Archivi tag: astrattismo

Automat di Edward Hopper: la poetica della solitudine

Automat è un dipinto del 1927 del pittore americano Edward Hopper, che si trova al Des Moines Art Center, in Iowa (USA).

L’artista nasce a Nyack il 22 luglio del 1882 in una famiglia borghese. Viene incoraggiato fin da bambino a leggere, studiare arte e disegnare.

Egli sogna di diventare architetto, ma si guadagna da vivere facendo l’illustratore.

Alcune illustrazioni di Hopper.

Anche se i suoi quadri all’inizio non riscuotono il successo sperato, si iscrive alla New York School of Art. Dopo gli studi trascorre un periodo a Parigi, respirando la cultura europea, e traendo da essa ispirazione per i suoi quadri. Successivamente torna a vivere in America, cominciando ad elaborare composizioni vicine all’impressionismo. Come afferma il curatore del Whitney Museum of American Art:

“Hopper riproduce costantemente spazi ed esperienze tipici di New York, dove si osserva tra le persone una vicinanza e, allo stesso tempo, una separazione dovuta a diversi fattori, tra cui il movimento, la struttura, le finestre, i muri, la luce o il buio”.

Edward Hopper nel suo studio al Village, New York, nel 1955.

In Automat (Tavola calda) dipinge una donna sola, seduta ad un tavolo, immersa nei suoi pensieri. La sua faccia non è perfettamente visibile ed è coperta da un ampio cappello giallo.

La donna fissa una tazzina, ed è talmente estraniata dalla realtà notturna, che i suoi riflessi non sono presenti nella vetrata, al contrario delle luci che illuminano il locale.

Il dipinto Automat.

Il ristorante appare vuoto, e all’interno, oltre alla donna, ci sono solo oggetti: il termosifone, il tavolo, le sedie. Le gambe della protagonista sono il punto più luminoso del dipinto.

Il silenzio fa da padrone nella scena, e sembra quasi di percepire il respiro della giovane donna o il tintinnio della tazzina, in una scena immobile ed astratta.

Un dettaglio del dipinto, con il primo piano della donna.

Il quadro è dipinto come se lo spettatore fosse seduto in un tavolo accanto; degno di nota è il particolare della presenza della sedia vuota in basso a destra.

Ma guardando questo dipinto osserviamo un sogno o la realtà?

Difficile dirlo, ma quello che sappiamo è che Edward Hopper è un’artista che trasfigura la realtà, la astrae. In un certo senso, infatti, pur appartenendo al Realismo, a tratti è vicino alla metafisica.

L’artista priva la realtà della sua parte più superficiale, e ciò che ne rimane, e che noi vediamo, non può essere altro che l’essenziale.

Hopper, infatti, ha saputo cogliere quel senso di inquietudine, di vuoto, diffuso negli Stati Uniti degli anni ’20.

Nel quadro infatti il cappotto di colore verde e il cappello di colore giallo non fanno altro che far risaltare il senso di disillusione che proviene dalla protagonista della scena.

Simona Lamarmora per L’isola di Omero

Il dripping di Pollock: evocazione dell’inconscio

Jack the dripper. Così veniva chiamato Jackson Pollock, in nome della tecnica da lui inventata, il dripping, per cui l’artista stendeva il colore gocciolandolo direttamente sulla tela. Egli è il primo artista americano ad ottenere un successo internazionale. Prima di lui la capitale dell’arte era Parigi e tutti gli artisti, anche per un breve periodo, si trasferivano nella capitale francese, centro dell’arte mondiale. Ma Pollock non uscì mai dai confini statunitensi e dopo di lui la capitale dell’arte si spostò a New York.

Gli anni tra il 1947 e il 1951 sono quelli in cui Pollock dipinge alacremente e in cui mette a punto la tecnica del dripping, dandole spessore ed autonomia. Number 27 del 1950 è una delle opere più significative per modalità esecutiva: come diceva lo stesso Pollock

“posso camminarci intorno, lavorare sui quattro lati, essere letteralmente nel quadro. Preferisco la stecca, la spatola il coltello. Quando sono dentro il mio quadro non so cosa sto facendo”.


Number 27 (1950) – Jackson Pollock

Egli è la superstar della pittura americana, trae le proprie immagini direttamente dall’inconscio, si serve di un’estetica primitivista, diventa parte del dipinto. La sua pittura rinuncia al compito classico di dipingere dei soggetti e tenta di esprimere movimenti, energie, ovvero ciò che afferra l’umano e lo possiede. Il rapporto con la tela non è più frontale, ma dall’alto in basso secondo un processo di caduta. Centrale non è più la visione capace di prevedere, ma lo sgocciolio che simboleggia il nostro essere al mondo. Come i danzatori della pioggia, Pollock sembra danzare intorno al quadro per trattenere le forze sulla tela. Anche le misure della tela, enormi o inusuali, sembrano essere stabilite dall’opera stessa.

Non vi è pittura più evocativa di quella di Pollock. Un’evocazione dell’inconscio e dell’inumano.

Rosa Araneo per L’isola di Omero

Kandiskij e l’astrattismo: Sulle orme de Il Cavaliere Azzurro

In un’epoca in cui il materialismo ne era protagonista, si stagliò la figura affascinante e complessa di Wassilij Kandinskij.

C:\Users\Antonella\Desktop\kandi-1.jpg

Considerato il padre dell’astrattismo lirico, egli si fece promotore di una ricerca pittorica e spirituale che sfocerà in una sintesi espressiva astratta, per mezzo di una schematizzazione dei colori a linee e a forme geometriche come manifestazione esterna dell’interiorità.

Questa ricerca, a tratti ossessiva, scaturì durante la permanenza a Vologda, nei pressi di Mosca. Qui Kandinskij poté affermare che un’opera d’arte è considerata tale solo se deriva da una necessità psichica interiore, obbedendo di conseguenza a un profondo equilibrio di forme, colori e musica (non ci stupisce infatti che alcuni dei suoi quadri siano denominati come ‘’composizioni’’).

Prima di questa rivoluzione, avvenuta nel primo decennio del XX secolo, i soggetti prediletti dell’artista russo erano paesaggi di piccolo formato di evidente stampo impressionista e simbolista, popolati da personaggi tipicamente fiabeschi d’ispirazione germanica, medievale e russa.

I numerosi viaggi compiuti in Europa lo portarono a immergersi nell’atmosfera parigina, dove esplose il movimento espressionista fauve, tanto da condurlo nella stesura del saggio Lo spirituale nell’arte (1911), il quale darà vita a un acceso dibattito sulla percezione dei colori, delle linee e delle forme come sintesi di uno stato psichico.

Così, con l’amico e collega pittore Franz Marc, decise di fondare il gruppo Il cavaliere azzurro con l’obiettivo di raccogliere scritti, riproduzioni contemporanee, orientali e folkloristiche. Con tale proposito, il cavaliere azzurro si erse come simbolo di spiritualità spinto da una forza, energia interiore, ossia quella passionale e psichica. Ed ecco che Kandinskij, comincia pian piano a sostituire ai colori e alla prospettiva piana del fauvismo colori antinaturalistici: scompare il volume dando spazio a una vera e propria composizione di linee e colori, esattamente come una sinfonia musicale.

Con l’incarico di accademico svolto in Germania, l’artista instaurò un forte rapporto con il Costruttivismo (da cui poi si discostò, per una lettura meno scientifica e razionale), dal quale nacque la sintesi Punto e linea sul piano (1926) e ivi, spiegò gli studi condotti sull’organizzazione spaziale ed espressiva della rappresentazione geometrica.

http://www.artspecialday.com/9art/2016/12/16/vasilij-kandinskij-sognatore-concreto/

Seguendo tali costrutti, ne derivò la potente percezione dei suoi quadri, dove i cerchi blu trasmettono serenità, il giallo racchiuso in triangoli energia e dinamicità, donando un perfetto equilibrio all’intera opera, senza sbalzi emotivi o drastiche rotture psichiche.

Antonella Buttazzo per L’isola di Omero