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La Cappelli Cerasi: il richiamo di Dio secondo Caravaggio

Roma, sin dagli albori, è teatro di manifestazioni artistiche legate soprattutto alla religiosità cristiana, in particolare dei suoi Santi Patroni: Pietro e Paolo. E sicuramente, una delle più belle rappresentazioni artistiche a loro dedicate, sono le due tele dipinte da Caravaggio per la Cappella Cerasi in Santa Maria del Popolo, commissionatele dal tesoriere di Clemente VIII, Monsignor Tiberio Cerasi, simultaneamente al ciclo di San Matteo per la cappella Contarelli in San Luigi dei Francesi.

Rifiutate dal committente le prime versioni realizzate, il Merisi allora optò per le rappresentazioni di due momenti diversi della vita dei Santi: il martirio per san Pietro, la conversione sulla via di Damasco per san Paolo.

La simmetria tra le due opere e il loro significato risulta evidente nella composizione: San Pietro viene dipinto nell’atto lento di essere issato sulla sua croce che, secondo la leggenda, fu posta con il capo in basso; san Paolo invece, viene mostrato disarcionato dal cavallo, come se qualcosa di mai visto l’avesse colto di sorpresa. Tali momenti di rovesciamento si riallacciano quel sentimento cristiano che spinge a trovare in Dio sovversione, fiducia e cambiamento interiore. Dinamismo sottolineato dalle braccia aperte dei due Santi: l’apertura di chi si abbandona a una rinnovata metamorfosi per mezzo della religione.

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La crocifissione di San Pietro.
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 La conversione di San Paolo.

Ecco spiegato perché la prima versione della Conversione di San Paolo fu giudicata poco rifiutata: la presenza di un Cristo troppo ingombrante, fu percepita come un attacco violento alla Riforma Luterana, in particolare sulla questione del libero arbitrio che aveva creato un punto di discussione. Caravaggio allora riuscì a rappresentare, con le giuste soluzioni pittoriche, il rapporto tra Dio, potenza suprema e l’uomo, suo seguace illuminato, nel momento della chiamata e nel momento del martirio.

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Una delle peculiarità appartenenti al Caravaggio è quella dell’incapacità, in un certo senso, di non presentare mai bozzetti o schizzi preparatori in quanto. Egli prediligeva lo studio dal vero, atteggiando i modelli nei vari personaggi da ritrarre poiché non perseguiva ideali come altri pittori suoi contemporanei di matrice romana, difatti non lavorava con manichini ma usava modelli in carne ed ossa, in movimento davanti ai suoi occhi. Lavorava direttamente sulla tela, facendo emergere le figure da sfondi scuri, lentamente, come un velo pesante scostato a piccoli gesti.

Grazie anche a questa sua cifra pittorica, le figure dei Santi Pietro e Paolo conducono ancora oggi i fedeli verso l’innalzamento, quello stesso innalzamento che a braccia aperte viene accettato ciò che Dio ha in serbo per loro.

Antonella Buttazzo per L’isola di Omero

Francisco Goya a San Antonio de la Florida a Madrid: l’armonia degli splendidi affreschi

Francisco Goya (1746-1828) nel 1798 realizzò degli splendidi affreschi nella cappella di San Antonio de la Florida a Madrid

Quest’ultima è una piccola costruzione edificata nel corso degli anni Novanta del Settecento per volere di Carlo IV.

Il progetto edile fu eseguito dall’architetto Filippo Fontana, in una zona allora costituita da parchi e giardini, sostituiti attualmente da numerosi palazzi.

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Volta della cappella di San Antonio de la Florida a Madrid

La realizzazione murale si caratterizza per la folta presenza rappresentativa di splendidi angeli.

Figure soavi, chiare, la cui realizzazione ha segnato un passo differente nella carriera dell’artista rispetto alle opere precedenti.

Alcuni angeli raffigurati da Goya

Precedentemente al 1798, infatti, Goya aveva lavorato esclusivamente per la corte, facendo di tutto, dai ritratti, ai cartoni per gli arazzi. Tali lavori l’avevano reso famoso, soprattutto per le incisioni. 

Con la cappella di San Antonio, si mise in gioco in quanto la commissione non dipendeva né dall’Accademia, né dalla gerarchia ecclesiastica e quindi non vi erano vincoli.
L’unico obbligo prefissato era quello di realizzare un soggetto legato alla vita di sant’Antonio da Padova, titolare della cappella.

La raffigurazione di San Antonio di Goya

Bisogna sottolineare che la devozione di questo Santo era allora, e lo è tutt’ora, molto diffusa nella capitale spagnola per la sua fama di protettore delle donne  in cerca dell’anima gemella.

Francisco Goya si mostra così come un artista in evoluzione. Una figura complessa, di cui spesso si sottovalutano alcuni aspetti, come la parte finale della sua vita.

Cosimo Guarini per L’isola di Omero

Guernica di Pablo Picasso: l’arte come emblema di un mondo in conflitto

Guernica è un celebre quadro dell’artista Pablo Picasso.

Il pittore fu ispirato in seguito ai bombardamenti che l’omonima cittadina spagnola dovette subire il 26 aprile 1937 dalle truppe naziste, in sostegno al generale Franco, oppositore del legittimo governo repubblicano del tempo.

L’opera fu realizzata in soli due mesi, per poi essere proposta all’Esposizione Universale di Parigi.

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Guernica (1937)

L’aneddoto

Noto è l’aneddoto in cui un ufficiale nazista si avvicinò a Picasso durante l’esposizione parigina, e osservando Guernica disse all’artista:

<< Siete stato voi a fare questo? >>

<< No, siete stati voi ! >> rispose Picasso.

A sinistra: una madre con bambino tratti da Guernica.
A destra: un padre con il figlio dopo i bombardamenti in Siria.

La risposta che Pablo Picasso riservò al soldato tedesco non si riferiva ovviamente al dipinto in sé e per sé, ma alludeva ai fatti reali avvenuti nella cittadina spagnola e non solo.

A distanza di decenni si può affermare che la potenza distruttrice dell’uomo non ha ancora smesso di mietere vittime in molte zone del mondo.

L’arte preserva una forza tale da poterci mostrare tutto; e, ancora oggi, può riuscire a riscoprire la propria connotazione sociale, capace di elevare le coscienze umane.

Cosimo Guarini per L’isola di Omero

La Libertà che guida il popolo: l’unione delle classi sociali in lotta contro l’oppressore

Il celebre dipinto La Libertà che guida il popolo di Eugène Delacroix, realizzato nel 1830, è conservato presso il Louvre di Parigi.

Per l’esecuzione del dipinto, l’autore fu ispirato dagli eventi verificatisi dal 27 al 29 luglio 1830 a Parigi; ovvero durante le Tre Gloriose Giornate che videro il popolo francese insorgere nei confronti dell’autorità del re Carlo X di Borbone.

In primo piano appare una donna che riveste i panni della personificazione della Francia che guida la gente in rivolta.

 A destra della donna vi è un ragazzino armato di pistole, simboleggiante il coraggio dei più giovani durante la lotta contro l’ingiustizia della monarchia assoluta.

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A sinistra, invece, è visibile un intellettuale borghese con un cilindro in testa. Convenzionalmente è ritenuto un autoritratto dell’artista, ma forse si tratta della raffigurazione di un suo amico dal nome Félix Guillemardet . Ai piedi della Libertà, invece, è visibile un giovane manovale che guarda speranzoso la fanciulla.

Il riutilizzo della Libertà

Nel 1944, dopo la liberazione della Francia dall’egemonia del regime nazista, alcune copie del dipinto stampate su dei volantini comparvero sui manifesti che celebravano la libertà riconquistata.

In particolare, dopo la fine della guerra, Charles de Gaulle riutilizzò l’immagine dell’opera d’arte per un uso prettamente politico. Lo stesso avvenne negli anni successivi, basta pensare a François Mitterrand e ai festeggiamenti per la sua elezione a Presidente della Repubblica nel 1981.

I simboli in politica contano molto, sopratutto quando rievocano lo spirito di unità nazionale. Del resto cosa c’è di più patriottico per i francesi che osservare un’immagine che rievoca la rivoluzione del 1789?

Cosimo Guarini per L’isola di Omero

Antonio Canova e il neoclassicismo sono in mostra a Napoli

Il Museo Archeologico di Napoli sta ospitando dal 28 marzo al 30 giugno 2019 un’importante mostra sulle opere dell’artista neoclassico Antonio Canova.

Si parla di più di 100 opere con 12 sculture prese in prestito dall’Ermitage di San Pietroburgo, tra cui Le Tre Grazie e Amore e Psiche stanti.

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Amore e Psiche Stanti
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Le tre grazie

Il titolo dell’iniziativa è Canova e l’antico. Sarà un’occasione davvero unica per gli appassionati dell’arte di visionare delle opere di rilievo, situate in un museo lontano dall’Italia.

L’evento nasce da un importante accordo siglato tra Mikhail Piotrovsky, direttore dell’Ermitage di San Pietroburgo, e Paolo Giulierini, il direttore del Museo archeologico nazionale di Napoli, ed è parte delle iniziative organizzate nell’ambito dell’Anno della Cultura Russa in Italia, che comprende mostre, prestiti e progetti di vario genere in sinergia tra Russia e Italia.

Prezzo biglietti:

  • Intero € 15.00
  • Ridotto € 7.50
  • cittadini della comunità europea di età compresa tra i 18 e i 25 anni € 2.00
  • per tutta la durata della mostra Canova e l’Antico, i visitatori che presenteranno il TIC, biglietto integrato Campania di Unico Campania, hanno diritto a 2 euro di sconto sul prezzo del biglietto
  • Cittadini sotto i 18 anni della Comunità Europea ed extracomunitari gratuito

Orari: dalle 9.00 alle 19.30

Dove: Museo Archeologico Nazionale di Napoli, Piazza Museo 19

Cosimo Guarini per L’isola di Omero

Leonardo e l’Uomo Vitruviano: quando le proporzioni generano armonia

L’Uomo Vitruviano di Leonardo da Vinci è uno dei simboli del Rinascimento.

La storia del celebre disegno ha inizio nell’antica Roma quando il teorico dell’architettura Vitruvio scrisse il De architectura, un’opera in 10 libri in cui l’autore offre una panoramica sull’arte dell’architettura. Nel terzo libro, dedicato ai templi, Vitruvio afferma che non può esistere un tempio che non sia regolato dai principi di armonia, ordine e proporzione e sostiene che lo stesso valga per il corpo umano. Tant’è che il teorico si premura di individuare un canone, lo stesso ricordato da Leonardo nella descrizione del disegno: la testa rappresenta un ottavo del corpo umano, il piede un sesto, il cubito e il petto un quarto, mentre il centro del corpo è da individuare nell’ombelico.

L’Uomo Vitruviano di Leonardo risale al 1490 e raffigura l’uomo, inscritto in un cerchio e in un quadrato, in due pose differenti: una in cui l’uomo è in piedi e con le braccia distese, così che la sua altezza e la larghezza delle braccia corrispondano ai lati del quadrato, e una in cui è supino, con braccia e gambe divaricate, a toccare in quattro punti diversi la circonferenza. La rappresentazione è frutto di sperimentazioni originali in quanto le proporzioni della figura non sono esattamente quelle riportare da Vitruvio, a indicazione del fatto che Leonardo non intendesse seguire alla lettera il canone, ma volesse fornire un modello che pur guardando alla tradizione, fosse nuovo.

L’Uomo Vitruviano, per la sua modernità, ha saputo porsi come paradigma di un mondo nuovo, più razionale, capace di osservare la realtà e di spiegare i fenomeni naturali. Il disegno leonardesco dimostra come l’uomo sia animato da una volontà che lo rende simile, ma altrettanto diverso rispetto al mondo che lo circonda ed è  proprio questa consapevolezza a rendere Leonardo così moderno.

Rosa Araneo per L’isola di Omero

La Gioconda: gli eventi di una storia travagliata

La Gioconda è un opera attribuita a Leonardo da Vinci, databile tra il 1503 e l’anno seguente. Il ritratto della ”Monna Lisa” (da Madonna Lisa) è considerato uno dei dipinti più celebri della Storia dell’arte. Esso non smetterà mai di portare con se un alone di mistero dettato da una storia travagliata. L’opera raffigura Lisa Gherardini, moglie del nobile mercante fiorentino Francesco del Giacondo.

Attualmente il dipinto è collocato al Museo Louvre di Parigi. Fu proprio Leonardo a portarla in Francia nel 1516; successivamente fu acquistato dal re Francesco I (1494-1547). Molti appassionati d’arte sostengono che il dipinto dovrebbe tornare in Italia, ma questa mozione non è stata mai presa concretamente in considerazione. L’attribuzione del luogo di conservazione è una tematica che rimane tutt’ora in bilico e rappresenta una dei principali argomenti di dibattito tra i critici.

Il Furto

Intorno alle ore 7.00 del mattino del 21 agosto 1911 l’opera fu trafugata dal decoratore italiano Vincenzo Peruggia. Quest’ultimo, convinto di dover restituire il dipinto ”all’Italia” lo portò via dalla collocazione parigina (in cui lavorava). Ben ventotto mesi dopo cercò ingenuamente di rivenderla alla Galleria degli Uffizi a Firenze, ma ovviamente fu beccato.

La parete del Louvre su cui veniva conservata la Gioconda, fotografata dopo che l’opera fu trafugata

La discussione su dove debba stare la Gioconda condizionò indubbiamente il furto, ed ha contribuito a creare maggiori stimoli e a suscitare ancora più fascino ai visitatori che ogni anno si recano a visitare il Louvre.

Cosimo Guarini per L’isola di Omero

La zattera della Medusa: un tragico percorso fra cronaca ed attualità

Il dipinto, realizzato fra il 1818-1819 da Theodore Gericault, propone la riflessione oggettiva d’un dramma realmente accaduto nel 1816.

Volendo brevemente trattare della sua composizione fisica, Le Radeau de la Méduse, è un olio su tela (491×716 cm), conservato nel Museo del Louvre a Parigi.

Gericault dipinse con pennelli di piccola dimensione e con colori ad olio particolarmente viscosi, che diedero modo all’opera di asciugare rapidamente; questa scelta, probabilmente, esplica la necessità dell’artista di divulgare il prima possibile la sua idea, oppure, il fatto che egli avesse ben chiaro il dramma del naufragio.

Difatti, la tavolozza dei colori utilizzati per la rappresentazione è carica di espressività: toni pallidi per i corpi dei sopravvissuti, sottoposti a diversi mali (fisici e psicologici), e per le stesse sagome dei morti, e colori tetri, scuri, fangosi per destare una sorta di empatia nell’osservatore.

A donare un piccolo spiraglio di luce, è l’orizzonte ove si trova la nave Argus che trarrà in salvo i naufraghi.

È proprio qui che, l’osservatore, ritroverà quella speranza smarrita all’inizio della contemplazione dell’immagine.

Il dipinto è stato accuratamente spartito in due strutture piramidali: la prima piramide delineata dalla zattera stessa, la seconda dai corpi ormai privi di vita sui quali emergono i pochi sopravvissuti intenti a richiamare l’attenzione della nave.

Schema piramidale realizzato sul dipinto

La tragedia è resa evidente mediante una chiave di lettura imposta dallo stesso Gericault, il quale fece sua nei minimi dettagli la vicenda. Essa si prolungò per diverse settimane, causando un numero di morti non trascurabile: solo quindici furono i sopravvissuti.

Tuttavia, gli avvenimenti furono ancora più macabri di quanto lo stesso artista sia riuscito ad immaginare, o perlomeno, a narrare nella sua opera. Le condizioni catastrofiche degli avvenimenti diedero luogo ad episodi di cannibalismo per la sopravvivenza.

Qui, abbiamo un uomo spogliato della sua umanità, un uomo privo d’ogni carattere morale che è prossimo alla morte. Commovente è anche la necessità dei soggetti di appoggiarsi gli uni agli altri, come per alleviare i loro mali.

Si tratta di una vicenda disperata ancor più che macabra; un dramma che, però, non può esser definito d’altri tempi, poiché a distanza di due secoli esatti risulta essere ancora terribilmente attuale.

La maestosità di questo dipinto risiede nella sua immortalità.

Angela Cerasino per L’isola di Omero

Modelli di rococò in Puglia: la Basilica di San Martino a Martina Franca

«E pur col suo anonimato architettonico, Martina non è anonima: ogni cosa sembra firmata da un artista gentile e modesto che preferisce lasciare solo una data.»

Cesare Brandi.


Il panorama martinese è esaltato dalla sua nota vena artistica, ostentata soprattutto dalla forte presenza dell’architettura barocca. L’emblema di questa città risiede nel centro storico, il quale ospita il monumento più importante di Martina Franca: La Basilica di San Martino.

Essa è stata edificata dal 1747 al 1785, su una precedente chiesa romanica. La Basilica ha subito numerose modifiche negli anni, affermandosi, però, negli anni ‘40 per il suo stile rococò. Oggi, la Chiesa, a pianta a croce latina, è stata ampliata mediante nuove costruzioni: la Cappella del Santissimo Sacramento, il campanile e la sagrestia.

La facciata si innalza per circa 37 metri ed è divisa in due ordini. L’ordine inferiore accoglie quattro statue di marmo raffiguranti Giovanni Battista, San Pietro, San Paolo e San Giuseppe; al centro, è posto il portale maggiore con architrave e timpano spezzato, su cui vi è l’altorilievo che narra l’episodio di San Martino e il povero.

L’ordine superiore detiene, invece, le statue di Santa Comasia e Santa Martina e lo stemma raffigurante il Santo di Tours.

L’esterno della Basilica


L’interno del complesso, gode della presenza di dodici altari in stile prevalentemente settecentesco, ridondante ed impreziosito. Fra le figure di rilievo, la statua lapidea di San Martino di Tours dello scultore Stefano De Putignano, posizionata sulla nicchia dell’altare centrale in marmi policromi. Sempre sull’altare, si trovano le diverse statue-allegoria della Carità e dell’Abbondanza.

L’interno della Basilica

Fra le peculiarità di questa Basilica vi è sicuramente l’illuminazione, gestita da ben venticinque finestre e dalla vetrata posizionata sulla controfacciata nel vano del finto balcone pontificale. Anche i colori vivaci destano molta attenzione.

La Basilica si caratterizza per la sua sinuosità ed eleganza tratta dalla propria irregolarità non eccessivamente marcata, e si afferma come vero e proprio manifesto dell’arte barocca nella Valle d’Itria, ma anche della Puglia stessa. Nel 2012 è stata dichiarata dall’UNESCO “monumento messaggero di una cultura di pace”.

Angela Cerasino per L’isola di Omero

Alberobello: l’incanto della pietra. Il borgo tra la Valle d’Itria e la Murgia dei Trulli

Durante tutto l’anno numerosi visitatori si recano nella piccola cittadina barese per ammirare le tipicità di luogo che rappresenta perfettamente l’unione tra la Valle d’Itria e la Murgia.

In particolare i turisti rimangono affascinati dai Trulli, le strutture coniche in pietra secca che assumono un’eleganza particolare in inverno grazie alle soffici carezze della neve; ma anche d’estate il tipico bianco della calce spicca alla luce dei raggi solari.

Un’ottima gastronomia e dei paesaggi mozzafiato completano il profilo di un borgo unico, ed ormai conosciuto da migliaia di visitatori anche oltre il confine nazionale.

Cosa vedere ad Alberobello in un giorno?

Tra le attrazioni visibili c’è senza dubbio la serie dei famosi Trulli con i simboli sulla facciata: si tratta di alcune strutture tradizionali che si trovano una accanto all’altra, recanti dei segni dipinti con la calce lungo la parte superiore. Si va quelli di ispirazione ebraica, a quelli cristiani; per poi passare dagli elementi zodiacali a quelli pagani.

Il Trullo Sovrano, edificato tra il 1775 e il 1780, rappresenta una unicità da non poter perdere. Esso si trova nella parte nord della cittadina. Stesso discorso vale per il Trullo Siamese, collocato nel Rione Monti e tipico perché composto da una doppia facciata.

Alcuni trulli di Alberobello con i simboli sulla facciata

articolo di Cosimo Guarini