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Il bambino con il pigiama a righe: l’amicizia oltre le barriere

Il bambino con il pigiama a righe è un romanzo scritto dall’autore irlandese John Boyne, e pubblicato nel 2006. Due anni dopo è uscito l’omonimo film, tratto dalla stessa opera letteraria, diretto dal regista e sceneggiatore britannico Mark Herman.

Ci troviamo ai tempi della seconda guerra mondiale, negli anni più bui per la storia d’Europa e del mondo. Bruno è un bambino tedesco figlio di un ufficiale dell’esercito nazista che ha un grande sogno per il futuro, ovvero quello di fare l’esploratore. È stato da sempre educato con i dettami del regime nazionalsocialista, ma è una persona curiosa e ha un animo buono e ingenuo. Molte volte sembra non saper comprendere le imposizioni e le visioni razziste che hanno caratterizzato la Germania hitleriana.

A tal proposito osserverà prima con distanza e poi con stupore Pavel, il manovale ebreo che presterà servizio presso la nuova abitazione in campagna, in cui a malincuore il giovane è costretto a trasferirsi con la famiglia a causa del lavoro del padre. Si avvicinerà a lui e rimarrà sorpreso nello scoprire che quella persona sporca e trattata come un rifiuto della società, prima dell’inizio della guerra era un medico affermato.

Cosa ha portato Pavel e quelli come lui ad esser trattati così ?! Bruno non riesce proprio a capire. Gli hanno sempre detto chi sono i nemici e chi gli amici, ma non sa spiegarsi il perché.

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Bruno e Pavel nel film (2008).

A poca distanza dalla nuova casa è presente un orribile campo di concentramento, ma il fanciullo non lo sa e probabilmente non riuscirà comprendere il vero significato di un posto del genere se non alla fine del racconto.

In una delle sue esplorazioni luongo il terreno circostante all’abitazione finirà per arrivare al filo spinato che delimita il campo pieno di prigionieri. Tra questi, vicino a lui ma dall’altra parte del filo, c’è Shmuel un bambino ebreo suo coetaneo ma vestito con un ”buffo” pigiama a righe (che in realtà rappresenta la divisa dei deportati nel campo).

Tra i due nascerà una forte amicizia, tanto che entrambi i bambini si daranno degli appuntamenti per parlare e conoscersi meglio, anche se ovviamente c’è una barriera a separarli.

Un giorno il piccolo prigioniero arriverà dispiaciuto al loro incontro affermando di non trovare più il padre nel campo, e ingenuamente Bruno proporrà di scavare una buca in modo da entrare lui stesso all’interno del recinto per aiutare Shmuel a cercare l’uomo disperso.

L’azione verrà incautamente realizzata, e i due bambini saranno prelevanti dai soldati nazisti per essere portati insieme agli altri prigionieri nella camera a gas. Anche Bruno verrà confuso per prigioniero, avendo indossato un’uniforme a righe bianche e azzurre proprio come i detenuti, al fine di poter agire liberamente nello spazio destinato ai deportati.

Nel frattempo Bruno non c’è a casa e i genitori, essendosi allarmati, lo cercheranno freneticamente. Dopo diverso tempo essi ripercorrano la strada intrapresa dal figlio che li porterà tragicamente ad arrivare fino al campo in cui troveranno il corpo senza vita di Bruno, accanto a quello del suo amico del cuore.

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Bruno e Shmuel nel film (2008).

Il bambino con il pigiama a righe ci fa osservare la storia da un punto di vista differente rispetto alla maggior parte delle opere letterarie o cinematografiche che affrontano il tema del nazismo e dei campi di concentramento. Ci illustra come si svolgeva l’educazione nazionalsocialista e fa emergere la figura di un protagonista intelligente, curioso e con una mentalità molto più aperta degli altri nonostante la sua tenera età.

Bruno si fa costantemente domande, non si accontenta di ciò che gli dicono gli altri, e soprattutto mostra un animo nobile e gentile nel dispiacersi davanti alle ingiustizie. Non c’è stato ne un filo spinato, ne null’altro capace di interrompere il suo rapporto con Shmuel. Bruno, anche se incoscientemente, ha donato se stesso per un valore profondo, naturale e sincero: l’amicizia.

Cosimo Guarini per L’isola di Omero

Il Decameron: la grande opera letteraria da Boccaccio a Pasolini

Il Decameron è una raccolta di cento novelle scritta da Giovanni Boccaccio nel XIV secolo, probabilmente tra il 1349 e il 1351. È considerata una delle opere più importanti della letteratura del Trecento europeo, periodo durante il quale esercitò una vasta influenza sulle opere di altri autori oltre che diventare la capostipite della letteratura in prosa in volgare italiano. 

Boccaccio nel Decameron raffigura l’intera società del tempo, integrando l’ideale di vita aristocratico, basato sull’amor cortese, con i valori della mercatura quali l’intraprendenza e l’astuzia.

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Giovanni Boccaccio (Certaldo o forse Firenze, 16 giugno 1313 – Certaldo, 21 dicembre 1375).

Il libro narra di un gruppo di giovani, sette donne e tre uomini, che per dieci giorni si trattengono fuori da Firenze per sfuggire alla peste nera che in quel periodo imperversava nella città, e che a turno si raccontano delle novelle di taglio spesso umoristico e con frequenti richiami all’erotismo bucolico del tempo. Per quest’ultimo aspetto, il libro fu tacciato di immoralità e fu in molte epoche censurato.

La concezione della vita morale nel Decameron si basa sul contrasto tra Fortuna e Natura.

La Fortuna appare spesso come evento inaspettato che sconvolge le vicende, mentre la Natura si presenta come forza primordiale la cui espressione è l’Amore come sentimento invincibile che domina insieme l’anima e i sensi. L’amore per Boccaccio è una forza insopprimibile, motivo di diletto ma anche di dolore, che agisce nei più diversi strati sociali e per questo spesso si scontra con pregiudizi culturali e di costume. 

Locandina de Il Decameron di Pasolini.

Il capolavoro di Boccaccio è stato rivisitato diverse volte dal cinema nel XX secolo, ma merita un posto particolare il film Decameron di Pier Paolo Pasolini (1971), tra le più complete e meglio riuscite dell’epoca moderna soprattutto per la rilettura in chiave “vitalistica” delle novelle di argomento erotico e per l’ambientazione napoletana in cui vengono inseriti i racconti, scelta dal regista perché ritenuta più vivace e popolare.

La pellicola subì tagli e censure per le molte scene scabrose, anche se riscosse un ottimo successo di pubblico e fu premiata con l’Orso d’Argento al Festival del Cinema di Berlino. 

Rosa Araneo per L’isola di Omero

“C’era una volta Sergio Leone”: il magnifico regista in mostra a Roma

Dal 17 dicembre 2019 e fino al 3 maggio 2020 la capitale d’Italia celebra, al Museo dell’Ara Pacis, uno dei maestri più illustri del cinema italiano.

La mostra, intitolata C’era una volta Sergio Leone, è nata grazie alla collaborazione con due istituzioni di altissimo rilievo come la Cinémathèque Française e Cineteca di Bologna.

La rassegna arriva in Italia dopo il successo dello scorso anno a Parigi.

I visitatori sono “catapultati” nello studio del regista, dove ci sono i suoi cimeli e la sua libreria; è possibile ammirare anche modellini, bozzetti, oggetti di scena e fotografie speciali che raccontano la sua vita.

L’esposizione è suddivisa in varie sezioni: Cittadino del cinema, Le fonti dell’immaginario, Laboratorio Leone, C’era una volta in America, Leningrado e oltre, dedicata all’ultimo progetto incompiuto, L’eredità Leone.

Per chi non lo conoscesse, Sergio Leone nasce il 3 gennaio del 1929 a Roma, e inizia a frequentare l’ambiente cinematografico molto presto. Già nel 1941, ad appena dodici anni, vede in azione il padre (il regista Vincenzo Leone, alias Roberto Roberti) sul set di La bocca sulla strada e si cimenta come comparsa. Nel 1948 è nel film Ladri di biciclette di Vittorio De Sica.

Particolarmente noto per i suoi film del genere spaghetti-western, durante il suo percorso artistico Leone attraversa il peplum (filone cinematografico storico-mitologico), riscrive letteralmente il western e trova la massima realizzazione nel film C’era una volta in America.

Osannato da grandi registi come Quentin Tarantino e Stanley Kubrick, è fonte di ispirazione per molti altri.

La locandina della mostra “C’era una volta Sergio Leone”

Info orari e biglietti

Orari: tutti i giorni dalle 9.30 alle 19.30 (la biglietteria chiude un’ora prima)

Biglietti solo mostra:

  • € 11,00 biglietto intero
  • € 9,00 biglietto ridotto
  • € 4,00 biglietto speciale scuola ed alunno (ingresso gratuito ad un docente accompagnatore ogni 10 alunni)
  • € 22,00 biglietto speciale Famiglie (2 adulti più figli al di sotto di 18 anni)

Biglietti integrati mostra + Museo dell’Ara Pacis:

  • € 17,00 intero non residenti – € 16,00 per residenti
  • € 13,00 ridotto non residenti – € 12,00 per residenti

Ingresso gratuito per le categorie previste dalla tariffazione vigente.

Simona Lamarmora per L’isola di Omero

L’attimo fuggente: la poesia come sentimento dell’uomo

L’attimo fuggente è un film del 1989 che ha avuto come protagonista il grande Robin Williams.

L’opera cinematografica è ambientata nel 1959 in un college maschile d’élite Welton, in Vermont, New England. La narrazione è focalizzata su un gruppo di amici alle prese con gioie e dolori dell’adolescenza.

La routine scolastica di questi studenti diciassettenni viene completamente stravolta dopo l’arrivo di John Keating (interpretato da Williams), un docente di poesia inglese ed ex studente della scuola decisamente anticonformista. Grazie a lui, i quattro protagonisti, Neil, Todd, Knox e Charlie, scopriranno il valore reale della poesia, come un vero e proprio sentimento dell’uomo e non come elemento geometrico.

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Il cast.

I ragazzi riporteranno in vita un gruppo “clandestino” di poesia, la setta dei poeti estinti (da cui deriva il nome inglese del film: Dead Poets Society), che avevano scoperto esistere già dagli anni in cui il professore da studente ne era stato il fondatore.

In seguito a questi cambiamenti, Neil cercherà di alimentare la passione per il teatro, nonostante l’ostruzione fatta dal padre. Quest’ultimo, in modo fortemente autoritario, gli imporrà di abbandonare le proprie aspirazioni. Il ragazzo, in completa disperazione, prenderà la pistola del padre e si suiciderà.

Il professor Keating verrà ingiustamente incolpato di aver provocato indirettamente il suicidio del giovane, mediante le proprie lezioni scolastiche, mirate ad enfatizzare le attitudini creative dei propri alunni.

Costretto a lasciare l’insegnamento, egli tornerà in classe solo per raccogliere i propri oggetti personali. Ed è proprio in questo punto che avviene una delle scene che ha fatto la storia del cinema, ovvero il gesto di omaggio di Todd, e dei compagni che lo imitano. Essi alla fine del film si alzeranno in piedi (sul banco) e citeranno le parole di Abramo Lincoln tanto care al professore: «O capitano! Mio capitano!».

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La scena finale del film.

(Per vedere la scena clicca qui).

Cosimo Guarini per L’isola di Omero

Pier Paolo Pasolini: un artista eclettico e controcorrente

In una delle sue frasi più famose afferma: «Il coraggio intellettuale della verità e la pratica politica sono due cose inconciliabili in Italia».

Il suo pensiero rappresentò una svolta per il suo tempo, le idee che espresse sulla società furono radicali, e per questo fu osteggiato dai suoi contemporanei.

Pier Paolo Pasolini nacque il 5 Marzo 1922 a Bologna, e fu un uomo di grande spessore intellettuale, nonché uno dei principali autori del secondo dopoguerra.

Pasolini da bambino

Suo padre, Carlo Alberto, era tenente di fanteria, mentre sua madre, Susanna, una maestra elementare. Nonostante i continui spostamenti a causa del lavoro paterno, frequentò le elementari con un anno di anticipo, e a sei anni scriveva già poesie. La sua carriera scolastica fu eccezionale. Nel 1945, dopo essersi arruolato prima e rifugiato in Friuli poi, si laureò con una tesi su Giovanni Pascoli a Bologna.

Scrisse romanzi, poesie, opere teatrali, ed è stato anche giornalista.

Attraverso la sua poesia ha dato voce agli umili, a coloro che non sono mai ascoltati. La poesia per Pasolini rappresentava un diario intellettuale attraverso cui esprimere il proprio pensiero, e un mezzo per migliorare il mondo.

Fin da giovane dimostrò il suo interesse per la cultura popolare e per i dialetti italiani, infatti è del 1942 la raccolta di poesie in friulano Poesie a Casarsa.

Aderì al Partito Comunista di Udine, ma fu espulso nel 1949 a causa della sua omosessualità, e nel 1950 si stabilì a Roma.

L’espulsione dal PCI

Il suo rapporto con la corrente del Neorealismo fu ambivalente, ma da essa derivò la sua attenzione verso le classi popolari, che però descrisse senza ipocrisia e senza filtri moralistici.

Molte delle sue opere sono state oggetto di scandalo, infatti Pasolini fu sottoposto a vari processi a causa delle sue idee e del suo impegno civile.

Tra le sue opere più famose troviamo Ragazzi di vita del 1955, il suo primo romanzo, e Una vita violenta.

La copertina di Ragazzi di vita

Il tema principale trattato è la vita nelle borgate romane e l’adolescenza difficile dei ragazzi che ci vivevano.

Pasolini nelle borgate

Petrolio, invece, è rimasta un’opera incompiuta, una sorta di antiromanzo.

L’autore raggiunse la popolarità grazie al mondo cinematografico, il suo primo film da regista fu Accattone, in cui narra il mondo del sottoproletariato urbano.

Pasolini nelle vesti di regista

Un altro dei suoi film famosi è Il Vangelo Secondo Matteo, in cui emerge il suo interesse per la figura di Cristo che si è sacrificato per la salvezza del mondo.

Si è occupato anche di mitologia, con i film Edipo re e Medea.

Attraverso i vari saggi sull’attualità e sulla politica, in particolare gli Scritti corsari del 1975, fece emergere la sua vena provocatoria, prendendo di mira la corruzione, l’incapacità politica, e fenomeni quali capitalismo e consumismo.

Venne assassinato ad Ostia il 2 Novembre 1975, e la sua morte è ancora avvolta nel mistero.

La sua tomba

Simona Lamarmora per L’isola di Omero

Buongiorno principessa! L’amore come antidoto per superare le difficoltà di un mondo in conflitto

”Buongiorno, principessa! Stanotte t’ho sognata tutta la notte. Andavamo al cinema, e tu avevi quel tailleur rosa che ti piace tanto. Non penso che a te principessa. Penso sempre a te!”

Roberto Benigni ne La vita è bella (1997) interpreta il ruolo di un prigioniero internato in un campo di concentramento nazista. Avendo l’opportunità di diffondere il suo messaggio d’amore per la moglie e di farle sapere che è ancora vivo, non esita e così prende il microfono in mano e si lascia andare con le parole.

Egli supera la paura d’esser scoperto e punito dai soldati. Il desiderio di rendere noto che loro figlio, il frutto del loro amore, sta bene supera ogni ostacolo.

In un mondo in conflitto l’amore si pone come la cura ad ogni male. Essere a conoscenza dell’esistenza di una persona amata riempie gli animi e i cuori di ognuno di noi. Tutte le guerre, anche quelle più atroci, si possono vincere in questo modo.

Benigni ci insegna che non si può esitare quando si ama, si deve rischiare.

Nicoletta Braschi ne La Vita è Bella interpreta il ruolo della moglie

articolo di Cosimo Guarini