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CIMABUE (1240-1302): L’ALBA DI UNA NUOVA ARTE ITALIANA

Colui che «tenne lo campo» nella pittura fiorentina del XIII secolo prima di Giotto, fu Cenni di Pepo, meglio conosciuto con lo pseudonimo di Cimabue.

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Ritratto del Cimabue dalle Vite di Vasari.

Secondo le scarse notizie biografiche giunteci, egli nacque verso il 1240; lavorò, oltre che a Firenze, a Roma, ad Assisi, ad Arezzo e a Pisa, dove morì nel 1302, poco dopo l’esecuzione della figura di San Giovanni nel mosaico absidale del Duomo.

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San Giovanni Evangelista, 1301-1302, mosaico (disegno), Pisa, Duomo.

Ispiratosi ai modelli bizantineggianti del tempo e particolarmente sensibile alla drammaticità di Giunta Pisano e al plasticismo di Coppo di Marcovaldo, egli sviluppò una figurazione dalle forme squadrate e grandiose, definite da contorni robusti e decisi, tali da suggerire valori di profondità e di rilievo.

Le opere più famose di Cimabue:

La Madonna di Santa Trìnita ora agli Uffizi, sorge al culmine di un trono fastoso, ai cui lati, sono disposti numerosi angeli; l’intera composizione appare sospesa sulle sottostanti arcatelle, quasi come fosse un’apparizione.

Il marcato disegno che ne delinea i contorni, sottolinea la presenza delle figure barbute e corrucciate dei Profeti, apparentemente compresse entro il ristretto spazio delle arcate presenti sotto la base del trono.

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Maestà di Santa Trinita, 1290-1300 circa, tempera e oro su tavola, 385×223 cm, Firenze, Uffizi.

Una simile affollata raffigurazione la troviamo anche negli affreschi del coro del transetto della Basilica di Assisi, decorati da Cimabue nel 1288 circa. Qui le scene degli Evangelisti delle storie della Passione, della vita della Vergine, di San Pietro, e delle Visioni dell’Apocalisse, appaiono purtroppo annerite e consunte a causa di un’alterazione chimica dei colori, coi valori di chiaroscuro invertiti (come nei negativi fotografici).

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Luciano Bellosi nel suo libro su Cimabue presenta il giovane pittore nel contesto storico, politico e culturale dell’Italia centrale e della Toscana dell’epoca e analizza, tra le altre, l’opera più antica di Cimabue giunta fino a noi: il “Crocifisso di San Domenico” ad Arezzo. Clicca qui.

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Tuttavia, i particolari ancora leggibili attestano l’altezza e l’intensità dell’ispirazione di Cimabue, nella cui arte, come già anticipato, culminano in un grandioso connubio di solenni canoni ritmici dell’oriente bizantino e l’accentuato espressionismo drammatico dell’Occidente romanico.

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Affreschi nella basilica superiore di San Francesco ad Assisi, scena della Crocifissione presente nella sezione dedicata all’Apocalisse, 1288-1292 circa.

Ogni modo, con la Crocifissione aretina della chiesa di San Domenico del 1270, Cimabue ruppe gli schemi bizantineggianti, rinnovando l’iconografia di Cristo morente, rendendolo più arcuato ed esasperandone il pittoricismo che interessa gli incarnati, sottolineando un vigore e una volumetria muscolare mai visti prima.

Certamente anche il Crocefisso fiorentino di Santa Croce, richiama quello aretino, ma la resa pittorica rappresenta nuovamente un’importante rivoluzione: l’assenza di pesanti pennellate, donano all’intera composizione un naturalismo commovente.

Crocifisso di Santa Croce - Wikipedia
Crocifisso di San Domenico, 1268-1271 circa, tempera e oro su tavola, 336×267 cm, Arezzo, chiesa di San Domenico

Crocefissi di Arezzo e S. Croce
Crocifisso di Santa Croce, 1275-1280 circa, tempera e oro su tavola, 448×390 cm, Firenze, Museo di Santa Croce.

Si può quindi evincere come Cimabue crei un passaggio dal mondo figurativo medievale ad un altro in cui prevalgono il disegno e il rilievo sui valori puramente cromatici. Egli pone le basi per l’insediamento delle radici della tradizione pittorica giottesca e fiorentina.

Antonella Buttazzo per L’isola di Omero

MICHELANGELO: LE SUE LITI E IL RAPPORTO CON LEONARDO

”Si dipinge col cervello et non con le mani”.

(Michelangelo Buonarroti)

Michelangelo Buonarroti non è stato solo uno scultore, un pittore, un architetto o un poeta italiano. Egli è considerato uno dei più grandi artisti di sempre. Le sue opere hanno condizionato a tal punto l’arte italiana da creare una scuola a cui si ispireranno gli artisti successivi, e che viene indicata con il nome manierismo.

  1. Chi era Michelangelo?
  2. Quale era la visione di Michelangelo?
  3. Il carattere inquieto: le liti di Michelangelo.
  4. Il rapporto con Leonardo.
A cena con Michelangelo Buonarroti | informatorecoopfi.it
Michelangelo Buonarroti (Caprese, 6 marzo 1475 – Roma, 18 febbraio 1564).

1. CHI ERA MICHELANGELO?

Michelangelo nasce a Caprese, in provincia di Arezzo, da una famiglia di nobili fiorentini ormai in declino. A 12 anni approda alla bottega di Domenico Ghirlandaio, uno dei più importanti artisti fiorentini dell’epoca. Completa la sua formazione presso il giardino di San Marco, un’accademia di giovani artisti sostenuta economicamente da Lorenzo il Magnifico. Le opere di Michelangelo colpirono così nel profondo il signore di Firenze, che decise di ospitare l’artista presso il palazzo di Via Larga, residenza della famiglia Medici.

I chiostri di Firenze da visitare almeno una volta nella vita
Vista dei giardini di San Marco, oggi museo.

L’arte scultorea di Michelangelo è indissolubilmente legata al candore del marmo di Carrara. L’artista osservando il blocco di marmo vedeva all’interno una figura imprigionata che solo lui era capace di liberare e rendere visibile al mondo. Così nascono capolavori come la splendida Pietà Vaticana, realizzata quando egli aveva solo 23 anni.

Pietà Vaticana. Michelangelo Buonarroti
Pietà Vaticana (1498–1499), Basilica di San Pietro.

Michelangelo è anche l’autore degli affreschi sulla volta e sulla parete di fondo della Cappella Sistina; capolavoro di proporzioni colossali che da solo riesce a fornire un’idea completa di ciò che un uomo è capace di raggiungere, parafrasando le parole del poeta tedesco Goethe. Ma non solo: la poliedricità del grande artista è evidente quando, ormai settantenne, assunse l’incarico di dirigere i lavori per la monumentale Basilica di San Pietro in Vaticano.

2. QUALE ERA LA VISIONE DI MICHELANGELO?

Michelangelo in vita poté godere dell’appoggio di molti influenti mecenati. Tra questi, oltre il sopracitato Lorenzo il Magnifico, si ricordano soprattutto il cardinale Jacopo Galli, i papi Alessandro VI e Giulio II. Ciononostante dimostrò una forte indipendenza creativa, realizzando opere senza un preciso committente, ma destiate ad essere vendute a chi fosse realmente interessato. Era una cosa assolutamente nuova per l’epoca.
Una visione molto progressista, che rivoluzionava del tutto il concetto di Arte. Da quello che si presuppone, infatti, per Michelangelo l’artista non era solo colui che produceva opere per soddisfare il mecenate di turno; ma egli doveva offrire il suo talento al miglior offerente, seguendo esclusivamente la propria creatività .

3. IL CARATTERE INQUIETO: LE LITI DI MICHELANGELO

SIMBOLOGIA DEL TONDO DONI DI MICHELANGELO - Polisemantica
Tondo Doni (1504–1506), Michelangelo Buonarroti, Galleria degli Uffizi.

Ci sono almeno un paio di episodi che testimoniano il fatto che Buonarroti non aveva un buon carattere.

Un giorno fece infuriate a tal punto lo scultore Pietro Torrigiano, che questi lo colpì violentemente con un pugno, compromettendo la fisionomia del volto dell’avversario.

In un’altra circostanza, di fronte al ricco mercante Agnolo Doni, che cercava di pagare di meno il dipinto che aveva commissionato, l’artista riprese indietro la sua opera obbligando il cliente a pagare il doppio per riaverla indietro. Doni, a malincuore, pagò.

4. IL RAPPORTO CON LEONARDO:

Michelangelo era anche l’autore della scultura forse più famosa al mondo, il David. All’epoca nacque una discussione sulla collocazione dell’opera a Firenze; si istituiti persino un comitato guidato da Leonardo da Vinci, per decidere dove porla. Leonardo propose come location la Loggia dei Lanzi, luogo che era al coperto e quindi adeguato per proteggere la scultura. Michelangelo voleva, invece, che la statua fosse collocata ai piedi di Palazzo Vecchio, dove avrebbe goduto di maggiore visibilità. Buonarroti riuscì ad avere la meglio.

David (Michelangelo) - Wikipedia
David, (1501-04), Galleria dell’Accademia di Firenze (dal 1873).

Che tra Leonardo e Michelangelo ci fosse rivalità e rispetto non è un mistero. Nel 1504 venne commissionato a Michelangelo un affresco sulla parete della sala grande del consiglio di Palazzo Vecchio, che doveva celebrare la vittoria dei fiorentini della battaglia di Cascina. La parete a lato venne affidata a Leonardo, che la utilizzò per raffigurare la battaglia di Anghiari.

Battaglia di Cascina (Michelangelo) - Wikipedia
Battaglia di Cascina, Michelangelo (1505-1506).
Battaglia di Anghiari (Leonardo) - Wikipedia
Battaglia di Anghiari, Leonardo (1504–1505).

Questo incarico fu visto dai contemporanei come una vera e propria sfida tra i due. Lasciamo decidere a voi quale sia l’opera realizzata con miglior fascino. Scrivetecelo nei commenti.

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Copertina di ‘‘Michelangelo. L’opera completa. Ediz. illustrata” di Frank Zöllner.

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Cosimo Guarini per L’isola di Omero

Donatello: il padre del Rinascimento

“Et ebbono l’opere sue tanta grazia, disegno e bontà, ch’oltre furono tenute più simili all’eccellenti opere degl’antichi Greci e Romani, che quelle di qualunche altro fusse già mai; […]” (Giorgio Vasari)

Probabilmente senza Donatello non avremmo avuto Michelangelo, Leonardo e Raffaello. E forse, senza di lui, non avremmo avuto il Rinascimento

 Fiorentino, formatosi presso la bottega del Ghiberti, amico di Brunelleschi e grande appassionato di arte classica, propose opere d’arte rivoluzionarie, dotate di una espressività senza precedenti. Donatello ha saputo studiare l’uomo sia nel suo aspetto fisico che nel suo aspetto interiore, cogliendo in pieno l’essenza del Rinascimento.

Maddalena Penitente
(1453-1455), Donatello. Museo dell’Opera del Duomo, Firenze.

 Infatti Donatello fu capace di conferire alle sue sculture un’umanità e un realismo ignoto ai suoi contemporanei: le sue opere sembrano frutto di un’intensa introspezione psicologica che crea un’immediata empatia tra lo spettatore e il soggetto ritratto. 

Inoltre fu iniziatore e maestro della tecnica dello “stiacciato”, che consiste nello scolpire solo la superficie del marmo o del bronzo, con variazioni minime rispetto al fondo, ottenendo una particolare illusione di profondità che rende le figure scolpite tridimensionali.

 Ma il nome di Donatello è indissolubilmente legato alla sua opera più celebre: il David bronzeo, che stupì i contemporanei in quanto si trattava del primo nudo a figura intera dai tempi dell’antica Roma. L’opera, che si ritiene essere stata commissionata da Cosimo de’Medici per il cortile di Palazzo Medici, pare rappresenti sia l’eroe biblico, simbolo delle virtù civiche e della ragione che vince sulla forza bruta, sia Mercurio, dio del commercio, principale attività della famiglia Medici.

Il David di Donatello (1440 circa), Museo del Bargello, Firenze.

La sofferenza visibile nei corpi sfigurati delle sue ultime sculture, come la Maddalena penitente, scatenò le critiche dei suoi contemporanei. 

La sua opera fu pienamente compresa e rivalutata solo nel 1900, accrescendo ulteriormente l’importanza che Donatello ebbe nell’evoluzione dell’arte della scultura.

Rosa Araneo per L’isola di Omero

Masaccio: ”il pittore rinascimentale” dell’arte cristiana

La nuova civiltà pittorica del Rinascimento ebbe come iniziatore Masaccio (Tommaso di ser Giovanni di Mone Cassai). Apprendista di Masolino da Panicale, Masaccio fuse, sin dagli esordi, la sua maestria alle conquiste prospettiche del Brunelleschi e del naturalismo donatelliano.

La collaborazione con Masolino è peculiarmente riscontrabile in una tavola con la Madonna col Bambino, Sant’Anna e cinque angeli (altresì nota come Sant’Anna Metterza) già nella chiesa di Sant’Ambrogio di Firenze, ora agli Uffizi: tavola di cui la critica è ormai concorde nell’attribuire l’impostazione generale a Masolino, mentre Masaccio avrebbe eseguito il gruppo centrale della Madonna col bambino, e l’angelo sulla destra che solleva il drappo (l’opera è visibile nella foto in basso).


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Dopo aver eseguito per il chiostro del Carmine di Pisa un affresco commemorante la consacrazione della chiesa (andato distrutto nel Cinquecento), Masaccio nel 1426 dipinse un grande polittico destinato sempre alla stessa struttura religiosa. Di quest’opera ne sono stati riconosciuti lo scomparto centrale, raffigurante la Madonna in trono col Bambino, due angeli musicanti e due angeli adoranti, conservati nella Galleria Nazionale di Londr; il sovrastante pannello con la Crocifissione nella Pinacoteca di Napoli, la predella nel Museo di Berlino, nonché altre parti secondarie nel Museo di Pisa, a Vienna ed ancora a Berlino.

Paragonata con la Madonna degli Uffizi, la Madonna del polittico di Pisa (nell’immagine sottostante) mostra una piena maturità di linguaggio con una saldissima struttura plastica delle figure, in armonia con la sicura impostazione spaziale del trono. La Vergine ha assunto l’aspetto di una popolana non più giovane, cui povertà e dolore hanno offuscato ogni parvenza di leggiadria, ed in compenso conferito una più alta e profonda dignità morale. 
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Ma la più alta misura del genio masaccesco è data dagli affreschi con Storie della vita di San Pietro nella Cappella Brancacci al Carmine di Firenze che lasciò incompiuti poiché partì per Roma, dove la morte lo colse senza preavviso all’età di soli 27 anni.

Varie ipotesi sono state formulate circa l’esatta cronologia degli affreschi della Cappella. Risulta comunque indubbia l’identificazione delle storie spettanti a Masaccio e cioè, secondo il probabile ordine di esecuzione, il Battesimo dei neofiti, il Tributo, la Cacciata di Adamo ed Eva dal Paradiso terrestre, San Pietro guarisce gli infermi con la propria ombra, San Pietro distribuisce le elemosine e infine la Resurrezione del figlio di Teofilo, completato poi da Filippino Lippi assieme all’aggiunta di altre scene.
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Alle opere già citate, è da aggiungere il solenne affresco della Trinità in Santa Maria Novella, disposto secondo il modello iconografico chiamato “Trono di Grazia”, con il Padre che regge la croce del Figlio. Impostato con rigore prospettico sullo sfondo di una classica e brunelleschiana volta a lucunari, Masaccio risolve d’un colpo, con sublime naturalezza, molti di quei problemi sui quali ancora s’affaticheranno generazioni d’artisti del Rinascimento.

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Trinità in Santa Maria Novella

Nello spazio architettonico sopra citato, sono collocati, seguendo una struttura piramidale, sei figure che popolano la scena in atteggiamento plastico. Anzitutto, sul fondo vediamo stagliarsi su una piattaforma orizzontale Dio Padre, un uomo maturo in abiti rossi sorregge il figlio esanime crocifisso. Questo complesso ieratico si sottrae alle rigide regole prospettiche, venendo implicitamente dichiarati come entità immutabili che non sottostanno alle leggi fisiche del mondo umano.

Al piano sottostante si ergono statuarie le figure di San Giovanni e della Madonna: mentre l’evangelista, con le mani giunte e avvolto in un mantello rosso, si rivolge alla croce in atteggiamento “dolente”; Maria, con la mano destra invece, si volge verso lo spettatore, creando così anche un forte impatto emotivo e commossa partecipazione del pubblico.

Il piano inferiore possiamo suddividerlo in due parti: una in cui sono rappresentati i probabili committenti, inginocchiati, mentre, l’altra, è occupata dalla raffigurazione di un sarcofago con uno scheletro ed una scritta con evidente intento didattico di “memento mori”: ‘’Io fu’ già quel che voi sete, e quel ch’i’ son voi anco sarete’’.

Antonella Buttazzo per L’Isola di Omero

Il Decameron: la grande opera letteraria da Boccaccio a Pasolini

Il Decameron è una raccolta di cento novelle scritta da Giovanni Boccaccio nel XIV secolo, probabilmente tra il 1349 e il 1351. È considerata una delle opere più importanti della letteratura del Trecento europeo, periodo durante il quale esercitò una vasta influenza sulle opere di altri autori oltre che diventare la capostipite della letteratura in prosa in volgare italiano. 

Boccaccio nel Decameron raffigura l’intera società del tempo, integrando l’ideale di vita aristocratico, basato sull’amor cortese, con i valori della mercatura quali l’intraprendenza e l’astuzia.

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Giovanni Boccaccio (Certaldo o forse Firenze, 16 giugno 1313 – Certaldo, 21 dicembre 1375).

Il libro narra di un gruppo di giovani, sette donne e tre uomini, che per dieci giorni si trattengono fuori da Firenze per sfuggire alla peste nera che in quel periodo imperversava nella città, e che a turno si raccontano delle novelle di taglio spesso umoristico e con frequenti richiami all’erotismo bucolico del tempo. Per quest’ultimo aspetto, il libro fu tacciato di immoralità e fu in molte epoche censurato.

La concezione della vita morale nel Decameron si basa sul contrasto tra Fortuna e Natura.

La Fortuna appare spesso come evento inaspettato che sconvolge le vicende, mentre la Natura si presenta come forza primordiale la cui espressione è l’Amore come sentimento invincibile che domina insieme l’anima e i sensi. L’amore per Boccaccio è una forza insopprimibile, motivo di diletto ma anche di dolore, che agisce nei più diversi strati sociali e per questo spesso si scontra con pregiudizi culturali e di costume. 

Locandina de Il Decameron di Pasolini.

Il capolavoro di Boccaccio è stato rivisitato diverse volte dal cinema nel XX secolo, ma merita un posto particolare il film Decameron di Pier Paolo Pasolini (1971), tra le più complete e meglio riuscite dell’epoca moderna soprattutto per la rilettura in chiave “vitalistica” delle novelle di argomento erotico e per l’ambientazione napoletana in cui vengono inseriti i racconti, scelta dal regista perché ritenuta più vivace e popolare.

La pellicola subì tagli e censure per le molte scene scabrose, anche se riscosse un ottimo successo di pubblico e fu premiata con l’Orso d’Argento al Festival del Cinema di Berlino. 

Rosa Araneo per L’isola di Omero

Dopo Caravaggio: il Seicento napoletano in mostra a Prato (info biglietti e orari)

Il Museo di Palazzo Pretorio a Prato ospita la mostra Dopo Caravaggio. Il Seicento napoletano nelle collezioni di Palazzo Pretorio e della Fondazione De Vito. L’esposizione può contare infatti su alcuni dipinti “mai visti” della Fondazione, oltre che sulle tele più suggestive del Seicento.

L’evento, inaugurato lo scorso 14 dicembre, sarà aperto fino al 13 aprile 2020.

L’obiettivo è quello di raccontare l’impatto determinante della pittura di Caravaggio sugli artisti della scuola napoletana nel XVII secolo. Non a caso il nome della mostra è “Dopo Caravaggio“.

La locandina della mostra

Il viaggio inizia con il naturalismo post caravaggesco, nelle diverse interpretazioni degli artisti napoletani, fino ad arrivare all’espressività pittorica del linguaggio barocco.

Informazioni utili

Biglietti: 10€ intero, 8€ ridotto (trenitalia, coop Firenze, soci Arci, Soci Touring, Soci FAI), 6 € (possessori voucher partecipazione EatPrato Winter), 4€ ridotto (Under 26).

Orari: dal lunedì al sabato 9.30-19.00; domenica 9.30-18.30.

Cosimo Guarini per L’isola di Omero

Olympia: Manet prese spunto dal grande Tiziano

Olympia è il nome del dipinto nonché del soggetto ritratto da Édouard Manet nel 1863. Attualmente l’opera si trova al museo d’Orsay di Parigi.

Egli pensava all’Olympia sin da quando si recò in Italia nel 1857. In questa occasione, infatti, prese spunto dalla Venere di Urbino di Tiziano per comporre la figura di una donna. Si mostrò da subito attratto dall’idea di rappresentare il corpo femminile nudo e disteso.

Il dipinto fu esposto solo due anni dopo la realizzazione, in occasione del Salon del 1865. In questo caso l’opera suscitò immediatamente uno scandalo di proporzioni enormi, forse ancora più di quello provocato dalla Colazione sull’erba.

La donna nella figura rappresentava una prostituta, e ciò fu giudicato scandaloso dalla critica del tempo, tanto che persino Gustave Courbet condannò l’opera.

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Olympia (1863), Édouard Manet, museo d’Orsay, Parigi.

A scatenare il biasimo della critica e lo sdegno fu anche il ricorso al modello classico. Come già accennato, Olympia è una trasparente derivazione iconografica della Venere di Tiziano, che Manet tuttavia reinterpretò deliberatamente secondo il proprio gusto: era un iter che sarebbe divenuto distintivo di Manet, il quale si rifiutava di riprodurre mimeticamente i grandi modelli classici e li sottoponeva a una destrutturazione per riadattarli alla contemporaneità.

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Venere di Urbino (1538), Tiziano Vecellio, Galleria degli Uffizi di Firenze.

Mentre la Venere tizianesca – secolare simbolo della bellezza – è molto dolce, pudica e antierotica, Olympia ostenta senza problemi la sua cruda nudità e la sottopone spudoratamente alla voracità degli sguardi altrui: non ha problemi nel farlo, perché è ben consapevole della propria sensualità. Le sue forme, pur irradiando un’innegabile grazia, sono tuttavia acerbe e spigolose, e non hanno alcunché di divino. Non possiede le dolci sinuosità proprie delle divinità classiche, bensì risponde a un’aderenza al vero che trascura le esigenze del decoro e delle auree proporzioni.

Cosimo Guarini per L’isola di Omero

Scudo con testa di Medusa – Caravaggio: la ragione che prevale sui sensi

Al primo piano della Galleria degli Uffizi di Firenze, nella Sala Caravaggio, è presente il celebre Scudo con testa di Medusa di Michelangelo Merisi. Essa fu realizzata tra il 1592 e il 1600.

Si tratta di un dipinto ad olio 60 x 55 cm su una tavola rivestita in tela. Fu un opera realizzata a Roma per il mecenate cardinale Del Monte, che la regalò a Ferdinando de’Medici.

Venne dedicata a Medusa, il famoso personaggio della mitologia greca che consumò una notte d’amore con Poseidone nel tempio di Atena, provocando proprio l’ira della dea. Quest’ultima, offesa, tramutò i capelli di Medusa in serpenti e fece sì che chiunque le guardasse gli occhi venisse tramutato in pietra.

Immagine correlata
Scudo con testa di Medusa – Caravaggio.

Nel dipinto la figura è stata ripresa pochi secondi dopo che la testa fosse stata recisa di netto dalla spada di Perseo. È un’immagine senza tempo. La smorfia di orrore, nel suo realismo e nella sua forza espressiva, è davvero impressionante.

I muscoli sono contratti nell’ultimo istante di vita. Gli occhi atterriti e rigonfi, la bocca spalancata in un grido. I serpenti sul capo partecipano alla drammaticità della scena agitandosi e contorcendosi.

L’opera nasce come scudo da parata. Il volto stravolto di Medusa, comune per gli scudi delle armature del XVI e XVI sec. come simbolo della vittoria della ragione sui sensi, suscitò subito ammirazione e stupore ispirando vari componimenti poetici come quello di Gaspare Murtola nel 1603:

”Fuggi che se stupore agli occhi in petra, ti cangerò anche in petra”.

Cosimo Guarini per L’isola di Omero

Il Purgatorio di Dante Alighieri: la rinascita della speranza nella Divina Commedia

Stabilire con esattezza l’anno in cui Dante Alighieri ha iniziato la stesura della Commedia non è semplice e, per questo, è importante far riferimento a quanto si conosce della sua vita e agli elementi interni alla sua opera.

La vita dello scrittore fu strettamente legata agli avvenimenti della vita politica fiorentina. Al momento della sua nascita, Firenze era in procinto di diventare la città più potente dell’Italia centrale. Il conflitto tra i guelfi, strenui difensori dell’autorità temporale dei papi, e i ghibellini, difensori del primato politico degli imperatori, divenne sempre più guerra tra i nobili e i borghesi. Dopo una prima cacciata dei guelfi, nel 1266, Firenze ritornò sotto il controllo dei guelfi e i ghibellini furono espulsi a loro volta. A questo punto, il partito dei guelfi si divise in due fazioni: bianchi e neri.

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Dante Alighieri (Firenze, 1265 – Ravenna, 1321).

Il giovane Dante Alighieri fu affascinato dalla lotta politica caratteristica di quel periodo e costruì tutta la sua opera attorno alla figura dell’Imperatore, mito di un’impossibile unità. Nel 1300, Dante venne eletto tra i sei Priori, tra i più alti magistrati del governo che componeva la Signoria, i quali presero la difficile decisione di fare arrestare i leader dei due schieramenti per attenuare la faziosità della lotta politica. Ma, nel 1301, fu chiamato a Roma alla corte di Bonifacio VIII. Accusato di corruzione, fu sospeso dai pubblici uffici. Poiché non si abbassò a presentarsi davanti ai giudici, lo scrittore fu condannato alla confisca dei beni e a morte se si fosse fatto trovare sul territorio del Comune di Firenze. Fu così costretto a lasciare la città toscana con la coscienza di essere stato beffato da Bonifacio VIII, che fu sempre suo feroce avversario, guadagnandosi un posto di rilievo nei gironi dell’Inferno della Divina Commedia.

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Dante racconta di aver percorso i tre regni dell’oltretomba durante l’equinozio di Primavera a partire dalla notte tra il 7 e l’8 aprile del 1300, l’anno del primo Giubileo indetto dal papa Bonifacio VIII. Al poeta sono serviti: due giorni e due notti per attraversare la selva oscura e per percorrere l’inferno; una notte e un giorno per risalire dal centro della terra alla spiaggia del purgatorio; tre notti e tre giorni per risalire la montagna del secondo regno e, infine, un giorno per visitare i Cieli del paradiso.

Il Purgatorio si situa agli antipodi rispetto a Gerusalemme e ha la forma di un monte. In questa seconda cantica, il viaggio procede verso una china scoscesa: l’anti-purgatorio, luogo d’attesa, in cui si espiano le negligenze, sia quelle politiche che quelle religiose. Qui la speranza rinasce: il pentimento vi ha portato i peccatori che sono sulla strada della salvezza. All’apice del percorso il poeta ritrova Beatrice, pronta a guidarlo attraverso il Paradiso. La fanciulla pronuncia, per la prima e unica volta il nome di Dante, dopo di che Virgilio si eclissa e scompare.

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La Commedia narra, in forma di poesia, del viaggio fatto dall’uomo Dante nei regni dell’aldilà per salvare la propria anima. Aiutato in questo percorso dalla guida Virgilio rappresentante la ragione e il paradiso da Beatrice simbolo della fede, egli inizia questo percorso dopo essersi smarrito nella selva del peccato. Scendendo nel regno infernale, risalendo quello della purgazione ed entrando in quello della beatitudine, egli compie una purificazione nel corpo e nello spirito. Tuttavia la Commedia è anche un viaggio universale:scopo di questa narrazione è quello di trasportare l’intera umanità dallo stato di miseria a quello della felicità.

Alessia Amato per L’isola di Omero

Quello che (forse) non sai sulla famiglia Medici

Mecenati, ricchi banchieri ed abili politici, i Medici si fecero spazio un po’ alla volta nel capoluogo toscano, e molti sono i segreti e le curiosità che li riguardano.

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Innanzitutto lo stemma della famiglia medicea ovvero lo scudo con i bisanti rossi in campo d’oro. Se da principio il numero delle “palle” era pari ad 11, all’epoca di Lorenzo il Magnifico si era ridotto a 6. Numerose sono le leggende che tentano di dare una spiegazione alla particolarità dello stemma, la più celebre delle quali rimanda i bisanti ai pomi d’oro che crescono del Giardino delle Esperidi e che presenziavano nei giardini delle ville medicee. È più probabile, tuttavia, che lo stemma  rimandi all’Arte del cambio: infatti i Medici erano affiliati a questa corporazione di arti e mestieri e pare che abbiano tratto da quello stemma le caratteristiche, ma invertendone i colori.

Stemma mediceo.

Lorenzo de’ Medici è sicuramente il più illustre personaggio della famiglia: incline alla politica e alle arti, fu il più sopraffino dei mecenati. L’appellativo Magnifico nasce da questa propensione, ma a Firenze era anche uso dare tale titolo a coloro che detenevano la carica di Gonfaloniere di Giustizia, il grado più alto della Repubblica fiorentina. Lorenzo, pur non avendo mai ricoperto questa carica, visto che morì a 43 anni mentre per tale titolo bisognava averne almeno 45, fu ugualmente Magnifico Messere all’età di 21 anni.

Infine, sapete quanti cittadini fiorentini sono ascesi al soglio pontificio? Cinque, ma tre di questi provenivano da un’unica famiglia, quella dei Medici. Si tratta di Giovanni, divenuto papa col nome di Leone X; Giulio, che fu papa come Clemente VII, è ricordato sopratutto perché Roma subì, nel corso del suo regno, il proverbiale “sacco”; di Alessandro si ricorda più che altro la brevità del suo pontificato col nome di Leone XI.

Rosa Araneo per L’isola di Omero