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La nascita della lingua italiana: tra l’indovinello veronese e il Placito Capuano

La lingua italiana deriva dal latino volgare. Il latino, infatti, presentava anticamente due forme: quella letteraria, usata dalle persone colte e di condizione sociale elevata; e quella volgare, usata dal popolo.

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Nella mappa sono indicati in verde i luoghi in cui si diffuse la conoscenza del latino.

Nel II sec. d.C. Roma aveva unificato il suo immenso impero anche da punto di vista linguistico. Quello che si parlava era, appunto, il latino volgare, che a contatto con le lingue dei popoli conquistati iniziò a subire delle contaminazioni e delle alterazioni.

Con la caduta dell’Impero Romano sotto i colpi delle invasioni barbariche, i vari tipi di latino volgare si trasformarono così profondamente da dar vita a nuove lingue. Ebbero così origine le lingue neolatine, cioè nuove latine o romanze, ovvero parlate nei territori un tempo soggetti a Roma. Ci si riferisce all’italiano, al francese, al provenzale, allo spagnolo, al catalano, al portoghese, al romeno, e al ladino (parlato ancora oggi in alcune vallate alpine della Svizzera, dell’Alto Adige e del Friuli).

Malgrado le invasioni barbariche, in Italia il latino rimase più vivo che altrove. Ma con il tempo si frantumò in tante parlate diverse. Nacquero così i tanti dialetti, chiamati ”volgari”, nel significato di ‘‘lingue di uso comune” rispetto al latino scritto, ormai conosciuto solo da pochissime persone.

Il volgare che nel ‘300 finirà per prevalere a livello linguistico, sarà il toscano e più specificamente il fiorentino. Ancora oggi la nostra lingua nella sua struttura fondamentale è toscana.

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Dante Alighieri, uno dei padri del volgare italiano.

Fin dal IX secolo d. C. in Italia abbiamo esempi di documenti scritti in una lingua che non è più latina, ma che ricorda le sue forme. Il più antico documento in tal senso è l’indovinello veronese, conservato nella biblioteca capitolare di Verona , risalente al periodo tra l’VIII e il IX sec. d.C. Il suo testo recita così:

«se pareba boves
alba pratalia araba
et albo versorio teneba
et negro semen seminaba»

Tradotto nell’italiano attuale il significato è il seguente:

«Teneva davanti a sé i buoi
arava bianchi prati
e aveva un bianco aratro
e un nero seme seminava»

La soluzione dell’ indovinello istituisce probabilmente un’analogia tra l’azione del contadino con l’aratro in un campo e quella dell’amanuense con la scrittura sulla carta:

«Le dita della mano
Le pagine bianche di un libro
La penna d’oca, con cui si era soliti scrivere
L’inchiostro, con cui si scrivono le parole»

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L’indovinello veronese.

Il primo documento in cui appare la separazione netta tra il latino e il volgare è il Placito Capuano (960 d.C.). Si tratta di una sentenza giudiziaria (Placito = Sentenza, nel linguaggio giuridico del tempo). Riguardava una contesa per il possesso di alcune terre fra il Monastero di Montecassino ed un certo Rodelgrimo d’Aquino. Il giudice riporta la formula pronunciata da un testimone, che conferma il possesso trentennale delle terre da parte del monastero.

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Il Placito Capuano.

Il Placito Capuano è considerato il primo vero e proprio documento in volgare italiano.

Cosimo Guarini per L’isola di Omero

Il Purgatorio di Dante Alighieri: la rinascita della speranza nella Divina Commedia

Stabilire con esattezza l’anno in cui Dante Alighieri ha iniziato la stesura della Commedia non è semplice e, per questo, è importante far riferimento a quanto si conosce della sua vita e agli elementi interni alla sua opera.

La vita dello scrittore fu strettamente legata agli avvenimenti della vita politica fiorentina. Al momento della sua nascita, Firenze era in procinto di diventare la città più potente dell’Italia centrale. Il conflitto tra i guelfi, strenui difensori dell’autorità temporale dei papi, e i ghibellini, difensori del primato politico degli imperatori, divenne sempre più guerra tra i nobili e i borghesi. Dopo una prima cacciata dei guelfi, nel 1266, Firenze ritornò sotto il controllo dei guelfi e i ghibellini furono espulsi a loro volta. A questo punto, il partito dei guelfi si divise in due fazioni: bianchi e neri.

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Dante Alighieri (Firenze, 1265 – Ravenna, 1321).

Il giovane Dante Alighieri fu affascinato dalla lotta politica caratteristica di quel periodo e costruì tutta la sua opera attorno alla figura dell’Imperatore, mito di un’impossibile unità. Nel 1300, Dante venne eletto tra i sei Priori, tra i più alti magistrati del governo che componeva la Signoria, i quali presero la difficile decisione di fare arrestare i leader dei due schieramenti per attenuare la faziosità della lotta politica. Ma, nel 1301, fu chiamato a Roma alla corte di Bonifacio VIII. Accusato di corruzione, fu sospeso dai pubblici uffici. Poiché non si abbassò a presentarsi davanti ai giudici, lo scrittore fu condannato alla confisca dei beni e a morte se si fosse fatto trovare sul territorio del Comune di Firenze. Fu così costretto a lasciare la città toscana con la coscienza di essere stato beffato da Bonifacio VIII, che fu sempre suo feroce avversario, guadagnandosi un posto di rilievo nei gironi dell’Inferno della Divina Commedia.

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Dante racconta di aver percorso i tre regni dell’oltretomba durante l’equinozio di Primavera a partire dalla notte tra il 7 e l’8 aprile del 1300, l’anno del primo Giubileo indetto dal papa Bonifacio VIII. Al poeta sono serviti: due giorni e due notti per attraversare la selva oscura e per percorrere l’inferno; una notte e un giorno per risalire dal centro della terra alla spiaggia del purgatorio; tre notti e tre giorni per risalire la montagna del secondo regno e, infine, un giorno per visitare i Cieli del paradiso.

Il Purgatorio si situa agli antipodi rispetto a Gerusalemme e ha la forma di un monte. In questa seconda cantica, il viaggio procede verso una china scoscesa: l’anti-purgatorio, luogo d’attesa, in cui si espiano le negligenze, sia quelle politiche che quelle religiose. Qui la speranza rinasce: il pentimento vi ha portato i peccatori che sono sulla strada della salvezza. All’apice del percorso il poeta ritrova Beatrice, pronta a guidarlo attraverso il Paradiso. La fanciulla pronuncia, per la prima e unica volta il nome di Dante, dopo di che Virgilio si eclissa e scompare.

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La Commedia narra, in forma di poesia, del viaggio fatto dall’uomo Dante nei regni dell’aldilà per salvare la propria anima. Aiutato in questo percorso dalla guida Virgilio rappresentante la ragione e il paradiso da Beatrice simbolo della fede, egli inizia questo percorso dopo essersi smarrito nella selva del peccato. Scendendo nel regno infernale, risalendo quello della purgazione ed entrando in quello della beatitudine, egli compie una purificazione nel corpo e nello spirito. Tuttavia la Commedia è anche un viaggio universale:scopo di questa narrazione è quello di trasportare l’intera umanità dallo stato di miseria a quello della felicità.

Alessia Amato per L’isola di Omero