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Surrealismo: dal concetto di ”inconscio” alle diverse tecniche espressive

La nascita della psicologia moderna, grazie a Freud, ha fornito molti spunti alla produzione artistica della prima metà del Novecento. Soprattutto nei paesi dell’Europa centro settentrionale, le correnti espressionistiche hanno ampiamente utilizzato il concetto di inconscio per far emergere alcune delle caratteristiche più profonde dell’animo umano. Sempre da Freud, i pittori che dettero vita al Surrealismo, scelsero un altro elemento che diede loro la possibilità di scandagliare e far emergere l’ inconscio: il sogno. Infatti, il movimento surrealista, sviluppatosi negli anni Venti, si basava sulle immagini del sogno e dell’inconscio.

Il Surrealismo nacque nel 1924 e alla sua nascita contribuirono in maniera determinante sia il Dadaismo sia la pittura Metafisica. Teorico del gruppo fu lo scrittore André Breton. Fu lui a redigere il Manifesto del Surrealismo muovendo dal pensiero di Freud. Secondo Breton, bisogna cercare il modo di giungere ad una realtà superiore in cui conciliare i due momenti fondamentali del pensiero umano: quello della veglia e quello del sogno.

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André Breton (Tinchebray, 19 febbraio 1896 – Parigi, 28 settembre 1966): poeta, saggista e critico d’arte francese.

Esso è un movimento che pratica un’arte figurativa e non astratta. L’approccio al surrealismo è stato diverso da artista ad artista, per le diversità personali di chi lo ha interpretato. Ma è possibile suddividere la tecnica surrealista in due grosse categorie: quella degli accostamenti inconsueti e quella delle deformazioni irreali.

Gli accostamenti inconsueti sono stati spiegati da Max Ernst, pittore e scultore surrealista. In sostanza, procedendo per libera associazione di idee, si uniscono cose e spazi tra loro apparentemente estranei per ricavarne una sensazione inedita. La bellezza surrealista nasce, allora, dal trovare due oggetti reali, veri, esistenti, che non hanno nulla in comune, assieme in un luogo ugualmente estraneo ad entrambi. Tale situazione genera un’inattesa visione che sorprende per la sua assurdità e perché contraddice le nostre certezze.

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La vestizione della sposa, Max Ernst (1939 – 1940).

Le deformazioni irreali riguardano invece le metamorfosi: nascevano, più precisamente, dalla caricatua ed erano tese all’accentuazione dei caratteri e delle sensazioni psicologiche. La metamorfosi è la trasformazione di un oggetto in un altro, come, ad esempio, delle donne che si trasformano in alberi o delle foglie che hanno forma di uccelli (Magritte).

Entrambi questi procedimenti hanno un unico fine: lo spostamento del senso. Ossia la trasformazione delle immagini, che abitualmente siamo abituati a vedere in base al senso comune, in immagini che ci trasmettono l’idea di un diverso ordine della realtà.

Alessia Amato per L’isola di Omero

Forme uniche della continuità nello spazio: Boccioni e la scomposizione del tempo

La figura in corsa del futurista Umberto Boccioni che ha per titolo Forme uniche della continuità nello spazio suscita meraviglia per la sua complessità. Boccioni ha tentato di rappresentare non la figura umana in sé bensì l’impressione del suo movimento nell’elemento in cui si muove: la figura rimane nascosta sotto la sua irreale veste in fluttuante agitazione. Questa scultura ci ricorda il famoso manifesto futurista in cui si affermava che “l’automobile rombante supera in bellezza la classica Vittori alata” e ciò benchè il futurismo dovesse molto di più alla Nike di Samotracia che all’automobile la cui linea, nel 1913, era ancora ben lontana dall’apparire aerodinamica. 

A sinistra la scultura Forme uniche della continuità nello spazio (1913), conservata presso il Museum of Contemporary Art, University of São Paulo; a destra l’artista che l’ha realizzata, Umberto Boccioni.

Una statua in fondo tradizionale che rappresenta, con proporzioni decisamente monumentali, un soggetto tanto antico quanto la figura umana. Quel che vi è di nuovo, di futurista, in quest’opera di Boccioni è il tentativo di rendere, con i mezzi della tradizione, e le conoscenze accademiche di sempre le interazioni tra spazio e corpo in movimento. Movimento non rappresentato come successione di immagini. Boccioni mira ad una resa psicologica, drammatica e non analitica, della velocità. Soprattutto, l’artista vuole offrirci una visione del corpo in movimento e dello spazio che questo movimento modifica. L’uomo avanza e attorno a lui lo spazio si deforma. 

La scultura è, per prima cosa, una distribuzione di masse. Masse che non ci danno un’immediata impressione di velocità; che anzi ci pare descrivano una figura umana che avanza a fatica, dai volumi quasi michelangioleschi. Di quel Michelangelo che Boccioni spingeva a ripudiare, ma pure ammetteva essere stato un “genio che fu nel passato il più grande astratto che si esprimesse per mezzo del concreto”. 

Un genio tanto grande da contribuire a definire la forma, l’anima di una delle sculture iconiche del XX Secolo.

Rosa Araneo per L’isola di Omero 

”La famiglia”, l’opera di Egon Schiele: l’idea del nucleo familiare e le sue aspettative

La famiglia è un dipinto a olio su tela (152,5×162,5 cm) realizzato nel 1918 dal pittore Egon Schiele. È conservato nel Museo Österreichische Galerie Belvedere di Vienna.

La famiglia (The family) – Egon Schiele.

La figura maschile del dipinto è la raffigurazione delle stesso Egon Schiele, che si rappresenta in un autoritratto proiettato nel futuro perché la moglie dell’autore, al momento del dipinto, era incinta.

Il quadro rappresenta l’idea di famiglia e le sue aspettative. Il bambino è stato inserito nel quadro in un secondo tempo.

Inizialmente il titolo di questo dipinto era Coppia accovacciata, dopo la morte della moglie Edith, incinta di sei mesi, e di Schiele, entrambi morti nel 1918 di Febbre spagnola, al quadro venne conferito il titolo La famiglia.

Cosimo Guarini per L’isola di Omero

Modigliani e l’avventura di Montparnasse: la mostra è aperta a Livorno

Il legame tra la figura di Amedeo Modigliani e la città di Livorno è sempre stato considerato emblematico. Lo scorso 12 luglio sono passati ben 135 anni da quando nel 1884 il celebre artista nacque proprio nella città toscana. Nonostante ciò, la carierà del pittore si è sviluppata a chilometri di distanza, ovvero a Parigi!

Ma non solo! In molti ricordano l’episodio del 1984 in cui sempre a Livorno furono rinvenute in un canale le sculture raffiguranti tre teste. Queste inizialmente vennero attribuite a Modì. Solo successivamente tre ragazzi livornesi uscirono allo scoperto, dimostrando che nulla era vero e che le opere erano state realizzate da loro con l’intento di fare uno scherzo. I tre sfruttarono la leggenda secondo cui nell’estate del 1909 Modigliani gettò nel Fosso Reale di Livorno, il canale situato di fronte al suo studio, alcune sculture da egli stesso realizzate, a causa dell’incomprensione mostrata dai suoi amici pittori del Caffè Pardi verso le sue opere.

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Amedeo Modigliani (Livorno, 12 luglio 1884 – Parigi, 24 gennaio 1920).

Livorno ama Modigliani e a dimostrazione di ciò la città ospita una nuova mostra, curata da Marc Restellini, aperta dal 07 Novembre 2019 al 16 Febbraio 2020 presso il Museo della città di Livorno in piazza del Luogo Pio.

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Anteprima della mostra.

L’apertura dell’evento è prevista dal martedì alla domenica, dalle ore 10:00 alle 19:00; la chiusura, invece, è programmata per tutti i lunedì, il 25 dicembre, e il 1° gennaio.

L’esposizione offre l’occasione di ammirare ben 14 dipinti e 12 disegni di Modigliani raramente esposti al pubblico.  

La mostra porta con se le testimonianze della vita che l’artista conduceva nei quartieri di Montparnasse e di Montmartre. Qui Modigliani aveva stretto amicizia con Guillaume ApollinaireChaïm SoutinePaul GuillaumeBlaise CendrarsAndrè Derain e Maurice Utrillo ed era da tutti ammirato per sua cultura il suo fascino e il suo carisma. Egli incantava per il suo talento geniale e l’approccio intransigente all’arte, per la sua bellezza e per la sua passionalità mediterranea. La sua vita era però anche prigioniera dell’alcol e delle droghe, Modigliani non si risparmiava e sfidava ogni giorno la morte cercando nell’arte una via di fuga al suo tragico destino.

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Anteprima della mostra.

Biglietti:
Intero: 15 euro.

Ridotto: 10 euro (minori di 18 anni e maggiori di 65).

Biglietto per gruppi scolastici di ogni ordine e grado: 5 euro per ciascun partecipante; i relativi insegnanti, nel numero massimo di 2 per classe, usufruiscono di biglietto gratuito.

Costo prevendita: 1 euro per  biglietti soggetti a vendita online, ad eccezione dei biglietti ridotti per gruppi scolastici da 5 euro che saranno soggetti a un costo di prevendita pari 50 centesimi.

Visita guidata in lingua italiana: 75 euro fino a un massimo di 25 persone. 

Cosimo Guarini per L’isola di Omero

Botero a Bologna: la mostra con 50 opere (info biglietti e orari)

Da sabato 12 ottobre 2019 a domenica 12 gennaio 2020 Palazzo Pallavicini a Bologna sarà la location di una mostra dedicata a Fernando Botero, il grande artista colombiano noto per i volumi ingombranti dei propri soggetti.

L’esposizione, curata da Francesca Bogliolo, è composta da 50 opere  tra disegni realizzati a tecnica mista e un pregiato insieme di acquerelli a colori su tela.

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La mostra è articolata in sette sezioni (Vita, Religione, Nudi, Still Life, Circo, Colore e Tauromarchia), rispettando i temi cari a Botero, che hanno segnato alcune tappe della sua vita e della sua carriera artistica.

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La locandina dell’evento.

Luogo: Palazzo Pallavicini, Via San Felice 24
Orari: Aperto da giovedì a domenica dalle 11.00 alle 20.00. – Chiuso il lunedì, martedì e mercoledì. La biglietteria chiude 1h prima. Ore 19.00 ultimo ingresso.
Aperture straordinarie: 1 e 2 novembre 2019; 8, 23, 26, 30 dicembre 2019; 31 dicembre 2019 (dalle 11.00 fino alle 17.00); 1, 6, 7, 8 gennaio 2020.
Chiusure programmate: 17 e 18 ottobre 2019; 24 e 25 dicembre 2019

Tariffe:

Intero: 13 Euro.
Ridotto: 11 Euro (dai 6 ai 18 anni non compiuti, over 65 con documento, studenti fino a 26 anni non compiuti con tesserino, militari con tesserino, guide turistiche con tesserino, giornalisti praticanti e pubblicisti con tesserino regolarmente iscritti all’Ordine, accompagnatori diversamente abili in compagnia del disabile, soci ICOM con tesserino, Teatro Comunale di Bologna, ITALO con biglietto avente destinazione/origine Bologna con data antecedente/successiva di massimo 3 giorni).
Gruppi: (minimo 10 persone): € 10 (1 accompagnatore gratuito).
Scuole: 5 Euro (2 accompagnatori gratuiti per ogni classe).
Bologna Welcome e Bologna Card Musei: 9 Euro
Giovedì Universitario: 9 Euro (con tesserino c.a).
Gratuito: bambini sotto i 6 anni, disabili con certificato.
Biglietto famiglia con figli dai 6 ai 18 anni non compiuti: Genitore 10 Euro Minori dai 6 ai 18 anni non compiuti Euro 8.
Biglietto Open: 16 Euro. Biglietto con prenotazione senza vincoli di orario e data valido fino a fine mostra.

Cosimo Guarini per L’isola di Omero

Salvator Dalì – La metamorfosi di Narciso: i paesaggi paranoici

La metamorfosi di Narciso (50,8 cm X 78,3 cm) è un quadro realizzato tra il 1936 e il 1937 dal pittore spagnolo Salvador Dalí. Il dipinto è conservato alla Tate Modern Gallery di Londra.

L’opera rappresenta il mito del narcisismo, in quanto raffigura un Narciso che muore e si fossilizza.

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Com’è composta l’opera?

Il corpo di Narciso si presenta come un enorme figura sul lato sinistro dell’opera. Egli è accucciato in una posizione quasi fetale. Tale aspetto riconduce alla ricerca, da parte del personaggio, della solitudine del grembo materno, prima di nascere. Egli sembra immerso in una calda ed aurea luminescenza. Nell’acqua su cui siede è visibile il suo riflesso dal quale ha inizio la trasformazione.

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La metamorfosi di Narciso (1936-37).

 Sul lato destro del quadro riappare il protagonista con colori più chiari e freddi, e che in una mano stringe un uovo dal quale nasce un fiore di narciso.

Dalí riteneva che attraverso dei passaggi nettamente paranoici fosse possibile ottenere due figure anatomicamente e figurativamente identiche, anche se queste erano molto differenti.

Cosimo Guarini per L’isola di Omero

Antonio Ligabue e il suo Autoritratto con cane: l’angoscia di vivere diventa arte 

È una genialità piena di sofferenza quella di Antonio Ligabue (Zurigo 1899 – Gualtieri 1965), considerato il caposcuola della pittura naif italiana.

La sua pittura privilegia l’interiorità e le emozioni che attanagliano l’animo dell’artista con immagini spesso inquietanti e violente in cui emergono ritratti di animali feroci colti nei momenti di lotta. I suoi quadri appaiono amari e spigolosi, un mix di memoria e creatività in cui si può cogliere il tormento di un uomo che sembra compenetrarsi in quegli animali per trovare il riscatto da un’esistenza molto dura, priva di affetti e afflitta da una lancinante solitudine.

Autoritratto con cane, Antonio Ligabue.

Nei suoi quadri che, inizialmente, sono caratterizzati da tinte sbiadite con immagini sfumate, Ligabue passa poi a uno stile totalmente differente in cui i colori violenti saranno gli indiscussi protagonisti delle sue opere. Ma è solo negli ultimi anni della sua vita che la realtà viene raffigurata con uno stile quasi espressionista e ciò si manifesta maggiormente nei suoi celebri autoritratti: quando Ligabue dipinge se stesso, negli occhi e nel volto si leggono smarrimento e fatica, come se egli si sentisse condannato a una perenne solitudine e impossibilitato a instaurare una relazione col mondo che lo circonda. 

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Soltanto nell’Autoritratto con cane, uno dei vertici della sua arte, il pittore domina la scena con  serenità: Ligabue si dipinge afflosciato nelle vesti così come l’animale lo è nella sua pelle rugosa, l’espressione simpatica e strana è la stessa, così come le rughe e le solcature. La diligenza sullo sfondo è tenuta lontana dall’immancabile cane nero e l’artista, appagato, per un solo istante, pianta gli stivali sulla scena del mondo, come un vincitore sulla terra appena conquistata. 

Rosa Araneo per L’isola di Omero

Futurismo: l’Avanguardia italiana che rivoluzionò l’arte

All’inizio del 900 tutto il mondo dell’arte è in evoluzione, spinto da cambiamenti politici, per le guerre e la veloce trasformazione della società. Il telegrafo senza fili e la radio annullano le distanze, il dirigibile e poi l’aeroplano avvicinano i continenti. I tubi al neon illuminano le città e le automobili aumentano ogni giorno, grazie all’invenzione della catena di montaggio.

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Ed è in questo clima che nasce il Futurismo, primo movimento d’Avanguardia nato in Italia, destinato rompere l’isolamento provinciale della nostra cultura e a riaprire un dialogo tra Italia ed Europa.

Dinamismo di un ciclista, Umberto Boccioni.

Violenti, aggressivi e guerrafondai: i futuristi di sicuro non brillavano per fantasia; non è un caso se fu la banda guidata da Marinetti a scatenare una rissa nel caffè delle Giubbe rosse, a Firenze, scagliandosi contro il gruppo di intellettuali guidato dal critico Ardengo Soffici. Però, con il loro fervore e la loro irruenza, sono riusciti a portare l’arte al di fuori delle mura dell’accademia: celebri le loro serate futuriste, spesso gratuite e rivolte a un pubblico di ogni classe sociale che veniva coinvolto nella performance, si divertiva e si sfogava.


Il Futurismo nasce ufficialmente in Italia nel 1909 quando il poeta Marinetti pubblica il Manifesto futurista sul quotidiano francese Le Figaro, puntando l’attenzione sull’esaltazione del moderno unito alla glorificazione del patriottismo e della guerra.

Lampada ad arco, Giacomo Balla.

Un’irruenza, quella di Balla & Co., finalizzata a segnare uno stacco con la cultura del passato, considerata noiosa e borghese. Ovviamente i soggetti prediletti non potevano che essere le automobili, le industrie, le folle agitate, simbolo di una società in continua evoluzione. Per rendere l’idea del dinamismo e della velocità, i futuristi tendono a deformare le immagini, rifiutando l’uso della prospettiva canonica e adottandone una con molteplici punti di vista. Perché come è scritto nel Manifesto:

“Tutto si muove, tutto corre, tutto volge rapido”.

Rosa Araneo per L’isola di Omero

Colazione sull’erba: Manet, fra realismo e libertà

La Colazione sull’erba è uno straordinario olio su tela, realizzato nel 1863 da Edouard Manet (Parigi, 23 Gennaio 1832 – Parigi, 30 Aprile 1883), ed attualmente custodito presso il museo d’Orsay di Parigi. 

Il dipinto sembra raffigurare una mattinata tranquilla nei pressi di una radura costeggiata dalla Senna, ove i tre personaggi principali hanno consumato la prima colazione con leggerezza e spensieratezza. 

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Vi sono due uomini vestiti secondo la moda cittadina del tempo, il che permette di identificarli sin da subito in quanto signori abbastanza abbienti. È evidente, inoltre, la scelta tattica del pittore di mostrare un margine di dialogo fra i tre personaggi, il quale però viene ben presto interrotto da un’attenta analisi che li sorprende tutti intenti ad osservare altro. Essi sono rapiti dalla bellezza di tale paesaggio, probabilmente. 

Tutti, eccetto la ragazza che siede accanto a loro, poiché sembra invece essersi accorta di uno spettatore al di fuori del quadro, al quale rivolge un sorriso malizioso. 

Da questa analisi del dipinto si evince come lo sguardo della ragazza non sia rivolto al paesaggio.

Si tratta di Victorine-Louise Meurent, la modella prediletta di Manet, che nonostante la sua nudità appare totalmente a suo agio. Da molti è stata descritta come una donna assolutamente contemporanea, libera e nient’affatto libertina. Infatti , a differenza di quanto possa inizialmente apparire, essa non appare già nuda nella scena, bensì denudata e probabilmente in procinto di fare un bagno, come dimostrano gli abiti posti accanto a lei. 

Qui, inoltre, l’artista ha dato vita ad una splendida rappresentazione di natura morta, proprio con ciò che della colazione è avanzato. 

Ancora una volta, possiamo affermare con certezza che i due uomini sembrano poco attratti anche da lei. 

Infine, appare in lontananza una quarta figura splendidamente illuminata dalla luce del sole. Il contrasto delle luci è evidente anche grazie alle sue vesti candide (si tratta probabilmente di una camicia da giorno). 

L’enigmatica figura, tuttavia, è fuori dalla scena che racchiude i primi tre personaggi, come afferma la sua posizione nel ruscello. 

Ancora in questo angolo di paesaggio, compare un fringuello in volo che dona realismo all’intera opera, oltre che quel pizzico di libertà utopica che già le si voleva attribuire. 

Angela Cerasino per L’isola di Omero

La sposa del vento: l’amore tempestoso di Oscar Kokoschka

“E’ una scena universale: il sesso, l’abbandono, l’illusione del possesso, l’enigma dell’altro. E’ una scena privatissima, quasi oscena. Perché l’uomo ha i lineamenti del pittore, e quello – benché deformato – è il suo autoritratto. I capelli lisci, il volto oblungo, gli occhi grandi e inquisitori, il mento prominente. E la donna è la sua amante, Alma Schindler vedova Mahler – che si è lasciata travolgere dal suo genio selvatico, gli ha promesso di sposarlo se creerà un capolavoro, ma invece è fuggita, spaventata dalla sua gelosia, dalla sua rozzezza, dalla sua energia”.

 (Melania Mazzucco)

L’amore non si vede. E’ una brezza, un brivido, un vento sin dai tempi di Saffo. E non si rappresenta ma si fa. In passato, i pittori hanno sempre dipinto le fattezze delle loro amanti o mogli trasformandole in modelle, muse, madonne. Altre volte le hanno raffigurate con un realismo che ha scioccato i benpensanti ma che costituiva la più grande prova d’amore: perché amore è verità, non abbellimento o mistificazione.

Altri hanno preferito eludere il soggetto preferendo paesaggi o astrazioni. Non c’è niente di più pericoloso per un artista che mostrare i propri sentimenti, le proprie ferite o le proprie speranze. Si teme il ridicolo sempre in agguato. Per accettare la sfida bisogna essere molto giovani o molto vecchi. O forse, molto coraggiosi.

Oskar Kokoschka (Pöchlarn, 1º marzo 1886 – Montreux, 22 febbraio 1980).

Oscar Kokoschka era soprannominato il Gran Selvaggio o il Seminatore di Zizzania a causa di una serie di quadri esposti alle mostre della Kunstschau. Avevano suscitato riprovazione e disgusto. Si distaccavano nettamente dalla tradizione e dalle abitudini visive dei visitatori. Troppo violenti i colori, troppo brutali le immagini che denudavano l’anima dei soggetti.

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Kunstmuseum Basel (Basilea): La sposa del vento di Oskar Kokoschka.

E’ il 1914, vigilia della Prima guerra mondiale. Pennellate nervose e materiche sanciscono la fine del travolgente e tempestoso rapporto d’amore che aveva legato Kokoschka ad Alma Mahler, vedova del celebre compositore boemo Gustav Mahler. I due amanti si ritrovano dentro una fragile imbarcazione e intorno a loro un turbinio di pennellate minacciose e feroci. L’uomo appare impassibile, distaccato e freddo; la sua espressione è serena e riflessiva ma la posizione delle nodose mani, intrecciate e contratte tradisce tutta la sua primordiale paura.

Alma Maria Schindler, nota anche come Alma Mahler (Vienna, 31 agosto 1879 – New York, 11 dicembre 1964).

E’ il 1914, vigilia della Prima guerra mondiale. Pennellate nervose e materiche sanciscono la fine del travolgente e tempestoso rapporto d’amore che aveva legato Kokoschka ad Alma Mahler, vedova del celebre compositore boemo Gustav Mahler. I due amanti si ritrovano dentro una fragile imbarcazione e intorno a loro un turbinio di pennellate minacciose e feroci. L’uomo appare impassibile, distaccato e freddo; la sua espressione è serena e riflessiva ma la posizione delle nodose mani, intrecciate e contratte tradisce tutta la sua primordiale paura.

L’idillio, iniziato nel 1912 e durato quasi due anni, sarà presto turbato dal tormento interiore di Oskar, ossessionato dal corpo di Alma e dalla sua prorompente bellezza. Gelosia pura e paranoie frequenti, tuttavia, cominciano a caratterizzare la loro relazione. Esplosioni d’ira, contrasti e ricatti minano il rapporto della coppia fino alla rottura. Alma va via, Oskar sceglie di andare in guerra.

Il poeta Georg Tralci visitò il pittore nel suo studio quando il quadro si stava ancora asciugando sul cavalletto. Conosceva la selvaggia e violenta storia di passione che lo aveva ispirato. Del resto ne sparlava tutta Vienna, che allora era il cuore artistico del mondo. Suggerì un titolo più suggestivo: La sposa del vento. Kokoschka accettò il consiglio. Il quadro non gli riportò la sposa mancata. Anzi, finì per sostituirla, diventando non più il simbolo dell’unione spirituale e alchemica che i due si erano illusi di avere realizzato amandosi, ma il suo equivalente materiale.

Alessia Amato per L’isola di Omero