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L’ARTE DECORATIVA PERSIANA, IL FASCINO DELL’IRAN

L’arte persiana, che trova nell’Iran il suo spazio fisico d’interesse, rappresenta un patrimonio immenso per la bellezza che ha lasciato in vari campi: dall’architettura, alla pittura,  passando per la tessitura, la ceramica, la calligrafia, sino ad arrivare alla lavorazione dei metalli e alla scultura.

In particolare, lo stile islamico-persiano delle decorazioni è denso, e presenta delle forme geometricamente eleganti ed armoniose. I motivi raffigurati derivano da piante e spesso anche da animali, che sono rappresentati in una scala molto più piccola degli elementi che li circondano.

Sotto la dinastia safavide, nel 16 ° secolo, questo stile è stato utilizzato in una vasta gamma di supporti, e diffusa dagli artisti di corte dello Scià.

Meridiani guarda al mondo con occhi curiosi. E più che descriverlo, lo interroga lasciando che siano i luoghi a raccontarsi attraverso la natura, i monumenti, i paesaggi urbani, i volti e le storie della gente, le espressioni artistiche e culturali, la moda e lo sport. Clicca Qui.

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La decorazione a muqarnas degli edifici:

La soluzione decorativa a muqarnas è uno degli elementi ornamentali importanti dell’architettura che viene utilizzato per abbellire edifici iraniani, in particolare le moschee e i mausolei. Le muqarnas assomigliano molto al nido delle api.

Muqarnas - Wikipedia
Lo stile muqarnas, è visibilissimo nella decorazione dell’ingresso dell’ edificio iraniano posto nell’immagine.

Osservando le forme naturali delle stallattiti di ghiaccio e di calcio all’interno delle grotte dell’Iran, scopriamo che molto probabilmente i primi artisti di questa tecnica hanno avuto l’ispirazione artistica proprio da esse e l’hanno realizzata esattamente nelle facciate interne ed esterne degli edifici utilizzando il mattone, lo stucco o il cemento.

Le muqarnas di solito vengono create nelle superfici concave degli angoli sottostanti il soffitto; ma il luogo della collocazione di questo elemento decorativo può essere sopra le pareti, i soffitti, gli angoli, i portali ecc.

Volta in stile Muqarnas della Moschea Di Nasir Ol-Molk, Shiraz, Iran.

I tipi di muquarnas:

Le muqarnas dal punto di vista della forma sono di quattro tipi:

  1. Sporgenti: il materiale è lo stesso dell’edificio e sono composti con assoluta semplicità, senza alcun tipo di ornamento.

2. Sovrapposte: tralasciando i materiali impiegati principalmente nell’edificio, lo stucco, il mattone e la pietra, vengono utilizzate nelle superfici interne ed esterne dell’edificio e spesso sono disposte in qualche fila in ordini sovrapposti da due fino a cinque.

3. Sospese: sono simili ai prismi calcarei penduli nelle grotte che generalmente vengono chiamate stallattiti , e spesso sono create unendo materiali diversi come: lo stucco, la ceramica, le piastrelle ecc.. alle superfici concave interne dell’edificio. Sono tanto particolari da sembrare sospese.

4. A nido d’ape: sono simili al nido d’ape e nel complesso sono piccoli alveari disposti l’uno sull’altro, questo tipo dal punto di vista della forma apparentemente è simile alle muqarnas sospese.    

Cosimo Guarini per L’isola di Omero

Botticelli e l’eterea femminilità nell’arte

Per quanto concerne la figurazione femminile, nessun pittore fiorentino del Quattrocento ha goduto di così larga fortuna e popolarità come Alessandro Filipepi, altresì noto con il soprannome di Botticelli (1445-1510).

Questo nome gli fu dato, anche in conseguenza di un’interpretazione piuttosto aleatoria della sua cifra pittorica. La peculiarità di quest’ultima, era una raffigurazione umana fragile e soave, dotata di un’aggraziata proporzione delle membra ma al contempo insidiate da un’intrigante mestizia.

Il pittore Sandro Botticelli

Per tale ragione, la critica recente ha riaffermato, proprio attraverso le figure femminili, i pregi e i valori formali dell’artista fiorentino, evidenziandone il particolare sentimento della linea, discostandosi dall’antica accusa di essersi configurato in una tardiva ripresa del decorativismo gotico, sviluppando invece, una sensibilità melodica del tutto nuova, antesignana della pittura fiorentina successiva.

Copertina del libro ”Botticelli” (2017), di Barbara Deimling . Clicca Qui.

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Nelle rappresentazioni femminili botticelliane, ritroviamo quindi un linguaggio dedito alla purezza stilistica. In esso, infatti, risuona in modo assoluto, come si è già detto, il melodico andamento della linea che, si associa amabilmente a uno svariato cromatismo dai tratti intensi ad altri più tenui, definendo l’atmosfera tipicamente mitica.

Così, l’intera composizione di figure e oggetti inanimati si avvolge di un equilibrio delicato, tra moto e stasi, per cui la visione che traspare è irreale e favolosa.

Tale trapasso è particolarmente importante, poiché presente ed evidente nelle opere più celebrate del Botticelli, quelle che elogiano la femminilità nell’effige della sua musa ispiratrice: Simonetta Vespucci, nobildonna italiana di origini genovesi.

Simonetta Vespucci

In lei, Botticelli vide l’incarnazione della perfezione, e la rese eterna nelle sue opere più celebrate, come la Primavera (1477-’78), la Nascita di Venere (1486), i vari ritratti che la vedono in mezzo busto con particolarissime acconciature (1475-1476 ca), la Madonna del Magnificat, la figura della Maddalena del Compianto sul Cristo morto, l’affresco delle Prove di Mosè col particolare delle figlie di Ietro (1481-‘82).

Potremmo quindi, definire la figura della Vespucci come l’unica e vera fonte che assume le sembianze carnali dell’esaltazione di un mondo ideale nel quale la Bellezza trionfa allorché la natura istintiva e sensuale si accompagna alle virtù morali, civili e religiose.

Antonella Buttazzo per L’isola di Omero

LA GRECIA È LA PRIMA META DELL’ESTATE 2020

A causa dell’emergenza Coronavirus, che ha portato al lockdown nazionale per diversi mesi, molti viaggiatori italiani che non vogliono rinunciare alle vacanze estive stanno attualmente pensando a quali siano le mete più adatte in cui recarsi.

La Grecia rappresenta di gran lunga la prima scelta. Bisogna considerare, infatti, che i viaggi per le destinazioni che si trovano fuori dall’area schengen sono pressoché bloccati; il Paese ellenico sembra il più sicuro per chi è intenzionato a trascorrere delle piacevoli vacanze, nel rispetto delle misure di prevenzione.

Di seguito proponiamo alcune informazioni importanti per chi decide di viaggiare in questa direzione.

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Dove alloggiare a Rodi: le migliori città e zone dove dormire sull ...
Spiaggia di Rodi.

INFORMAZIONI PER I VIAGGIATORI:

Le Autorità Greche si riservano la possibilità di sottoporre i passeggeri in arrivo nel Paese balcanico a un test rinofaringeo (tampone), somministrato secondo criteri randomici (non noti a priori).

 Condizione indispensabile per accedere al Paese (via aereo, via terra, via nave) è la compilazione di un modulo online sul sito travel.gov.gr (gestito dalle Autorità Greche e non dall’Ambasciata Italiana); per mezzo di tale modulo i viaggiatori devono fornire informazioni sul luogo di provenienza, sulla durata dei soggiorni precedenti in altri paesi, e sull’indirizzo del proprio soggiorno in Grecia.

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Zante: come arrivare, come spostarsi e dove dormire - Grecia.info
Spiaggia di Zante.


I viaggiatori riceveranno un’e-mail di conferma al momento del completamento del modulo telematico e, in un secondo momento, otterranno il proprio codice Quick Response (QR), esattamente alla mezzanotte del giorno del loro arrivo previsto in Grecia.


Qualora si intenda arrivare in Grecia con un’imbarcazione privata è necessario compilare la Maritime Declaration of Healthe inviarla via mail alla competente Capitaneria di porto in Grecia. Per i recapiti delle Capitanerie di porto, è possibile consultare questo link.

CUORIOSITÀ:

Secondo alcuni viaggiatori che si sono recati in Grecia nei giorni scorsi, le Autorità preposte avrebbero effettuato maggiori controlli ai cittadini provenienti dal Nord Italia, riconoscibili dalle iniziali di un codice posto sotto il QR Code.

Cosimo Guarini per L’isola di Omero

Villa Pamphilij: Roma coronata da arte e natura

Racchiusa tra i tracciati romani di via Aurelia Antica, via della Nocetta e via Vitellia, Villa Doria Pamphilij, con i suoi 184 ettari, è il più grande parco storico romano oltre ad essere l’unica villa rimasta pressochè integra nella struttura.

Le sue origini sono legate alla famiglia di cui porta il nome e che in questo pezzo di campagna romana realizzò, a partire dall’XVII secolo, la propria residenza a partire dal Casino di famiglia, oggi sede di un museo dedicato alla villa.

Il Casino del Bel Respiro

Il complesso consta di tre parti: la pars urbana, comprensiva del Palazzo e dei giardini circostanti; la pars fructuaria, composta dal pineto; e la pars rustica, che viene considerata la parte della vera e propria tenuta agricola.

Innovativi sono i giardini che sono concepiti su due assi ortogonali, il primo perpendicolare rispetto all’acquedotto e il secondo parallelo, ottenendo così un’intersezione nel giardino più in basso e non più intorno al Palazzo.

Magnifico il Casino del Bel Respiro con il suo Giardino Segreto, abbellito da siepi tagliate in modo tale da formare disegni vari, così come l’Arco dei Quattro Venti, ma anche Palazzo Corsini e la Cappella, in stile neogotico, che sorgeva lì dove c’era la Fontana dei Delfini.

La natura della villa non è meno affascinante: qui si possono ammirare specie di elevato pregio naturalistico quali il Pino d’Aleppo, il Cedro del Libano e il Pioppo Nero.

In questa location la natura è a tratti selvaggia e custodisce anche interessanti testimonianze archeologiche, come una necropoli romana con due tombe di età augustea riccamente decorate con affreschi.

Nel 1975 i Pamphili vendettero la tenuta allo Stato italiano, che l’aprì al pubblico nel 1972.

Oggi Villa Pamphilij è attraversata da sentieri per fare jogging e disseminata di fontanelle, una vera oasi di pace nel cuore di Roma.

Rosa Araneo per L’isola di Omero

Donatello: il padre del Rinascimento

“Et ebbono l’opere sue tanta grazia, disegno e bontà, ch’oltre furono tenute più simili all’eccellenti opere degl’antichi Greci e Romani, che quelle di qualunche altro fusse già mai; […]” (Giorgio Vasari)

Probabilmente senza Donatello non avremmo avuto Michelangelo, Leonardo e Raffaello. E forse, senza di lui, non avremmo avuto il Rinascimento

 Fiorentino, formatosi presso la bottega del Ghiberti, amico di Brunelleschi e grande appassionato di arte classica, propose opere d’arte rivoluzionarie, dotate di una espressività senza precedenti. Donatello ha saputo studiare l’uomo sia nel suo aspetto fisico che nel suo aspetto interiore, cogliendo in pieno l’essenza del Rinascimento.

Maddalena Penitente
(1453-1455), Donatello. Museo dell’Opera del Duomo, Firenze.

 Infatti Donatello fu capace di conferire alle sue sculture un’umanità e un realismo ignoto ai suoi contemporanei: le sue opere sembrano frutto di un’intensa introspezione psicologica che crea un’immediata empatia tra lo spettatore e il soggetto ritratto. 

Inoltre fu iniziatore e maestro della tecnica dello “stiacciato”, che consiste nello scolpire solo la superficie del marmo o del bronzo, con variazioni minime rispetto al fondo, ottenendo una particolare illusione di profondità che rende le figure scolpite tridimensionali.

 Ma il nome di Donatello è indissolubilmente legato alla sua opera più celebre: il David bronzeo, che stupì i contemporanei in quanto si trattava del primo nudo a figura intera dai tempi dell’antica Roma. L’opera, che si ritiene essere stata commissionata da Cosimo de’Medici per il cortile di Palazzo Medici, pare rappresenti sia l’eroe biblico, simbolo delle virtù civiche e della ragione che vince sulla forza bruta, sia Mercurio, dio del commercio, principale attività della famiglia Medici.

Il David di Donatello (1440 circa), Museo del Bargello, Firenze.

La sofferenza visibile nei corpi sfigurati delle sue ultime sculture, come la Maddalena penitente, scatenò le critiche dei suoi contemporanei. 

La sua opera fu pienamente compresa e rivalutata solo nel 1900, accrescendo ulteriormente l’importanza che Donatello ebbe nell’evoluzione dell’arte della scultura.

Rosa Araneo per L’isola di Omero

Giuditta e Oloferne: tra virtù e moti emotivi caravaggeschi

Michelangelo Merisi detto Caravaggio, realizzò il dipinto olio su tela intitolato Giuditta e Oloferne nel 1599. Attualmente è collocato presso la Galleria nazionale d’arte antica, in Palazzo Barberini a Roma.

Commissionato dal noto banchiere romano Ottavio Costa, il quadro ripropone l’episodio biblico, dal libro omonimo, della decapitazione del condottiero assiro Oloferne da parte della giovane ebrea e vedova Giuditta.

Giuditta e Oloferne Caravaggio analisi
Giuditta e Oloferne, Caravaggio (1599).

‘’Quando si fece buio, i suoi servi si affrettarono a ritirarsi […] Rimase solo Giuditta nella tenda e Oloferne buttato sul divano, ubriaco fradicio. Allora Giuditta ordinò all’ancella di stare fuori della sua tenda e di aspettare che uscisse […] Avvicinatasi alla colonna del letto che era dalla parte del capo di Oloferne, ne staccò la scimitarra di lui; poi, accostatasi al letto, afferrò la testa di lui per la chioma e disse: «Dammi forza, Signore Dio d’Israele, in questo momento». E con tutta la forza di cui era capace lo colpì due volte al collo e gli staccò la testa. […]’’

Nella pittura, ad assistere all’atto violento, vi è anche l’anziana serva della giovane protagonista. Questo contrasto tra nuovo e vecchio incarnerebbe la sempiterna grandezza dei valori morali della Chiesa (siamo dopotutto, in pieno periodo di Controriforma) simboleggiati qui da una Giuditta (interpretata probabilmente dall’amica del pittore, Fillide Melandroni) in abiti contemporanei all’artista.
Giuditta e Oloferne - Caravaggio - particolare

La scelta del vestiario non è casuale: ricordiamo infatti, che siamo in pieno periodo barocco, si punta sullo stupore indotto nello spettatore che assiste anche a rappresentazioni teatrali. Effettivamente non è il primo caso in cui Caravaggio si affida alla gestualità e all’espressività dei soggetti raffigurati nei suoi dipinti, ciò deriverebbe dagli studi compiuti da Leonardo sui moti interiori dell’anima che popolano appunto, la coscienza umana, studi poi diffusi da Lomazzo.

Gestualità ed espressività espresse alla massima potenza da Oloferne (che nel suo viso si riconosce un autoritratto del Caravaggio), il quale nella rappresentazione è diviso tra la vita e la morte, contrasto evidenziato dalla tesa muscolatura e dallo sguardo vitreo.
Giuditta e Oloferne di Caravaggio: analisi

Antonella Buttazzo per L’Isola di Omero

Museo del Prado a Madrid: la perla ispanica dell’arte

Tra le più note pinacoteche del mondo, il Museo del Prado a Madrid, che nel 2019 ha celebrato il 200º anniversario, occupa sicuramente un posto importante.

Istituito dal monarca Carlo III di Spagna, l’edificio (progettato dall’architetto neoclassico Juan de Villanueva nel 1785) testimonia il piano di carattere scientifico, ispirato ai principi illuministici del periodo, che il re attuò al fine di riurbanizzare la città.

Da allora la struttura fu lo specchio delle scelte politiche e culturali che si svilupparono in Spagna nel corso dei decenni. Basti pensare che nel periodo del conflitto civile del 1930, le opere furono portate in Svizzera per maggiore sicurezza, per poi tornare quando il dittatore Franco prese il potere, nel 1939, aggiungendo altre opere alla collezione, oltre a finanziarne le nuove estensioni e la pavimentazione in marmo.

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Inizialmente denominato Museo Real de Pinturas poiché esponeva alcune opere della collezione reale spagnola, la fusione a Museo del Prado avverrà nel 1974 quando, un cospicuo numero di opere d’arte sequestrate si aggiunse al patrimonio museale.

Il Prado non ha un itinerario definito, infatti, per visitarlo, possono volerci fino a sette ore.

Tra le opere principali da vedere il museo annovera nella sua raccolta quelle dei maggiori artisti italiani, come: Madonna della melograna di Beato Angelico, Morte della Vergine di Andrea Mantegna, Madonna della Rosa e Visitazione di Raffaello, Danae e Venere e Adone di Tiziano; ma anche opere spagnole, Salvatore e Fuga in Egitto di El Greco, Las Meniñas di Velázquez, Il 3 maggio 1808, le due versioni di Maja (vestida e desnuda) e il celeberrimo Saturno che divora i suoi figli di Francisco Goya; e rinomati artisti fiamminghi, tra cui Hieronymus Bosch con Giardino delle delizie e Sette peccati capitali, Trionfo della morte di Bruegel il Vecchio e Pieter Paul Rubens con Giardino d’Amore e Giudizio di Paride.

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Giardino delle delizie (148071490) , Hieronymus Bosch.

Antonella Buttazzo per L’Isola di Omero

Michelangelo e ”La creazione di Adamo”: la perfezione umana come specchio di quella divina

Se fino al Quattrocento la figura del Papa svolse il ruolo di committente con criteri analoghi a quelli dei signori delle corti, con Michelangelo egli diventò l’interlocutore dell’artista. Quest’ultimo iniziò ad esser considerato il detentore dell’esperienza tecnica ed espressiva, tanto da poter dialogare legittimamente con il Pontefice, ovvero colui che rappresenta Cristo sulla terra.

 Michelangelo Buonarroti si trovò a operare sotto ben undici pontefici ma il suo grande nome resterà per sempre legato a quello di Giulio II, che tra le tante opere romane gli commissionò la decorazione della Cappella Sistina, piccolo gioiello custodito nei Musei Vaticani.

Tra gli affreschi della volta figura La Creazione di Adamo, risalente al 1511 e che rappresenta il passo della Genesi in cui si narra l’ideazione del primo uomo.

Per la realizzazione dell’intero affresco furono necessarie sedici “giornate”. Richiese maggior tempo Adamo, le cui proporzioni vennero studiate attentamente seguendo il principio “a immagine e somiglianza di Dio”, riportando il tutto sull’intonaco con la sola incisione diretta.

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La Creazione di Adamo (1511).

La scena si svolge su uno sfondo spoglio dal quale si erge una protuberanza erbosa su cui è stesa la figura di un atletico Adamo, con un braccio dritto verso il Creatore. Quest’ultimo è rappresentato come un uomo canuto e più anziano che si avvicina in volo mentre è sorretto da angeli.

L’opera fu pensata con l’intento di sottolineare il momento prima che tutto si sia animato, quindi, l’inizio della vita degli uomini.

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Le mani di Adamo e del Creatore che si sfiorano.

Infatti, il genio michelangiolesco vede la straordinaria esecuzione della rappresentazione ‘’sospesa’’: l’attimo prima della vita, la scintilla divina che passa dal Creatore alla sua Creatura.

L’opera di Michelangelo fu da subito accolta con critiche positive, iniziando già a delineare la fama sempiterna che ancora oggi celebra questo affresco.

Antonella Buttazzo per L’isola di Omero

Romeo e Giulietta, il dipinto di Frank Dicksee: la passione trasformata in arte

Nel 1884 l’illustratore e pittore britannico Frank Dicksee diede vita ad un’opera che colpisce ancor oggi sensibilmente per la passione che attraversa i soggetti rappresentanti. La storia d’amore ritratta in questo dipinto, collocato al Southampton City Art Gallery, è quella di Romeo e Giulietta.

L’arte visiva, come in molti altri casi nella storia dell’arte, si fonde con la letteratura avendo dato vita alla narrazione sviluppata da William Shakespeare a fine ‘500. I due amanti vengono fotografati sulla tela con gli occhi chiusi per essere completamente persi nel momento del bacio.

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Romeo e Giulietta (1884), Frank Dicksee.

Il braccio di Giulietta afferra al collo il suo amante, anche se la mano dell’uomo cerca idealmente di contrapporsi. Nel dipinto è presente la frustrazione e la tragedia dell’intera opera letteraria. La passione è tale che Romeo non può nemmeno passare nella stanza prima di abbracciare la donna da lui amata. Rischiare TUTTO per amore è la massima espressione di devozione.

L’opera in questione risente fortemente dell’influenza romantica, tanto da richiamare immediatamente alla memoria capolavori come Il bacio di Hayez.

Dicksee condivideva alcuni tratti stilistici e tematici della confraternita preraffaellita, raffigurando l’amore tra Romeo e Giulietta in toni realistici ma che al tempo stesso contengono una sfumata cifra di incanto, il segno dell’idillio della loro passione e della loro innocenza, evocate anche cromaticamente dal colore d’abiti della coppia.

Frank Dicksee (1853-1928).

Le piante in primo piano vogliono probabilmente sottolineare la naturalezza con cui gli amanti si sono reciprocamente concessi. Nella sua magnificenza, il palazzo retrostante non incombe nè accoglie, ma si rivela in una dimensione sospesa che non è nessuna delle due cose ma allo stesso tempo rivela entrambe; mentre la città di Verona, che si lascia appena intravedere, è ancora solo un pallido e indegno sfondo che soltanto la passione dei due potrà redimere. La scena cerca di esprimere il senso più profondo dell’opera shakespeariana: superare gli ostacoli per amore, qualunque cosa accada.

Cosimo Guarini per L’isola di Omero

Il donatore felice di René Magritte: tra illusione, sogno, e realtà

René Magritte è tra i pittori surrealisti più originali e famosi. Un uomo elegante ed educato, come molti, ma capace di trasformare la realtà come pochi. Un uomo in grado di creare capolavori straordinari che trasformano in sogno il quotidiano. Perché in questo sta il genio dell’artista: ci ha spinto ad osservare il mondo con occhi diversi, a stupirci di ciò che è apparentemente banale e a scavare sotto la superficie scoprendo che essa è molto più interessante di come appaia.

Il donatore felice, realizzata nel 1966 e conservata al Musèe d’Ixelles a Bruxelles, è un’opera che al suo interno sintetizza molte tematiche affrontate da Magritte.

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Il donatore felice, R. Magritte.

Su un fondo scuro, che un muro separa dal nulla, emerge la sagoma di un uomo con bombetta da cui traspare una luminosità interna alla silhouette utilizzata per la autocitazione di un altro notissimo quadro, L’empire des lumières,nel quale un’importante casa immersa nel buio avanzante di un tramonto ormai compiuto presenta tutte le sue le finestre illuminate a festa dalla luce interna. Sul muro una sfera grigia racchiude al suo interno uno dei tanti misteri magrittiani non partecipando all’evidente felicità interna dell’uomo in bombetta il quale assapora tutto lo splendore della coscienza di chi ha appena donato in un contesto intorno imperscrutabile per il buio della normalità. Il titolo dell’opera, che peraltro raccoglie una sinestesia tipica della lingua francese per la quale il donatore è sempre felice, è particolarmente significativo: chi dona non indugia nel calcolo economico, non opera per il profitto ma introietta se stesso nella trasparente luce della felicità che prolunga e nega, al tempo stesso, il momento quotidiano della vita attiva.

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René François Ghislain Magritte (Lessines, 21 novembre 1898 – Bruxelles, 15 agosto 1967).

Queste parole furono scritte da Magritte pochi mesi prima di morire e rendono bene la personalità di un artista capace di scavare a fondo nella realtà e di restituirci un’immagine di essa priva di luoghi comuni e di immagini stereotipate: “Ciò che vedete sulla superficie di quel muro non è un insieme di linee e di colori; è una profondità, un cielo, delle nuvole che hanno alzato il sipario del vostro tetto, una vera colonna intorno a cui potete girare, una scala che prolunga i gradini su cui vi trovare 8 e voi fate già un passo nella sua direzione, vostro malgrado), una balaustra di pietra da cui si stanno affacciando per vedervi i volti attenti dei cortigiani e delle dame, che portano nastri e abiti uguali ai vostri, che sorridono al vostro stupore e ai vostri sorrisi, facendo verso di voi dei segni che trovate misteriosi soltanto perché hanno già risposto senza aspettare quelli che voi farete loro”.

Alessia Amato per L’isola di Omero