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Allegoria della Pittura di Jan Vermeer: il pittore che diventa osservatore dell’opera

L’Allegoria della Pittura è un dipinto di Jan Vermeer databile al 1666 circa, e conservato al Kunsthistorisches Museum di Vienna.  L’opera è firmata sulla carta geografica a destra della ragazza: “I[oannes] Ver. Meer”.

La tela rappresenta un pittore di spalle, presumibilmente lo stesso autore, nell’intento di raffigurare una giovane donna con in mano un libro (simbolo della Storia) e una tromba (simbolo della Gloria). La giovane in testa ha un serto di alloro, che conferisce alla figura femminile un aspetto simile a quello della musa Clio.

A sinistra, la finestra semicoperta da una tenda lascia oltrepassare un fascio di luce chiara che illumina l’intera stanza. Il pittore è vestito con un elegante abito nero, composto da tagli presenti sulle maniche. L’artista si mette idealmente dallo stesso punto di vista dell’osservatore del dipinto, come se chi ha dato vita a queste figure avesse osservato la scena da terza persona.

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Allegoria della Pittura (1666), Jan Vermeer.

L’esistenza del dipinto è documentata sin dal 1676, quando la vedova di Jan Vermeer, chiamata Cathrina Bolnes, lo cedette per salvare la vendita all’asta delle opere di proprietà del defunto marito.

L’opera scomparve fino al XIX sec. quando la si ritrovò nelle collezioni Swieten e del conte Czernin. Nel 1938 diventò proprietà di Adolf Hitler, per poi arrivare all’attuale collocazione nel 1946.

Cosimo Guarini per L’isola di Omero

Il donatore felice di René Magritte: tra illusione, sogno, e realtà

René Magritte è tra i pittori surrealisti più originali e famosi. Un uomo elegante ed educato, come molti, ma capace di trasformare la realtà come pochi. Un uomo in grado di creare capolavori straordinari che trasformano in sogno il quotidiano. Perché in questo sta il genio dell’artista: ci ha spinto ad osservare il mondo con occhi diversi, a stupirci di ciò che è apparentemente banale e a scavare sotto la superficie scoprendo che essa è molto più interessante di come appaia.

Il donatore felice, realizzata nel 1966 e conservata al Musèe d’Ixelles a Bruxelles, è un’opera che al suo interno sintetizza molte tematiche affrontate da Magritte.

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Il donatore felice, R. Magritte.

Su un fondo scuro, che un muro separa dal nulla, emerge la sagoma di un uomo con bombetta da cui traspare una luminosità interna alla silhouette utilizzata per la autocitazione di un altro notissimo quadro, L’empire des lumières,nel quale un’importante casa immersa nel buio avanzante di un tramonto ormai compiuto presenta tutte le sue le finestre illuminate a festa dalla luce interna. Sul muro una sfera grigia racchiude al suo interno uno dei tanti misteri magrittiani non partecipando all’evidente felicità interna dell’uomo in bombetta il quale assapora tutto lo splendore della coscienza di chi ha appena donato in un contesto intorno imperscrutabile per il buio della normalità. Il titolo dell’opera, che peraltro raccoglie una sinestesia tipica della lingua francese per la quale il donatore è sempre felice, è particolarmente significativo: chi dona non indugia nel calcolo economico, non opera per il profitto ma introietta se stesso nella trasparente luce della felicità che prolunga e nega, al tempo stesso, il momento quotidiano della vita attiva.

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René François Ghislain Magritte (Lessines, 21 novembre 1898 – Bruxelles, 15 agosto 1967).

Queste parole furono scritte da Magritte pochi mesi prima di morire e rendono bene la personalità di un artista capace di scavare a fondo nella realtà e di restituirci un’immagine di essa priva di luoghi comuni e di immagini stereotipate: “Ciò che vedete sulla superficie di quel muro non è un insieme di linee e di colori; è una profondità, un cielo, delle nuvole che hanno alzato il sipario del vostro tetto, una vera colonna intorno a cui potete girare, una scala che prolunga i gradini su cui vi trovare 8 e voi fate già un passo nella sua direzione, vostro malgrado), una balaustra di pietra da cui si stanno affacciando per vedervi i volti attenti dei cortigiani e delle dame, che portano nastri e abiti uguali ai vostri, che sorridono al vostro stupore e ai vostri sorrisi, facendo verso di voi dei segni che trovate misteriosi soltanto perché hanno già risposto senza aspettare quelli che voi farete loro”.

Alessia Amato per L’isola di Omero

La rubrica del borgo. Bruges: la città dei canali e delle case colorate

Bruges è la capitale delle Fiandre Occidentali nel nord-ovest del Belgio. Teoricamente non si potrebbe parlare di essa come un borgo, ma la presenza di suggestivi canali e stradine caratteristiche, con le case che si riflettono nell’acqua, crea un’atmosfera stupefacente. Le luci e i rumori tipici delle grandi città sembrano non esistere in questo luogo, nonostante ospiti una comunità di circa 117.000 abitanti.

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Grote Markt, la piazza al centro della città, vista in orario serale.

Cosa si può visitare a Bruges?

La Grote Markt è la piazza principale della città, caratterizzata da edifici di diversi colori. Capiterà diverse volte di passare da qui per raggiungerne altri posti.

Il campanile Belfort è la seconda attrazione che si consiglia di vedere. Sarà possibile salirvi in cima per ammirare il panorama da incanto di Bruges. Si tratta di ben 366 scalini che scorrono lungo uno stretto cunicolo.

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Il noto campanile Belfort.

Begijnhof (Beghinaggio) è una zona lontana dal centro da apprezzare il silenzio anche nei giorni in cui la città è piena di turisti. Qui vivevano le beghine ed ora, in questi edifici, risiedono delle suore. Nel canale che si trova di fronte al beghinaggio ci sono degli splendidi cigni, che si stabilirono qui fin dal XV secolo.

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La zona Begijnhof.

Nei pressi della stazione della città troviamo il Parco Minnewater, famoso perché al suo interno è presente il cosiddetto Lago dell’amore. Questa è una delle attrazioni più romantiche di Bruges, che ogni anno coinvolge moltissimi innamorati.

Cosimo Guarini per L’isola di Omero

Ritratto dei coniugi Arnolfini: l’apice dell’arte fiamminga di Jan Van Eyck

Il Ritratto dei coniugi Arnolfini è un dipinto fiammingo di Jan Van Eyck. Si tratta di un ritratto matrimoniale del famoso commerciante di Lucca Giovanni e della giovane moglie Costanza Trenta, residenti a Bruges.

La scena è ambientata nella stanza della coppia. Sul pavimento e sulle pareti compaiono molti oggetti dell’epoca. Sulla parete di fondo si nota uno specchio, in cui si riflettono due personaggi frontali oltre che i coniugi Arnolfini di schiena.

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Il particolare dello specchio.

Interpretazioni e simboli

Il Ritratto dei coniugi Arnolfini nel corso del tempo ha ispirato una serie di letture ed interpretazioni. All’interno della stanza vi è un lampadario che pende dal soffitto con una sola candela accesa. Questo aspetto, insieme al cane in basso, rappresenta la fedeltà coniugale. Invece, le arance dipinte sul davanzale e la presenza del letto sono un augurio di fertilità.

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Jan Van Eyck, Ritratto dei coniugi Arnolfini,  1434, olio su tavola, 81,8×59,7 cm. Londra, National Gallery

Il gesto che compie con la mano destra Giovanni Arnolfini è stato diversamente interpretato. Alcune versioni parlano di benedizione, altre di giuramento oppure di semplice saluto. La mano posata sul proprio ventre della moglie indica forse una possibile gravidanza.

Le interpretazioni più accreditate indicano la scena come una allegoria del matrimonio e della maternità. Un’altra versione indica l’evento come una promessa di matrimonio. Il dipinto può essere considerato come un dono di Giovanni Arnolfini alla giovane moglie.

La committenza del dipinto

Fu lo stesso mercante originario di Lucca, Giovanni Arnolfini, a commissionare l’opera a Jan Van Eyck. Come si evince dal particolare dello specchio, nel dipinto sono raffigurate anche altre due persone, probabilmente presenti durante la realizzazione, oltre ai protagonisti. Il Ritratto dei coniugi Arnolfini è firmato con data 1434 e riporta la scritta in latino “Johannes de Eyck fuit hic” (”Johannes van Eyck era qui”).

Il dipinto rimase di proprietà della famiglia fino al 1516 quando venne sequestrato da Diego de Guevara ambasciatore delle corte di Borgogna. Nel 1530 il Ritratto dei coniugi Arnolfini di Jan Van Eyck diventò proprietà di Maria d’Ungheria reggente dei Paesi Bassi. In seguito al trasferimento della sovrana in Spagna l’opera fu esposta presso il palazzo reale di Madrid. Dopo la conquista napoleonica Giuseppe Bonaparte, il ritratto fu trasportato in Francia. Più tardi furono gli inglesi di James Hay ad appropriarsi dell’opera e ad offrirla al re Giorgio IV, che la rifiutò non amando la pittura fiamminga. Così lo stesso James Hay la vendette alla National Gallery di Londra.

Cosimo Guarini per L’isola di Omero

Napoleone a Waterloo, la fine del grande Imperatore

La battaglia di Waterloo è il noto conflitto che prese il nome dell’omonima cittadina belga in cui fu ambientata.

Essa si svolse il 18 giugno 1815 durante la guerra tra le truppe francesi guidate da Napoleone Bonaparte e gli eserciti britannici del Duca di Wellington e quello prussiano del feldmaresciallo Gebhard Leberecht von Blücher.

È notoriamente ricordata come la battaglia che segnò la definitiva sconfitta di Napoleone, con il suo conseguente esilio presso Sant’Elena.

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Napoleone Bonaparte
 (Ajaccio, 15 agosto 1769 – Longwood, Isola di Sant’Elena, 5 maggio 1821)

Bonaparte progettò e realizzò un primo attacco intorno alle ore 11:30 del mattino. Nel tardo pomeriggio pensava di aver vinto, ma successivamente dovette fare i conti con l’ostica risposta degli avversari.

Egli, dal canto suo, pensava di prevalere riuscendo a sfruttare la poca coesione degli antagonisti, ma la sconfitta fu incombente.

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Finito in mano agli inglesi, come detto, fu assegnato in esilio presso l’isola di Sant’Elena. Qui morì il 5 maggio 1821.

La fine di Napoleone ebbe dunque il territorio di Waterloo come centro simbolico ed effettivo. Ancora oggi nei pressi di questa località è ricordata la grande battaglia con una serie di monumenti, ed esiste un museo dedicato al famoso scontro.

Cosimo Guarini per L’isola di Omero