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Giotto: il pittore che rivoluzionò la storia dell’arte

Considerato a tutti gli effetti il primo pittore italiano, la fama di Giotto è documentata nelle citazioni e trattazioni di tanti artisti. Il suo richiamo alle sacre rappresentazioni e all’arte classica trovano corpo in uno spazio nuovo, tridimensionale, che contiene già i semi della spazialità del Rinascimento; i suoi personaggi dalla delicata intensità dei volti, hanno perso ormai la fissità  medievale, che non rivelavano emozioni, ma erano solo accennate nei gesti.


La sua fama immediata e duratura è dovuta soprattutto alla magistrale velocità e sicurezza con cui impone un nuovo modello di rappresentazione della realtà, che fa apparire vecchio e superato tutto il repertorio figurativo di Cimabue e di Duccio di Buoninsegna. 

Madonna Ognissanti (1306), Giotto.

Cennino Cennini, alla fine dl Trecento aveva già affermato che Giotto “volse la pittura da greco in latino” intendendo che egli aveva abbandonato i rigidi schemi della pittura bizantina, per aprire un nuovo capitolo della pittura occidentale basata sul “racconto” attraverso i cicli di affreschi degli eventi sacri. La vera “rivoluzione pittorica“ consisteva nel realismo cromatico, nella rappresentazione dello spazio tridimensionale, nell’introduzione del pathos; il tutto sostenuto da una sapiente costruzione dei volumi, definiti nei contorni e con effetti di chiaroscuro.
Il valore del pittore non consiste certo nel saper imitare la natura, ma nel riuscire a esprimere la propria concezione del mondo e quella della sua società. Questa è dunque la grandezza di Giotto: egli è interprete della collettività borghese, laica e religiosa al tempo stesso. L’artista, a partire da Giotto, attraverso la realizzazione di immagini di straordinaria capacità divulgativa dei contenuti, viene ad assumere così un ruolo sociale fondamentale nella società del suo tempo e prepara gli sviluppi culturali futuri. 

Rosa Araneo per L’isola di Omero

Le nozze di Cana: l’umanità segreta nella pittura di Giotto

Le Nozze di Cana è un affresco (200×185 cm) di Giotto, databile al 1303-1305 circa e facente parte del ciclo della Cappella degli Scrovegni a Padova. È compreso nelle Storie di Gesù del registro centrale superiore, nella parete sinistra guardando verso l’altare.

Protagonisti sono Gesù e Maria, posti uno a sinistra della rappresentazione e l’altra a destra; sono, insieme a S. Pietro, gli unici personaggi ritratti con l’aureola. Sulla destra l’attenzione è decisamente catturata dall’obeso, intento ad assaggiare il vino nuovo. Proprio questo personaggio testimonia il fatto che Giotto rinnova il modo di ritrarre le figure umane proponendo, spesso, vere e proprie istantanee della vita del suo tempo.

La scena è ambientata in una stanza: drappi rossi rigati coprono le pareti, un fregio corre in alto e in alto stanno grate lignee traforate e rette da mensole, sulle quali si trovano dei vasi e degli elementi decorativi. Seguendo il Vangelo di Giovanni è mostrato il momento in cui Gesù, seduto a sinistra accanto allo sposo e vicino a un apostolo, benedice con un gesto l’acqua versata nelle grandi giare dall’altra parte della stanza e trasformandola in vino.

Le Nozze di Cana (1303-05), Cappella Scrovegni – Padova.

Il pittore ha vivo il senso della realtà delle cose e dei fatti ma la semplifica proiettando il racconto in un’atmosfera rarefatta che lo carica di un significato trascendente. Tutto ciò che accade è sottratto al capriccio del caso o alla volontà dei personaggi ed appare invece determinato dalla costante presenza di una legge suprema. È questa segreta onnipresenza di Dio che conferisce un significato religioso all’arte di Giotto.

Giotto è considerato il fondatore del linguaggio pittorico del ‘300. Nasce nel 1276 a Colle, borgo del Mugello ed inizia, molto presto, a dipingere nella bottega di Cimabue. Da questo insigne maestro apprende l’arte di scansionare nettamente le ombre dalle luci, ricorre a simboli iconografici fissi per rendere riconoscibili i protagonisti delle narrazioni e mette in scena architetture fantasiose lontane dalla realtà. Giotto, insomma, muove i primi passi all’interno della tradizione portando innovazione attraverso la personalizzazione già individuabile nelle opere della giovinezza come la Madonna di S. Giorgio alla Costa o la Croce di Santa Maria Novella a Firenze.

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Raffigurazione di Giotto (Colle di Vespignano, 1267 circa – Firenze, 8 gennaio 1337).

Nel 1290 è ad Assisi, al fianco di Cimabue, nella decorazione della Basilica superiore di S. Francesco. Suo è il noto ciclo di affreschi sulla vita del Santo ma,non pochi critici, sostengono un suo intervento nella parte superiore della navata dove sono presentate le storie dell’Antico e del Nuovo Testamento. In particolare, è possibile riconoscere il suo stile nelle Storie di Isacco, nella Storia di Giuseppe ebreo, nel Pianto sul Cristo morto e nella Resurrezione. Qui diventa chiaro come, al bizantinismo fino ad allora imperante, egli reagisca opponendo una visione meno contemplativa e più drammatica dell’opera. S. Francesco, ad esempio, non è presentato come un asceta segnato da digiuni e mortificazioni ma come un’immagine di forza, virilità dignitosa ed eroica. Tutte le scene, poi, sono colte nel loro momento culminante di tensione patetica. La naturalezza di Giotto non nasce dall’osservazione diretta del vero, ma è recuperata dall’antico considerato esperienza storica da investire nel presente. Giotto trasforma l’immobilità iconica in imponenza monumentale, la tragedia in dramma: il sentimento non si esaspera cui il sentimento non si esaspera ma si traduce in azione.

Nel 1305 giunge a Padova chiamato dal ricco mercante Enrico Scrovegni per affrescare le pareti della cappella che lo stesso aveva fatto costruire per sé e per la sua famiglia. Nella supplica che rivolse al vescovo per poterla realizzare, Scrovegni, dichiarò di voler strappare in questo modo l’anima del padre dalle pene del Purgatorio ed espiare i suoi peccati. Cercava, così, di riabilitare la sua famiglia agli occhi della città la cui ricchezza affondava le proprie radici nell’usura.

Qualunque fosse lo scopo, una cosa è certa: l’opera è grandiosa. La cappella, a navata unica, misura 29,26 m di lunghezza, 8,48 m di larghezza e ha un’altezza di 12,80 m. Fu interamente rivestita di affreschi con episodi della vita di Gesù a partire dagli anni precedenti alla sua venuta arrivando fino alla Pentecoste. Le scene sono disposte in registri sovrapposti e la parete dell’ingresso è interamente dedicata al Giudizio universale. I paesaggi diventano parte integrante della composizione e l’azzurro denso del cielo mette in risalto tutti gli altri colori.

Alessia Amato per L’isola di Omero