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ARMONIA VERDE: LO STAGNO DELLE NINFEE DI CLAUDE MONET

Lo stagno delle ninfee, armonia verde è un dipinto ad olio su tela realizzato nel 1899 da Claude Monet e oggi conservato al Musée d’Orsay di Parigi.

Il soggetto è ispirato al giardino in stile giapponese del pittore presso Giverny, Normandia, dove visse per 43 anni. Qui, egli ricreò un ambiente ideale ricco di vegetazione: ruscelli, salici piangenti, alberi e fiori. Un teatro verde, il luogo perfetto in cui poter dipingere. Proprio qui diede alla luce la serie di ninfee che lo resero celebre. Il suo amore per la cultura nipponica lo portarono a far costruire un ponte ad arco che ritroviamo nell’opera insieme a peonie e bambù.

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Lo stagno delle ninfee, armonia verde (1889), Claude Monet, Musée d’Orsay.

A partire dal primo decennio del XX secolo e fino alla morte dell’artista avvenuta nel 1926, questo giardino ed, in particolare, il bacino in esso contenuto diventano la sua principale fonte di ispirazione. A tal proposito Monet confessa “ho di nuovo intrapreso cose impossibili da compiere: acqua e piante che oscillano nel fondo. Fatta eccezione per la pittura e il giardinaggio, non sono buono a nulla. Il mio capolavoro meglio riuscito è il mio giardino“.

Le tonalità predominanti sono quelle del verde che si fondono tra loro creando un’armonia di colori. La luce verdastra che filtra attraverso le chiome dei salici piangenti, trasmette una sensazione di dolce frescura, alla quale si aggiunge quella prodotta dall’acqua dello stagno dal quale affiorano le ninfee fluttuanti in fiore. Monet rappresenta le ninfee del suo giardino in moltissimi quadri: a volte, è interessato al paesaggio (le sponde del fiume, il ponte, gli alberi); altre, invece, è incuriosito (e tenta di riportarli nella tela) dai giochi di luce riflessa sugli specchi di acqua. Nei dipinti come questo, sembra che i colori si trasformino continuamente proprio grazie all’acqua.

Ninfee attuali a Giverny, presso il giardino di Monet.

La ninfea, fiore d’acqua che non ha radici e che quindi si muove continuamente sulla superficie dei fiumi e degli stagni, è quasi il simbolo di quella realtà mai fissa e perennemente mobile che gli impressionisti cercavano di rappresentare.

L’artista osserva stupito la realtà cercando di riportare sulla tela il più velocemente possibile ciò che cambia con le diverse angolazioni della luce. I fiori non hanno contorni netti ma sono sfumati e danno l’impressione di essere delle macchie di colore, date da lievi pennellate, che si mescolano all’acqua. Da lontano, invece, chi guarda riconosce nelle macchie dei fiori: è la magia della sua arte.

Alessia Amato per L’isola di Omero