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CIMABUE (1240-1302): L’ALBA DI UNA NUOVA ARTE ITALIANA

Colui che «tenne lo campo» nella pittura fiorentina del XIII secolo prima di Giotto, fu Cenni di Pepo, meglio conosciuto con lo pseudonimo di Cimabue.

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Ritratto del Cimabue dalle Vite di Vasari.

Secondo le scarse notizie biografiche giunteci, egli nacque verso il 1240; lavorò, oltre che a Firenze, a Roma, ad Assisi, ad Arezzo e a Pisa, dove morì nel 1302, poco dopo l’esecuzione della figura di San Giovanni nel mosaico absidale del Duomo.

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San Giovanni Evangelista, 1301-1302, mosaico (disegno), Pisa, Duomo.

Ispiratosi ai modelli bizantineggianti del tempo e particolarmente sensibile alla drammaticità di Giunta Pisano e al plasticismo di Coppo di Marcovaldo, egli sviluppò una figurazione dalle forme squadrate e grandiose, definite da contorni robusti e decisi, tali da suggerire valori di profondità e di rilievo.

Le opere più famose di Cimabue:

La Madonna di Santa Trìnita ora agli Uffizi, sorge al culmine di un trono fastoso, ai cui lati, sono disposti numerosi angeli; l’intera composizione appare sospesa sulle sottostanti arcatelle, quasi come fosse un’apparizione.

Il marcato disegno che ne delinea i contorni, sottolinea la presenza delle figure barbute e corrucciate dei Profeti, apparentemente compresse entro il ristretto spazio delle arcate presenti sotto la base del trono.

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Maestà di Santa Trinita, 1290-1300 circa, tempera e oro su tavola, 385×223 cm, Firenze, Uffizi.

Una simile affollata raffigurazione la troviamo anche negli affreschi del coro del transetto della Basilica di Assisi, decorati da Cimabue nel 1288 circa. Qui le scene degli Evangelisti delle storie della Passione, della vita della Vergine, di San Pietro, e delle Visioni dell’Apocalisse, appaiono purtroppo annerite e consunte a causa di un’alterazione chimica dei colori, coi valori di chiaroscuro invertiti (come nei negativi fotografici).

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Luciano Bellosi nel suo libro su Cimabue presenta il giovane pittore nel contesto storico, politico e culturale dell’Italia centrale e della Toscana dell’epoca e analizza, tra le altre, l’opera più antica di Cimabue giunta fino a noi: il “Crocifisso di San Domenico” ad Arezzo. Clicca qui.

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Tuttavia, i particolari ancora leggibili attestano l’altezza e l’intensità dell’ispirazione di Cimabue, nella cui arte, come già anticipato, culminano in un grandioso connubio di solenni canoni ritmici dell’oriente bizantino e l’accentuato espressionismo drammatico dell’Occidente romanico.

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Affreschi nella basilica superiore di San Francesco ad Assisi, scena della Crocifissione presente nella sezione dedicata all’Apocalisse, 1288-1292 circa.

Ogni modo, con la Crocifissione aretina della chiesa di San Domenico del 1270, Cimabue ruppe gli schemi bizantineggianti, rinnovando l’iconografia di Cristo morente, rendendolo più arcuato ed esasperandone il pittoricismo che interessa gli incarnati, sottolineando un vigore e una volumetria muscolare mai visti prima.

Certamente anche il Crocefisso fiorentino di Santa Croce, richiama quello aretino, ma la resa pittorica rappresenta nuovamente un’importante rivoluzione: l’assenza di pesanti pennellate, donano all’intera composizione un naturalismo commovente.

Crocifisso di Santa Croce - Wikipedia
Crocifisso di San Domenico, 1268-1271 circa, tempera e oro su tavola, 336×267 cm, Arezzo, chiesa di San Domenico

Crocefissi di Arezzo e S. Croce
Crocifisso di Santa Croce, 1275-1280 circa, tempera e oro su tavola, 448×390 cm, Firenze, Museo di Santa Croce.

Si può quindi evincere come Cimabue crei un passaggio dal mondo figurativo medievale ad un altro in cui prevalgono il disegno e il rilievo sui valori puramente cromatici. Egli pone le basi per l’insediamento delle radici della tradizione pittorica giottesca e fiorentina.

Antonella Buttazzo per L’isola di Omero

Museo del Prado a Madrid: la perla ispanica dell’arte

Tra le più note pinacoteche del mondo, il Museo del Prado a Madrid, che nel 2019 ha celebrato il 200º anniversario, occupa sicuramente un posto importante.

Istituito dal monarca Carlo III di Spagna, l’edificio (progettato dall’architetto neoclassico Juan de Villanueva nel 1785) testimonia il piano di carattere scientifico, ispirato ai principi illuministici del periodo, che il re attuò al fine di riurbanizzare la città.

Da allora la struttura fu lo specchio delle scelte politiche e culturali che si svilupparono in Spagna nel corso dei decenni. Basti pensare che nel periodo del conflitto civile del 1930, le opere furono portate in Svizzera per maggiore sicurezza, per poi tornare quando il dittatore Franco prese il potere, nel 1939, aggiungendo altre opere alla collezione, oltre a finanziarne le nuove estensioni e la pavimentazione in marmo.

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Inizialmente denominato Museo Real de Pinturas poiché esponeva alcune opere della collezione reale spagnola, la fusione a Museo del Prado avverrà nel 1974 quando, un cospicuo numero di opere d’arte sequestrate si aggiunse al patrimonio museale.

Il Prado non ha un itinerario definito, infatti, per visitarlo, possono volerci fino a sette ore.

Tra le opere principali da vedere il museo annovera nella sua raccolta quelle dei maggiori artisti italiani, come: Madonna della melograna di Beato Angelico, Morte della Vergine di Andrea Mantegna, Madonna della Rosa e Visitazione di Raffaello, Danae e Venere e Adone di Tiziano; ma anche opere spagnole, Salvatore e Fuga in Egitto di El Greco, Las Meniñas di Velázquez, Il 3 maggio 1808, le due versioni di Maja (vestida e desnuda) e il celeberrimo Saturno che divora i suoi figli di Francisco Goya; e rinomati artisti fiamminghi, tra cui Hieronymus Bosch con Giardino delle delizie e Sette peccati capitali, Trionfo della morte di Bruegel il Vecchio e Pieter Paul Rubens con Giardino d’Amore e Giudizio di Paride.

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Giardino delle delizie (148071490) , Hieronymus Bosch.

Antonella Buttazzo per L’Isola di Omero

Bernini e la grandiosità del suo splendido colonnato in San Pietro

Il progetto della realizzazione del Colonnato di San Pietro è stato abbastanza complesso sotto il profilo architettonico e urbanistico sia per l’imponente facciata della chiesa realizzata da Carlo Maderno sia per la presenza dei palazzi sul lato destro della Piazza, e infine per problemi legati allo spazio che doveva esser garantito per le cerimonie papali alle quali partecipava un cospicuo numero di pellegrini e devoti che si riversava in Piazza San Pietro. Pertanto, il Bernini ha dovuto lavorare al progetto per diversi anni, circa undici, precisamente tra il 1656 e il 1667.

Colonnato in origine.

I colonnati sono costituiti da colonne di ordine tuscanico, disposte su quattro file, che creano tre gigantesche gallerie, precedute da monumentali ingressi arricchiti da timpani. Le colonne sopportano il fortissimo aggetto della cornice di coronamento a grossissimi dentelli, su cui Bernini fece collocare una serie di statue, di cui fece molti disegni e modelli, eseguite dai suoi allievi.

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Le statue sul colonnato.

L’insieme grandioso dei colonnati si richiama alle forme classiche, ma nello stesso tempo costituisce un’espressione della originale creatività del Bernini, che intendeva l’architettura come sviluppo di volumi e spazi.

L’artista immaginò un primo spazio trapezoidale limitato da due ali divaricate verso la facciata e un secondo spazio ellittico, circondato dai colonnati. L’asse trasversale è segnato dall’obelisco e dalle due fontane. Le quattro file di colonne di ciascun colonnato sono allineate sui raggi provenienti da un centro visivo posto al di là delle fontane e segnalato in terra da una pietra circolare. Da quel punto sembra che vi sia una sola fila di colonne.

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La vista odierna del colonnato con prospettiva dall’alto.

I colonnati, costituiti da due cerchi che s’intersecano a maggior distanza dalle loro metà, costituiscono una ellissi che sembra nascere dall’allontanarsi, a tenaglia, delle due esedre.

Tuttavia l’apertura di via della Conciliazione, avvenuta tra il 1936 e il 1950ha cancellato la successione graduale degli effetti prospettici, offerti dalla piazza all’uscita dalle strade dei Borghi.

Rosa Araneo per L’isola di Omero

Dopo Caravaggio: il Seicento napoletano in mostra a Prato (info biglietti e orari)

Il Museo di Palazzo Pretorio a Prato ospita la mostra Dopo Caravaggio. Il Seicento napoletano nelle collezioni di Palazzo Pretorio e della Fondazione De Vito. L’esposizione può contare infatti su alcuni dipinti “mai visti” della Fondazione, oltre che sulle tele più suggestive del Seicento.

L’evento, inaugurato lo scorso 14 dicembre, sarà aperto fino al 13 aprile 2020.

L’obiettivo è quello di raccontare l’impatto determinante della pittura di Caravaggio sugli artisti della scuola napoletana nel XVII secolo. Non a caso il nome della mostra è “Dopo Caravaggio“.

La locandina della mostra

Il viaggio inizia con il naturalismo post caravaggesco, nelle diverse interpretazioni degli artisti napoletani, fino ad arrivare all’espressività pittorica del linguaggio barocco.

Informazioni utili

Biglietti: 10€ intero, 8€ ridotto (trenitalia, coop Firenze, soci Arci, Soci Touring, Soci FAI), 6 € (possessori voucher partecipazione EatPrato Winter), 4€ ridotto (Under 26).

Orari: dal lunedì al sabato 9.30-19.00; domenica 9.30-18.30.

Cosimo Guarini per L’isola di Omero

Giotto: il pittore che rivoluzionò la storia dell’arte

Considerato a tutti gli effetti il primo pittore italiano, la fama di Giotto è documentata nelle citazioni e trattazioni di tanti artisti. Il suo richiamo alle sacre rappresentazioni e all’arte classica trovano corpo in uno spazio nuovo, tridimensionale, che contiene già i semi della spazialità del Rinascimento; i suoi personaggi dalla delicata intensità dei volti, hanno perso ormai la fissità  medievale, che non rivelavano emozioni, ma erano solo accennate nei gesti.


La sua fama immediata e duratura è dovuta soprattutto alla magistrale velocità e sicurezza con cui impone un nuovo modello di rappresentazione della realtà, che fa apparire vecchio e superato tutto il repertorio figurativo di Cimabue e di Duccio di Buoninsegna. 

Madonna Ognissanti (1306), Giotto.

Cennino Cennini, alla fine dl Trecento aveva già affermato che Giotto “volse la pittura da greco in latino” intendendo che egli aveva abbandonato i rigidi schemi della pittura bizantina, per aprire un nuovo capitolo della pittura occidentale basata sul “racconto” attraverso i cicli di affreschi degli eventi sacri. La vera “rivoluzione pittorica“ consisteva nel realismo cromatico, nella rappresentazione dello spazio tridimensionale, nell’introduzione del pathos; il tutto sostenuto da una sapiente costruzione dei volumi, definiti nei contorni e con effetti di chiaroscuro.
Il valore del pittore non consiste certo nel saper imitare la natura, ma nel riuscire a esprimere la propria concezione del mondo e quella della sua società. Questa è dunque la grandezza di Giotto: egli è interprete della collettività borghese, laica e religiosa al tempo stesso. L’artista, a partire da Giotto, attraverso la realizzazione di immagini di straordinaria capacità divulgativa dei contenuti, viene ad assumere così un ruolo sociale fondamentale nella società del suo tempo e prepara gli sviluppi culturali futuri. 

Rosa Araneo per L’isola di Omero

La rubrica del borgo. Cortona: ”Sotto il sole della Toscana”

Cortona è un piccolo borgo toscano in provincia di Arezzo, meta del turismo mondiale grazie al film Sotto il sole della Toscana (2003) girato dal regista Audrey Wells, e tratto dal romanzo Under the Tuscan Sun di Frances Mayes.

La trama narra di una scrittrice che si innamora della Toscana e decide di comprare una villa per cambiare vita e restare per sempre in Italia.

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Cortona vista dall’alto.

 Recandosi a Cortona è impossibile non visitare piazza della Repubblica, in cui vi sono i due monumenti più significativi del borgo, ovvero il Palazzo Comunale e il Palazzo del Capitano del Popolo.

La piazza ospitava un tempo il Foro Romano ed è da secoli luogo di incontro tra le principali strade del borgo.

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Palazzo Comunale.

La meravigliosa ed imponente scalinata che conduce al Palazzo Comunale è posizionata in quel posto da quasi 1000 anni, e quindi rappresenta una testimonianza storica importante.

Nel 1500 e poi nel 1800 sono stati fatti diversi innesti, come dimostra la differenza di stile sulla torre merlata con l’orologio. Sul lato destro del palazzo c’è una colonna del 1508 con il “Marzocco”, ovvero il leone simbolo del potere fiorentino. Al suo interno merita una visita soprattutto la Sala del Consiglio con il camino del XVI secolo scolpito in pietra.

Cosimo Guarini per L’isola di Omero

Arcimboldo, l’artista surrealista ante litteram

Le opere di Arcimboldo (1527-1593)  fanno sorridere, ma al contempo inquietano, come se ci si trovasse di fronte a creature aliene.

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I suoi dipinti sembrano giochi di parole realizzati con le immagini, create per stupire l’annoiato pubblico delle corti, ma forse la realtà non è così semplice. Arcimboldo, oltre che un abile artista era un uomo di cultura, con una passione per i significati simbolici nascosti dietro le immagini: era un uomo che dietro la realtà evidente riusciva a scoprirne un’altra nascosta, misteriosa eppure visibile a tutti.

Se le consideriamo da questo punto di vista, le opere di Arcimboldo ci invitano a guardare oltre e ci fanno incuriosire e un po’ spaventare.

Arcimboldo operò prevalentemente negli anni del Manierismo ma le sue opere, per il loro carattere originale e innovativo, sfuggono ad ogni catalogazione. Tutti ricordano Giuseppe Arcimboldo per le sue “teste composte”, in cui gli oggetti inanimati vengono aggregati per dare forma a volti umani attraverso la particolare tecnica della “pareidolia”, ossia il meccanismo visivo che ci spinge a riconoscere sembianze umane e familiari anche in soggetti dalla forma casuale (es. nuvole, montagne ecc.). 

Estate, Arcimboldo.

La scelta degli oggetti non è casuale, per Arcimboldo infatti ogni elemento della composizione aveva un valore simbolico e così ortofrutta, fiori, animali, oggetti venivano trasformati dall’artista in allegorie di difetti, passioni, scomponimenti dell’animo umano. 

Bibliotecario, Arcimboldo.

Bistrattato dalla critica per secoli, a partire dalla generazione surrealista lo si riconosce come uno degli anticipatori dell’arte delle avanguardie storiche. Tant’è che  venne riscoperto da maestri del Surrealismo come Dalì, che trassero ispirazione dal suo modo di giocare con gli oggetti, modificandone il contesto per ingannare le certezze dell’osservatore.

Rosa Araneo per L’isola di Omero

La rubrica del borgo. Norcia: tra arte, bellezza e gastronomia

Norcia è un comune italiano in provincia di Perugia con poco meno di 5.000 abitanti. Sono tanti i motivi per visitare il bel luogo, ed uno di questi è sicuramente l’aspetto gastronomico. Sono famosi, infatti, i prodotti tipici come il tartufo nero e i formaggi di pecora; ma non solo: è proprio qui che è nato il norcino, una vera specializzazione nella lavorazione delle carni di maiale.

Il libro di Maria Teresa Gigliozzi che ripercorre la storia del borgo di Norcia. Una storia segnata dal terremoto.

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Norcia offre molteplici alternative per i turisti, non tralasciando coloro che sono più avventurosi e sportivi: trekking, equitazione, escursionismo, rafting, canoa, mountain bike sono alla portata.

A inizio estate, solitamente tra la seconda metà di giugno e i primi di luglio, è possibile ammirare la famosa fioritura della Piana, spettacolo naturale che ogni anno attira centinaia di turisti da tutto il mondo.

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La fioritura della Piana di Castelluccio di Norcia

L’arte a norcia:

Nella piazza principale di Norcia si potrà visitare la Chiesa di San Benedetto, sorta sopra la casa natale del santo. La struttura, originaria del 1200, si divide su due piani: quello inferiore della cripta dove è possibile osservare i resti delle mura romane, e quello superiore della chiesa principale. Uscendo dalla porta principale e volgendo a sinistra, sotto un portico del 1500 si allineano le antiche “Misure” (XIV sec.), grossi recipienti di pietra, usate durante i mercati come unità di misura per le merci.

Rimanendo nella piazza si potrà ammirare il Palazzo Comunale del XIII secolo con Loggia, Scalinata e Torre Campanaria.

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Basilica di San Benedetto.

Cosimo Guarini per L’isola di Omero

Sposalizio della Vergine: la fine del periodo giovanile di Raffaello

Lo Sposalizio della Vergine di Raffaello Sanzio è un dipinto datato 1504. Esso, conservato presso la Pinacoteca di Brera a Milano, testimonia la fine del periodo giovanile del noto pittore.

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L’opera venne commissionata dalla famiglia Albizzini per la cappella di San Giuseppe nella chiesa di San Francesco a Città di Castello (nell’attuale provincia di Perugia).

Per realizzarla Raffaello venne ispirato da un analogo dipinto che proprio in quegli anni il Perugino stava dipingendo per il Duomo di Perugia.

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Lo sposalizio della Vergine (1504), Raffaello Sanzio.

I personaggi e lo sfondo:

Il dipinto raffigura lo sposalizio di Maria e Giuseppe, con al centro un sacerdote che, tenendo le mani di entrambi, officia la funzione.

A sinistra vicino a Maria c’è un gruppo di donne, mentre dal lato di Giuseppe se ne trova uno di uomini.

Lo sfondo è occupato da un edificio a pianta centrale al centro di una piazza. Alcuni gruppetti di figure, senza un particolare significato, popolano la piazza per dare un tocco quotidiano e per scandire la profondità spaziale, con le loro dimensioni opportunamente scalate.

Cosimo Guarini per L’isola di Omero

Futurismo: l’Avanguardia italiana che rivoluzionò l’arte

All’inizio del 900 tutto il mondo dell’arte è in evoluzione, spinto da cambiamenti politici, per le guerre e la veloce trasformazione della società. Il telegrafo senza fili e la radio annullano le distanze, il dirigibile e poi l’aeroplano avvicinano i continenti. I tubi al neon illuminano le città e le automobili aumentano ogni giorno, grazie all’invenzione della catena di montaggio.

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Ed è in questo clima che nasce il Futurismo, primo movimento d’Avanguardia nato in Italia, destinato rompere l’isolamento provinciale della nostra cultura e a riaprire un dialogo tra Italia ed Europa.

Dinamismo di un ciclista, Umberto Boccioni.

Violenti, aggressivi e guerrafondai: i futuristi di sicuro non brillavano per fantasia; non è un caso se fu la banda guidata da Marinetti a scatenare una rissa nel caffè delle Giubbe rosse, a Firenze, scagliandosi contro il gruppo di intellettuali guidato dal critico Ardengo Soffici. Però, con il loro fervore e la loro irruenza, sono riusciti a portare l’arte al di fuori delle mura dell’accademia: celebri le loro serate futuriste, spesso gratuite e rivolte a un pubblico di ogni classe sociale che veniva coinvolto nella performance, si divertiva e si sfogava.


Il Futurismo nasce ufficialmente in Italia nel 1909 quando il poeta Marinetti pubblica il Manifesto futurista sul quotidiano francese Le Figaro, puntando l’attenzione sull’esaltazione del moderno unito alla glorificazione del patriottismo e della guerra.

Lampada ad arco, Giacomo Balla.

Un’irruenza, quella di Balla & Co., finalizzata a segnare uno stacco con la cultura del passato, considerata noiosa e borghese. Ovviamente i soggetti prediletti non potevano che essere le automobili, le industrie, le folle agitate, simbolo di una società in continua evoluzione. Per rendere l’idea del dinamismo e della velocità, i futuristi tendono a deformare le immagini, rifiutando l’uso della prospettiva canonica e adottandone una con molteplici punti di vista. Perché come è scritto nel Manifesto:

“Tutto si muove, tutto corre, tutto volge rapido”.

Rosa Araneo per L’isola di Omero