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Adamo ed Eva: il primo uomo e la prima donna per la tradizione cristiana

Chi è che non conosce la storia di Adamo ed Eva? Per la tradizione cristiana si tratta del primo uomo e della prima donna comparsi sulla faccia della terra. Secondo l’ebraismo e l’islam, invece, Eva è la seconda donna essendo stata preceduta da Lilith, la figura presente nelle religioni mesopotamiche in seguito divenuta un demone.

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Lilith (1866-1873), dipinto di Dante Gabriel Rossetti, Delaware Art Museum.

Il libro della Genesi racconta la creazione di Adamo ed Eva, ovvero quando Dio volle dare origine al mondo. In un periodo di cinque giorni, Egli diede vita al cielo, alla terra, alla luce, alle stelle, a tutti i pesce e gli animali. Il sesto giorno decise di creare l’uomo: a tal proposito, sempre all’interno della Genesi, vi sono due versioni da interpretare; nella prima (detta Fonte sacerdotale) il Signore fece nascere Adamo ed Eva insieme (Genesi 1,26-28), mentre nella seconda (detta Fonte Jahvista) la figura femminile nacque dalla costola di quella maschile (Genesi 2, 29-22).

La narrazione che conosciamo ci fornisce una storia secondo cui tutti noi deriviamo dalla ”famosa coppia” creata da Dio e da Lui collocata nel Paradiso Terrestre. In questo luogo Adamo ed Eva delusero il loro Padre cogliendo dall’albero la mela, il frutto proibito del peccato, sotto pressione del serpente tentatore.

Da qui il concetto di libero arbitrio secondo cui Dio non ha imposto nulla alle sue creature. A lasciato fare a loro ciò che volevano, insieme alla liberà di decidere cos’è il bene e cos’è il male.

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Raffigurazione di Adamo ed Eva, mentre la donna raccoglie il frutto dall’albero.

Dopo che la mela è stata colta e assaggiata, Adamo ed Eva diventano consapevoli della loro nudità, in quanto la vergogna è il primo sentimento negativo provato dal dal primo uomo e dalla prima donna.

Dio allora convocherà la coppia al suo cospetto; i due cercheranno di scagionarsi incolpandosi a vicenda. Il serpente verrà maledetto, mentre Eva verrà condannata alle sofferenze del parto ed Adamo a trarre con fatica i frutti della terra, fino a quel momento generosa con lui.

In fine il Creatore condanna la coppia e i loro discendenti alla morte fisica, laddove prima essi erano immortali. Per il Cristianesimo, in Gesù i figli di Adamo conoscono la possibilità di riscatto con la vita eterna alla fine dei tempi solo per chi la saprà meritare.

Cosimo Guarini per L’isola di Omero

Santo Stefano: il Protomartire della storia cristiana

Secondo quanto leggiamo nel Nuovo Testamento Santo Stefano fu il primo martire della storia del Cristianesimo, cioè il primo cristiano ad essere accusato di blasfemia e lapidato a causa della fede religiosa tra il 33 e il 36 d.C.

Santo Stefano

La Chiesa cattolica lo festeggia il 26 dicembre, insieme a parte delle Chiese protestanti; la data è vicina a quella del Natale perché simbolicamente i martiri, i primi a testimoniare la parola di Dio attraverso il loro sacrificio, sono vicini a Cristo. Gli ortodossi invece lo festeggiano il 27 dicembre.

Il giorno di Santo Stefano è una festa nazionale in Austria, Croazia, Danimarca, Germania, Irlanda, Italia, Città del Vaticano, San Marino, Romania, Francia e Svizzera italiana.

È considerato il santo protettore dei diaconi e dei fornai; i suoi simboli sono le palme e le pietre.

Le origini

Le sue origini non sono note, ma si pensa a lui come ad un ebreo istruito secondo la cultura greca, che viveva a Gerusalemme. Fu contemporaneo di Gesù e gli apostoli (diretti discepoli di Gesù) lo scelsero come uno dei primi 7 diaconi; eletti per aiutare nella diffusione del Vangelo, provvedevano anche ai bisogni dei fedeli, in particolare orfani e vedove.

Ma ben presto venne preso di mira da coloro che non tolleravano i cristiani.

Questi ultimi non seppero tenere testa alla sua arte oratoria, e quindi attraverso false testimonianze lo accusarono di blasfemia e chiesero la sua morte davanti al Sinedrio, il supremo Consiglio dei Giudei.

Si dedicava alla predicazione, diffondeva la fede per convertire gli ebrei che giungevano a Gerusalemme, e proprio per questo attirò l’attenzione.

Prima che il Sinedrio emettesse la sua sentenza, il popolo lo trascinò fuori dalla città, e lì fu lapidato.

Santo Stefano Martire, Carlo Crivelli, 1476

Nel Vangelo si narra che accolse la morte con serenità, invocando il Signore ad accogliere la sua anima.

Nel Testo Sacro viene descritto come un uomo pieno di fede e Spirito Santo

Le reliquie

Dopo la sua morte, la storia delle sue reliquie divenne una leggenda. Il 3 dicembre del 415, Luciano di Kefar-Gamba, un sacerdote, lo ebbe in sogno; gli apparve con una lunga barba bianca e con in mano una bacchetta d’oro con la quale lo toccò chiamandolo tre volte per nome, svelando come lui e i suoi compagni si ritrovavano sepolti senza onore.

Con l’accordo del vescovo di Gerusalemme, iniziarono gli scavi. Da qui in poi iniziò la proliferazione delle reliquie, a testimonianza del grande culto tributato in tutta la cristianità al protomartire santo Stefano, già veneratissimo prima ancora del ritrovamento delle reliquie nel 415.
Chiese, basiliche e cappelle in suo onore sorsero dappertutto. In Italia ci sono 14 Comuni che portano il suo nome.

Santo Stefano nell’arte

Lapidazione di Santo Stefano, di Giorgio Vasari

Nell’iconografia che precede la Controriforma viene rappresentato con i sassi, sia sulla testa che sulle spalle.

Dopo il Concilio di Trento la sua immagine cambia, venne rappresentato come un giovane che tiene in mano la palma del martirio e con i sassi vicino ai piedi.

Nel Cinquecento iniziano ad essere dipinte anche le scene del martirio.

Simona Lamarmora per L’isola di Omero

L’Annunciazione di Simone Martini: capolavoro del gotico senese

Probabilmente formatosi alla bottega del Buoninsegna, il pittore senese Simone Martini eseguì nel 1333 assieme al collega e cognato Lippo Memmi, il trittico ligneo dipinto a tempera e oro, raffigurante l’Annunciazione tra i santi Ansano e Massima.

L’opera, considerata unanimemente uno dei capolavori dell’arte gotica senese, raffigura appunto l’arcangelo Gabriele che si rivolge alla Madonna con reverenza, porgendole un ramoscello d’ulivo, pronunciando il messaggio divino che viene scritto sul fondo dorato, partendo dalla bocca del messaggero.

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Dei due personaggi rappresentati sembra percepirne la forte empatia psicologica: la Vergine sembra quasi intimidita dall’arrivo dell’angelo e si ritrae coprendosi con il mantello, il tutto ambientato in uno spazio poco definito ma dal quale si distingue vagamente il pavimento, il quale dona profondità, uno spazio credibile e molto realistico con le diagonali che convergono verso il vaso centrale.

Quanto ai colori delle figure invece, come nel caso di tutte le opere senesi trecentesche, esse sono dipinte con particolare attenzione all’eleganza della linea che scorre intorno ai contorni e crea una decorazione lineare esteticamente equilibrata ed elegante.

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Un esempio sono le ali dell’arcangelo Gabriele.
Il libro di L.Bellosi e R. Bartalini offre degli spunti interessanti sulla figura di Simone Martini.

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Un’altra peculiarità che cattura l’attenzione è la composizione architettonica che incornicia l’intero manufatto, frutto delle pressanti richieste dei fedeli più ferventi, i quali imponevano continue modifiche alla struttura dei dossali.

Così dai primi dossali scompartiti, prese sempre più piede il polittico, il quale si presenta come una vera e propria architettura in cui, al pannello centrale, si affiancano due o più tavole di minori dimensioni.

La presenza di elementi a rilievo impreziosiscono il tutto: quali colonnine tortili, pilastrini ed arcatelle, ad imitazione dell’oreficeria del tempo.

Cosa ancor più importante da ricordare è che come per tutti i dipinti su tavola alla loro realizzazione partecipava un’intera equipe di artigiani altamente specializzati: insieme al pittore ed ai suoi aiuti collaboravano, infatti, il maestro legnaiolo e il doratore.

Antonella Buttazzo per L’isola di Omero