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Impressionismo: la corrente artistica che nacque dallo studio di Nadar

Sentendo parlare di Impressionismo viene subito in mente il binomio Arte-Parigi. È un’associazione quasi automatica, che rievoca alcuni tra i più grandi visionari della storia dell’arte.

In particolare questa corrente è riconducibile al periodo che va dal 1860 circa fino ai primi anni del ‘900.

La riscoperta della raffigurazione del paesaggio è uno dei concetti principali, come anche la metodologia di lavoro basata su tecniche sviluppate in en plein air, ovvero all’aria aperta. Ciò ha comportato un maggiore interesse rivolto al colore più che al disegno. In questo periodo tra l’altro avvennero le importanti scoperte del chimico francese Eugène Chevreul sull’accostamento dei colori. Quest’ultimo, in sostanza, suggeriva di accostarli senza mescolarli.

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Parte della serie delle Ninfee di Monet.

Tale corrente ha visto anche il prevalere della soggettività dell’artista, con tutte le sue emozioni. Egli osservava un soggetto e lo riproduceva secondo ciò che sentiva nella propria interiorità.

La storia impressionista nasce quando nel 1863 Napoleone III inaugurò il Salon des Refusés, per ospitare le opere escluse dal Salon ufficiale di Parigi. Due anni dopo, in continuità con la vicende degli artisti rifiutati, Édouard Manet scandalizzò il pubblico proponendo la sua Olympia.

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Olympia di Édouard Manet (1863), Museo d’Orsay di Parigi.

Ma la prima manifestazione ufficiale degli impressionisti avvenne il 15 aprile 1874 con una mostra organizzata presso lo studio del fotografo Felix Nadar. Qui parteciparono artisti di grandissima levatura come Monet, Degas, Sisley, Renoir.

Impressione, Levar del Sole (1872) – Claude Monet, Musée Marmottan Monet.

Il nome alla corrente artistica fu dato dal dipinto Impression, Soleil Levant (Impressione, Levar del Sole) di Monet. L’autore osserva il paesaggio e ne rappresenta le sfumature, con tutti gli elementi cromatici derivanti anche dal trascorrere del tempo.

Cosimo Guarini per L’isola di Omero

Automat di Edward Hopper: la poetica della solitudine

Automat è un dipinto del 1927 del pittore americano Edward Hopper, che si trova al Des Moines Art Center, in Iowa (USA).

L’artista nasce a Nyack il 22 luglio del 1882 in una famiglia borghese. Viene incoraggiato fin da bambino a leggere, studiare arte e disegnare.

Egli sogna di diventare architetto, ma si guadagna da vivere facendo l’illustratore.

Alcune illustrazioni di Hopper.

Anche se i suoi quadri all’inizio non riscuotono il successo sperato, si iscrive alla New York School of Art. Dopo gli studi trascorre un periodo a Parigi, respirando la cultura europea, e traendo da essa ispirazione per i suoi quadri. Successivamente torna a vivere in America, cominciando ad elaborare composizioni vicine all’impressionismo. Come afferma il curatore del Whitney Museum of American Art:

“Hopper riproduce costantemente spazi ed esperienze tipici di New York, dove si osserva tra le persone una vicinanza e, allo stesso tempo, una separazione dovuta a diversi fattori, tra cui il movimento, la struttura, le finestre, i muri, la luce o il buio”.

Edward Hopper nel suo studio al Village, New York, nel 1955.

In Automat (Tavola calda) dipinge una donna sola, seduta ad un tavolo, immersa nei suoi pensieri. La sua faccia non è perfettamente visibile ed è coperta da un ampio cappello giallo.

La donna fissa una tazzina, ed è talmente estraniata dalla realtà notturna, che i suoi riflessi non sono presenti nella vetrata, al contrario delle luci che illuminano il locale.

Il dipinto Automat.

Il ristorante appare vuoto, e all’interno, oltre alla donna, ci sono solo oggetti: il termosifone, il tavolo, le sedie. Le gambe della protagonista sono il punto più luminoso del dipinto.

Il silenzio fa da padrone nella scena, e sembra quasi di percepire il respiro della giovane donna o il tintinnio della tazzina, in una scena immobile ed astratta.

Un dettaglio del dipinto, con il primo piano della donna.

Il quadro è dipinto come se lo spettatore fosse seduto in un tavolo accanto; degno di nota è il particolare della presenza della sedia vuota in basso a destra.

Ma guardando questo dipinto osserviamo un sogno o la realtà?

Difficile dirlo, ma quello che sappiamo è che Edward Hopper è un’artista che trasfigura la realtà, la astrae. In un certo senso, infatti, pur appartenendo al Realismo, a tratti è vicino alla metafisica.

L’artista priva la realtà della sua parte più superficiale, e ciò che ne rimane, e che noi vediamo, non può essere altro che l’essenziale.

Hopper, infatti, ha saputo cogliere quel senso di inquietudine, di vuoto, diffuso negli Stati Uniti degli anni ’20.

Nel quadro infatti il cappotto di colore verde e il cappello di colore giallo non fanno altro che far risaltare il senso di disillusione che proviene dalla protagonista della scena.

Simona Lamarmora per L’isola di Omero

Piero Manzoni e il “ Nouveau réalisme”: la protesta neodadaista.

Il 21 Maggio del 1961 nacque una collezione d’arte particolarmente “insolita”, seppure strettamente correlata al concetto di vita quotidiana, pertanto ai suoi meccanismi commerciali e, nondimeno, sociali.

L’artista Piero Manzoni (Soncino, 13 luglio 1933 – Milano, 6 febbraio 1963) sigillò novanta barattoli di latta, di uso generalmente alimentare, sui quali adattò sistematicamente un’etichetta con il titolo Merda d’artista (tradotta in varie lingue) e su di essa le varie informazioni sul prodotto: il suo peso netto, il suo metodo di conservazione, il numero progressivo del barattolo, ecc.

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Così facendo, Manzoni , volle alludere al valore intrinseco dell’artista che, offrendo la sua opera, inevitabilmente propone una parte di sé stesso.

È proprio qui il nucleo del discorso che risiede nel Nouveau Réalisme: la figura dell’artista ed il suo valore.

Questa accezione conduce a varie riflessioni:

L’artista non solo offre la sua figura, facendo sprofondare la propria opera in sé stessa, ma è soprattutto a causa della sua immagine che ciò avviene: la notorietà dell’artista, il culto del soggetto, sommergono la sua stessa arte.

Dunque si tratta di una vera e propria protesta, poiché egli comprende che non è a causa sua che ciò avviene, ma a causa della società contemporanea.

Con questa opera, Manzoni, volle accendere una luce chiarificatrice sui meccanismi e le contraddizioni dell’arte contemporanea in un periodo particolarmente intenso, quale il boom economico degli anni ’60 che spronava gli artisti ad una produzione seriale ed assetata di denaro.

Un’altra importante prospettiva deriverebbe dalla produzione di tale opera, ossia dalla sua origine. Si tratterebbe di una metafora sull’origine profonda del prodotto dell’artista.

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La questione, se vogliamo, più ironica risiede nel valore economico che successivamente ha assunto Merda d’artista, dimostrando che la teoria manzoniana non si è rivelata affatto infondata.

Angela Cerasino per L’isola di Omero