La panoramica di una delle sale da pranzo presenti nel Castello durante una cena.
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Grazie per la visione!

Cosimo Guarini per L’isola di Omero

Napoleone a Waterloo, la fine del grande Imperatore

La battaglia di Waterloo è il noto conflitto che prese il nome dell’omonima cittadina belga in cui fu ambientata.

Essa si svolse il 18 giugno 1815 durante la guerra tra le truppe francesi guidate da Napoleone Bonaparte e gli eserciti britannici del Duca di Wellington e quello prussiano del feldmaresciallo Gebhard Leberecht von Blücher.

È notoriamente ricordata come la battaglia che segnò la definitiva sconfitta di Napoleone, con il suo conseguente esilio presso Sant’Elena.

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Napoleone Bonaparte
 (Ajaccio, 15 agosto 1769 – Longwood, Isola di Sant’Elena, 5 maggio 1821)

Bonaparte progettò e realizzò un primo attacco intorno alle ore 11:30 del mattino. Nel tardo pomeriggio pensava di aver vinto, ma successivamente dovette fare i conti con l’ostica risposta degli avversari.

Egli, dal canto suo, pensava di prevalere riuscendo a sfruttare la poca coesione degli antagonisti, ma la sconfitta fu incombente.

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Finito in mano agli inglesi, come detto, fu assegnato in esilio presso l’isola di Sant’Elena. Qui morì il 5 maggio 1821.

La fine di Napoleone ebbe dunque il territorio di Waterloo come centro simbolico ed effettivo. Ancora oggi nei pressi di questa località è ricordata la grande battaglia con una serie di monumenti, ed esiste un museo dedicato al famoso scontro.

Cosimo Guarini per L’isola di Omero

Giovanna d’Arco, l’eroina francese beatificata dalla Chiesa cattolica

Giovanna d’Arco è nota come celebre eroina della storia francese. Il suo riconoscimento però è divenuto internazionale, tanto da ricevere la santificazione dalla Chiesa cattolica.

A lei va il merito di aver riunito parte dei territori dello Stato francese caduti in mano agli inglesi durante la guerra dei cent’anni.

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Giovanna d’Arco (Domrémy, 6 gennaio 1412 – Rouen, 30 maggio 1431).

Fu proprio la predetta guerra (1337 – 1453) a conferire visibilità alla donna, che con le sue gesta viene considerata indiscutibilmente una delle figure simbolo della Francia.

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Copertina di un noto film ispirato alla vita di Giovanna d’Arco

Le voci celestiali:

Giovanna nacque da una famiglia di contadini della Lorena. Da giovane, risultava essere una ragazza molto devota e caritatevole.
All’età di tredici anni iniziarono a verificarsi degli episodi al quanto insoliti. Ella, infatti, iniziò ad udire delle voci celestiali e ad avere delle visioni dell’arcangelo Michele, di santa Caterina e di santa Margherita. Furono questi episodi ad illuminare la giovane, e a spingerla nella lotta per difendere il suo popolo.

La morte:

La sua vita terminò in seguito alla catturata da parte dei Borgognoni, che la vendettero agli inglesi. Questi ultimi prima la processarono per eresia, e poi il 30 maggio 1431 la condannarono al rogo, ardendola viva.

Successivamente, nel 1456 il pontefice Callisto III dichiarò nullo il medesimo processo.

Giovanna d’Arco fu beatificata nel 1909 da Pio X e canonizzata nel 1920 da Benedetto XV.

Cosimo Guarini per L’isola di Omero