Archivi tag: Guerra

A Bagdad: l’uomo che trasforma un kalashnikov in uno strumento musicale

Majed Abdennour è un insegnante di Bagdad, la capitale irachena, che ha trasformato un fucile d’assalto sovietico Ak-47 in un caratteristico strumento musicale.

Risultati immagini per Majed Abdennour
Lo strumento musicale in primo piano e il suo creatore sullo sfondo.

L’uomo possedeva un fucile per proteggere la sua famiglia. Bisogna considerare, infatti, che tra il 2006 e il 2008 Bagdad ha pagato con il sangue la forte divisione tra sunniti e sciiti.

Quando Majed ha deciso di trasformare il kalashnikov, la musica si è elevata a simbolo di armonia e tranquillità. È la dimostrazione di come si possa voltare pagina con impegno, dedizione e fantasia; di come dalla guerra si possa arrivare alla pace.

Cosimo Guarini per L’isola di Omero

I Nottambuli di Hopper: tra solitudine e realismo

«Ho dipinto, forse senza saperlo, la solitudine di una grande città.»

Nel 1942, mentre si combatte una guerra folle, la solitudine irrompe nelle case, tra le strade, celata dal whisky e da insolite compagnie notturne. La definizione di questo senso di vuoto che irrompe sulla scena e sbriciola poco a poco la patina luccicante della vita americana è espressa appieno dal celebre capolavoro di Edward Hopper, Nighthawks – Nottambuli

Particolare barista.

I protagonisti sono i tutti e nessuno, la massa che cerca ancora di individuarsi, quelli che amano perdersi nell’inconscio notturno, raccolti nell’apparente tranquillità del buio. I colori scuri sono carichi di mestizia, sulle persone incombe una profonda angoscia che si traduce in necessità di introspezione. In Nottambuli non c’è comunicazione, solamente il cameriere cerca un contatto, mentre la donna, avvolta nel nulla, ha un volto inespressivo e lontano dalla realtà. La scena è divisa da linee orizzontali che la definiscono come una scena teatrale; la marcatura delle linee del bar è così evidente da porsi in contrasto con la strada deserta; il bancone è l’altro muro divisorio tra chi cerca il dialogo e chi vive ancora nel proprio mondo interno. 

Dettaglio donna.

Hopper, uno dei maggiori artisti del Realismo americano, è colui che ha saputo meglio interpretare il malessere della società americana dopo la Grande Depressione causata dal crollo di Wall Street nel 1929, ritraendo la solitudine dell’essere umano e l’incomunicabilità. 

Quest’opera, all’apparenza una semplice raffigurazione urbana, vuole essere un’indagine sociologica e psicologica, il documento di un’epoca ormai lontana. Tant’è che Charles Burchfield dichiarò che i posteri impareranno di più sulla nostra vita dall’opera di Hopper che non da tutte le analisi sociologiche, i commenti politici e gli sguaiati titoli di giornale di oggi.

Rosa Araneo per L’isola di Omero

La rubrica del Borgo: Mostar, la città balcanica dalla doppia anima

La bellissima Mostar si trova nella valle del fiume Neretva, adagiata tra le montagne brulle della Erzegovina, di cui rappresenta la capitale virtuale.

E’ caratterizzata da numerosi ponti, torri, splendide moschee del XVI secolo, bagni turchi, edifici risalenti all’Impero Austro-Ungarico e numerose botteghe artigiane. Deve il suo nome ai custodi del ponte, definiti Mostari, e ad oggi, è abitata da circa 110.000 persone.

E’ una città multi-etnica, un vero mosaico di popoli e culture, e rappresenta (insieme a Sarajevo) il punto di unione tra il mondo orientale e quello occidentale.

Mostar è una città dalla doppia anima, poiché da un lato mostra i segni della devastazione subita a causa della guerra dei Balcani, dall’altro si mostra fiera della sua rinascita dopo la ricostruzione.

La città, divisa in due dal fiume, è stata per anni contesa tra croati e bosniaci, e solo nel 1996 la libera circolazione tra le due sponde fu ristabilita. Soggetta a lunghi assedi e bombardamenti negli anni ’90 dalle truppe federali jugoslave, supportate dall’esercito serbo-bosniaco, è stata oggi in buona parte ricostruita.

Nel 2004 il ponte più famoso della città, lo Stari Most (Ponte Vecchio), e la città vecchia sono stati dichiarati Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco.

Lo Stari Most e la sua distruzione

Il celebre ponte è il più famoso di tutti i Balcani, e fu costruito nel 1565 sotto la dominazione dell’Impero Ottomano. Si tratta di un ponte di pietra caratterizzato da una campata unica di quasi 29 metri e da una stretta curvatura al centro, che denota una forma snella ed elegante. E’ stato edificato con una varietà di pietra locale, la tehelija, che cambia tonalità in base all’intensità dei raggi solari.

Adiacenti ad esso troviamo anche le due torri fortificate, tra cui la Torre Tara, che si trova sulla sponda sinistra del fiume e che oggi ospita il circolo dei tuffatori.

Tra i numerosi ponti ricostruiti in seguito al tremendo e sanguinoso conflitto del 1993, troviamo il ponte Musala (ponte di Tito), il ponte Storto (Kriva Cuprija), il ponte Lucki e il ponte Carinski (ponte dell’Imperatore).

Il ponte Storto

Kujundziluk, invece, è la via più pittoresca della città. La possiamo ammirare sulla sponda orientale del fiume da cui si intravedono le tipiche casette di pietra; essa ospita botteghe, locande e negozi di souvenir.

Giunti al termine della via ci si trova davanti a Brace Frejica, l’antica via commerciale di Mostar.

L’ingresso di Brace Frejica

Percorrendola possiamo notare sia la parte della città in cui si trovano gli edifici che testimoniano i segni dei bombardamenti del passato, sia locali moderni e bar, oltre a due moschee cittadine. In fondo alla via si arriva poi al cuore asburgico della città, dove si può visitare Palazzo Metropolitan (con il suo stile neobarocco, risalente al 1908), e alcune residenze turche (antiche dimore eleganti e ben conservate).

Mostar è dotata di un incredibile fascino culturale ed architettonico. Da vedere in città sono anche la via Bajatova, una scalinata lunga due chilomentri, la cattedrale cattolica, la Franjevacka, ovvero la Chiesa con il campanile più alto della Bosnia ed Ergegovina, e un museo. Da ammirare anche sono le sue bellezze naturali, tra cui il Parco Naturale Ruiste, sulla montagna Prenj, la riserva naturale Diva Grabovica e il parco cittadino.

Simona Lamarmora per L’isola di Omero

Giovanna d’Arco, l’eroina francese beatificata dalla Chiesa cattolica

Giovanna d’Arco è nota come celebre eroina della storia francese. Il suo riconoscimento però è divenuto internazionale, tanto da ricevere la santificazione dalla Chiesa cattolica.

A lei va il merito di aver riunito parte dei territori dello Stato francese caduti in mano agli inglesi durante la guerra dei cent’anni.

Risultati immagini per giovanna d'arco

Giovanna d’Arco (Domrémy, 6 gennaio 1412 – Rouen, 30 maggio 1431).

Fu proprio la predetta guerra (1337 – 1453) a conferire visibilità alla donna, che con le sue gesta viene considerata indiscutibilmente una delle figure simbolo della Francia.

Risultati immagini per giovanna d'arco
Copertina di un noto film ispirato alla vita di Giovanna d’Arco

Le voci celestiali:

Giovanna nacque da una famiglia di contadini della Lorena. Da giovane, risultava essere una ragazza molto devota e caritatevole.
All’età di tredici anni iniziarono a verificarsi degli episodi al quanto insoliti. Ella, infatti, iniziò ad udire delle voci celestiali e ad avere delle visioni dell’arcangelo Michele, di santa Caterina e di santa Margherita. Furono questi episodi ad illuminare la giovane, e a spingerla nella lotta per difendere il suo popolo.

La morte:

La sua vita terminò in seguito alla catturata da parte dei Borgognoni, che la vendettero agli inglesi. Questi ultimi prima la processarono per eresia, e poi il 30 maggio 1431 la condannarono al rogo, ardendola viva.

Successivamente, nel 1456 il pontefice Callisto III dichiarò nullo il medesimo processo.

Giovanna d’Arco fu beatificata nel 1909 da Pio X e canonizzata nel 1920 da Benedetto XV.

Cosimo Guarini per L’isola di Omero

Buongiorno principessa! L’amore come antidoto per superare le difficoltà di un mondo in conflitto

”Buongiorno, principessa! Stanotte t’ho sognata tutta la notte. Andavamo al cinema, e tu avevi quel tailleur rosa che ti piace tanto. Non penso che a te principessa. Penso sempre a te!”

Roberto Benigni ne La vita è bella (1997) interpreta il ruolo di un prigioniero internato in un campo di concentramento nazista. Avendo l’opportunità di diffondere il suo messaggio d’amore per la moglie e di farle sapere che è ancora vivo, non esita e così prende il microfono in mano e si lascia andare con le parole.

Egli supera la paura d’esser scoperto e punito dai soldati. Il desiderio di rendere noto che loro figlio, il frutto del loro amore, sta bene supera ogni ostacolo.

In un mondo in conflitto l’amore si pone come la cura ad ogni male. Essere a conoscenza dell’esistenza di una persona amata riempie gli animi e i cuori di ognuno di noi. Tutte le guerre, anche quelle più atroci, si possono vincere in questo modo.

Benigni ci insegna che non si può esitare quando si ama, si deve rischiare.

Nicoletta Braschi ne La Vita è Bella interpreta il ruolo della moglie

articolo di Cosimo Guarini