Archivi tag: Arte Contemporanea

FIRENZE: IL PROFONDO SIGNIFICATO DELLA ”DONNA COL MAL DI TESTA”

A Firenze, esattamente in prossimità della trecentesca Porta Romana, è installata l’opera di Michelangelo Pistoletto intitolata Dietrofront (1984).

Nel corso degli anni molti passanti hanno attribuito a tale lavoro i nomi di ”la donna con il mal di testa” o ”la squilibrata”. Indubbiamente la scultura presenta una forma particolare, che da sempre attira l’attenzione dei visitatori della città e della gente comune.

Art@Site Michelangelo Pistoletto, Dietro-front, Roundabout, Florence
Dietrofront (1984), Michelangelo Pistoletto. Firenze.

Il blocco di materia posto in cima al capo della figura femminile, rappresenta un unicum iconografico che non ha potuto lasciare indifferenti anche i maggiori studiosi dell’arte contemporanea.

L’opera fu presentata per la prima volta nel 1984 a Forte Belvedere (Fi) in occasione di una mostra di Pistoletto, per poi essere definitivamente collocata dove si trova attualmente.

Michelangelo Pistoletto by Serena Ucelli – Serena Ucelli di Nemi
Michelangelo Pistoletto (nato a Biella il 25 giugno 1933).

QUAL È IL SENSO DELL’OPERA?

Effettivamente, osservando bene la scultura, si può notare che le donne raffigurate sono due. Quello posto in orizzontale non è un semplice blocco di pietra, ma è una seconda donna che insieme a quella verticale forma un incrocio perpendicolare.

Il libro si racconta per la prima volta nel libro La voce di Pistoletto”. Clicca qui.

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La donna ”in piedi” , visibile anche dal basso, porge lo sguardo verso Roma, mentre l’altra che è ”stesa” osserva Via Romana attraverso l’ingresso della Porta di origini medievali.

L’artista ha dichiarato che il contrasto di visione tra le due donne rappresenta la circolarità tra passato e futuro: in sostanza, tutto quello che di bello si è venuto a creare nasce dal Rinascimento e dall’utilizzo della prospettiva, e trova in Firenze il centro di gravità delle arti.

Cosimo Guarini per L’isola di Omero

DONNA CHE PIANGE: L’INDAGINE PSICOLOGICA FEMMINILE DI PICASSO

Donna che piange di Pablo Picasso, conservato al Tate Modern di Londra, è il risultato di uno studio meticoloso dispiegato in sue numerose versioni, conclusosi poi, nel 1937, con quest’ultima e peculiare riproduzione che andremo ad analizzare.

Anzitutto, la protagonista dell’opera è Dora Maar, forse la più nota amante del pittore spagnolo, soggetto anche di altre tele degli anni ’30 e ’40, di stampo realistico e cubista. Basti pensare alla figura che sorregge la lampada al centro di Guernica o al ritratto, sempre del 1937, che la vede seduta su una sedia a braccioli.

Donna che piange di Picasso: analisi
Donna che piange, Pablo Picasso.

La raffigurazione di una donna mesta, nasce dall’intento dell’artista che vuole dare alla femminilità l’accezione di introspezione psicologica senza ricorrere alla mera superficialità figurativa della donna stessa. In un certo senso Picasso, vuole sottolineare l’identità psicologica della donna, spesso considerata solo una musa dalla bellezza superlativa, ignorandone la sfera emotiva, abitata da pensieri e da sentimenti, al pari degli uomini, se non più profondi.

”La mia vita con Picasso” è il libro scritto da Françoise Gilot, la pittrice che per quasi dieci anni condivise il mondo e la vita del grande artista, diventando la sua musa.

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La scomposizione cubista “spalma” sulla tela la rappresentazione del volto della Maar, rigato dalle lacrime, circoscritto dal cappello rosso con un fiore blu e dalle mani intente ad asciugare il pianto.

Nonostante la matrice cubista e i colori netti, decisi la figura non è deformata; piuttosto la composizione sembra richiamare alla mente alcuni lavori di Henri Matisse, tra i quali potremmo citare Donna col cappello del 1905 e il contemporaneo (a Picasso) Signora in blu del 1937.

Antonella Buttazzo per L’isola di Omero

La Venere degli stracci: la frenesia del mondo contemporaneo nell’Arte Povera

La Venere degli stracci di Michelangelo Pistoletto è l’opera simbolo per eccellenza dell’arte contemporanea e più specificatamente del genere che rappresenta, ovvero quello dell’Arte Povera.

Tra i più famosi esponenti di questa corrente artistica – che si propone di realizzare opere con materiale di uso comune, organico, di scarto – Michelangelo Pistoletto, con la sua ricerca artistica, analizza la spazialità impossibile da ritrovare in supporti come la tela. 

La Venere degli Stracci è un’installazione del 1967, che consiste in una scultura estratta dal calco della Venere con Mela di Thorvaldsen (1770-1844), artista danese rappresentante del Neoclassicismo. Posta di schiena con le mani in avanti, la dea sembra farsi strada tra le vesti disposte dinanzi a lei; stando alle parole dell’artista:

”Gli stracci rappresentano il passaggio delle persone dentro tutti questi vestiti, questi vestiti ormai degradati. La Venere, venendo dal passato come simbolo di bellezza e di speranza, ridà vita, rigenera questi stracci.

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La foto è stata scattata da Antonella Buttazzo in occasione dell’ installazione dell’opera presso il Museo Castromediano di Lecce (dal 22 dicembre 2019 al 31 marzo 2020 .

Ciò che salta agli occhi dello spettatore è lo stridente accostamento tra la bellezza femminile idealizzata, e l’esplosione di stracci distesi davanti a lei.

Il paradosso creato da Pistoletto vede perciò una Venere affaccendata in una folle ricerca di qualcosa di importante che ha perso, in un mucchio di cenci destinati ad umili usi. Forse quel qualcosa è l’ideale, un ideale che negli anni ’60, momento in cui, ricordiamo, è stata concepita l’installazione, ha mosso una generazione in contestazioni, in ripartizioni sociali.

Forse, l’opera incarna proprio quel bisogno di ridimensionare il sistema sotto tutti i fronti umani, un bisogno che ha ‘’scomodato’’ anche una divinità.

Antonella Buttazzo per L’isola di Omero

Una banana da 120 mila dollari viene mangiata durante una performance

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Comedian (2019), Maurizio Cattelan.

Quella nella foto in alto è l’ultima opera dell’artista italiano Maurizio Cattelan, dal valore di 120 mila dollari. Dopo America, il water in oro 18 carati, l’artista italiano più pagato al mondo è tornato a stupire dopo quindici anni di assenza dalle fiere interazionali.

L’opera intitolata Comedian, come si può vedere, era composta da una vera banana attaccata al muro per mezzo di un nastro adesivo.

La composizione è stata esposta alla fiera dell’arte intitolata Art Basel di Miami Beach, nello stand del gallerista parigino Perottin.

Durante l’esposizione, un altro artista contemporaneo, David Datuna, ha inscenato una performance staccando il nastro e mangiando il frutto giallo.

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David Datuna durante la sua performance.

La sua performance è stata intitolata Hungry Artist, ovvero ”artista affamato”.

“Posso mangiare la banana e il concetto di banana solo perché sono un artista anche io. Rispetto Cattelan, lo adoro. Ma io sono un artista che mangia un altro artista”.

Queste sono state la parole di Datuna dopo aver mangiato la banana più costosa della storia. Ma l’aspetto più interessante della vicenda risiede nel fatto che il frutto è stato rimpiazzato subito nell’installazione, perché l’opera è stata pensata come rinnovabile e sostituibile. Il suo valore risiede nell’idea.

Infatti, dopo tutta questa vicenda ed un iniziale conflitto con un operatore dell’evento artistico di Miami, Datuna non verrà nemmeno denunciato. Si può affermare ironicamente che in questo caso il senso dell’arte ha salvato l’artista!

Cosimo Guarini per L’isola di Omero

Modigliani e l’avventura di Montparnasse: la mostra è aperta a Livorno

Il legame tra la figura di Amedeo Modigliani e la città di Livorno è sempre stato considerato emblematico. Lo scorso 12 luglio sono passati ben 135 anni da quando nel 1884 il celebre artista nacque proprio nella città toscana. Nonostante ciò, la carierà del pittore si è sviluppata a chilometri di distanza, ovvero a Parigi!

Ma non solo! In molti ricordano l’episodio del 1984 in cui sempre a Livorno furono rinvenute in un canale le sculture raffiguranti tre teste. Queste inizialmente vennero attribuite a Modì. Solo successivamente tre ragazzi livornesi uscirono allo scoperto, dimostrando che nulla era vero e che le opere erano state realizzate da loro con l’intento di fare uno scherzo. I tre sfruttarono la leggenda secondo cui nell’estate del 1909 Modigliani gettò nel Fosso Reale di Livorno, il canale situato di fronte al suo studio, alcune sculture da egli stesso realizzate, a causa dell’incomprensione mostrata dai suoi amici pittori del Caffè Pardi verso le sue opere.

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Amedeo Modigliani (Livorno, 12 luglio 1884 – Parigi, 24 gennaio 1920).

Livorno ama Modigliani e a dimostrazione di ciò la città ospita una nuova mostra, curata da Marc Restellini, aperta dal 07 Novembre 2019 al 16 Febbraio 2020 presso il Museo della città di Livorno in piazza del Luogo Pio.

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Anteprima della mostra.

L’apertura dell’evento è prevista dal martedì alla domenica, dalle ore 10:00 alle 19:00; la chiusura, invece, è programmata per tutti i lunedì, il 25 dicembre, e il 1° gennaio.

L’esposizione offre l’occasione di ammirare ben 14 dipinti e 12 disegni di Modigliani raramente esposti al pubblico.  

La mostra porta con se le testimonianze della vita che l’artista conduceva nei quartieri di Montparnasse e di Montmartre. Qui Modigliani aveva stretto amicizia con Guillaume ApollinaireChaïm SoutinePaul GuillaumeBlaise CendrarsAndrè Derain e Maurice Utrillo ed era da tutti ammirato per sua cultura il suo fascino e il suo carisma. Egli incantava per il suo talento geniale e l’approccio intransigente all’arte, per la sua bellezza e per la sua passionalità mediterranea. La sua vita era però anche prigioniera dell’alcol e delle droghe, Modigliani non si risparmiava e sfidava ogni giorno la morte cercando nell’arte una via di fuga al suo tragico destino.

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Anteprima della mostra.

Biglietti:
Intero: 15 euro.

Ridotto: 10 euro (minori di 18 anni e maggiori di 65).

Biglietto per gruppi scolastici di ogni ordine e grado: 5 euro per ciascun partecipante; i relativi insegnanti, nel numero massimo di 2 per classe, usufruiscono di biglietto gratuito.

Costo prevendita: 1 euro per  biglietti soggetti a vendita online, ad eccezione dei biglietti ridotti per gruppi scolastici da 5 euro che saranno soggetti a un costo di prevendita pari 50 centesimi.

Visita guidata in lingua italiana: 75 euro fino a un massimo di 25 persone. 

Cosimo Guarini per L’isola di Omero

Steve McCurry e il Cibo: il fotografo dell’umanità arriva in mostra a Forlì (Info biglietti)

«Noi non ci incontriamo per bere e mangiare, ma per bere e mangiare insieme».

Plutarco Steve McCurry ha firmato e scattato alcune tra le foto più iconiche del nostro tempo. Tre anni fa la sua mostra, da tutto esaurito al botteghino sul tema che gli è tanto caro del ritratto di donna (l’Afghan girl, Sharbat Gula, fotografata in un campo profughi nel Pakistan del 1984 pubblicata dal National Geographic è la foto che indubbiamente gli ha dato più notorietà) era arrivata anche a Forlì, nelle sale dei Musei di San Domenico.

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L’Afghan girl, Sharbat Gula

Dopo tre anni di assenza, il celebre fotografo vincitore per ben quattro volte del World Press Photo, ritorna nella città romagnola con una mostra dedicata al cibo. Circa 80 scatti, per la maggior parte mai esposti e stampati ora per la prima volta, conducono il visitatore in un viaggio fotografico tra Europa, Asia e America Latina. L’approccio è sempre quello antropologico che caratterizza McCurry, impegnato a raccontare per immagini, la bellezza della diversità. E in questo sistema il cibo diventa elemento universale per fare un giro del mondo attraverso modi di produzione, trasformazione e consumo, con particolare riferimento all’urgenza di contrastare gli sprechi, richiamando il diritto ad un’equa distribuzione delle risorse.

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Nell’allestimento ideato da Peter Bottazzi le immagini sono accompagnate da video e scenografie, per vivere un’esperienza emozionale ed immersiva. Cinque sono le sezioni che seguono il ciclo di vita del cibo: tra scatti che mettono al centro la figura umana e altri che lasciano parlare gli odori, i colori, gli umori del cibo attraverso mercati, campi, luoghi di produzione e trasformazione della materia prima.

“Ogni fotografia di Steve McCurry cerca l’universale nel particolare – afferma la curatrice Monica Fantini – questo vale sia per le figure commoventi che consumano un pasto nella solitudine e nel dolore, sia per i frammenti di mercati in cui i pesci, la frutta e le spezie si fanno odori, suoni, sapori e partecipazione emotiva a una realtà che, nelle differenze, riporta all’uguaglianza degli esseri umani.”

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Cibo è visibile a Forlì dal 21 settembre e lo sarà fino al 6 gennaio all’interno del Festival del Buon Vivere. Nel 2020 la mostra arriverà anche in altre città d’Italia e del mondo. Mentre in contemporanea, dal 13 settembre, le Gallerie Estensi di Modena ospitano un’altra mostra di McCurry, dal titolo Leggere, con l’allestimento di Biba Giacchetti e i testi di Roberto Cotroneo.

Informazioni mostra:

Sede: Forlì, Musei San Domenico, Piazza Guido da Montefeltro 12.

Orari:

Apertura: dal martedì alla domenica dalle ore 9.30 alle 19.00. La biglietteria chiude un’ora prima.

Chiusura: tutti i lunedì e il 25 dicembre ad eccezione del 6 gennaio

Aperture straordinarie: 24 e 31 dicembre dalle 9.30 alle 13.30. 1° gennaio 2020 dalle 14.30 alle 19. Il 26 dicembre dalle 9.30 alle 19.

Biglietti:

Intero: 12,00 euro

Ridotto: 10,00 euro

Convenzioni attive: Titolari Romagna Visit Card (RVC), Titolari Card Musei Metropolitani Bologna, Possessori biglietto di ingresso del MAF Forlimpopoli
Soci Coop, Titolari di Conad Card.

Biglietto INTEGRATO (Mostra + Musei Civici): intero € 14,00

Biglietto INTEGRATO (Mostra + Musei Civici): ridotto € 12,00

Il BIGLIETTO INTEGRATO è valido per l’ingresso alla mostra e ai musei della Città (San Domenico e Palazzo Romagnoli).

Speciale: € 5,00 (per scolaresche delle scuole primarie e secondarie, bambini dai 6 ai 14 anni).

Biglietto speciale aperto: € 13,00 (Visiti la mostra quando vuoi, senza date e senza fasce orarie; puoi regalarlo a chi desideri).

Biglietto speciale famiglia 2 adulti e 1 bambino: € 24,00

Biglietto speciale famiglia 2 adulti e 2 bambini: € 26,00

Gratuito: per bambini fino ai 6 anni, un accompagnatore per ogni gruppo, diversamente abili con accompagnatore, due accompagnatori per scolaresca, giornalisti con tesserino, guide turistiche con tesserino.

Visite guidate (su prenotazione per gruppi di max 25 persone): Scuole e gruppi di diversamente abili € 55,00 (stima durata visita 1 h.), gruppi € 90,00 (stima durata visita 1 h.), in lingua € 110,00 (Inglese e Francese). Diritto di prenotazione: € 1,50 per i biglietti: intero, ridotto, gruppi; € 1,00 per i biglietti: ridotto speciale, scuole.

Visite guidata ad aggregazione libera: € 5,00 a partecipante oltre al regolare biglietto di ingresso.
Tutti i giovedì alle 16.30 e i sabati alle 15.30 visite guidate per visitatori singoli e piccoli gruppi senza prenotazione.
Ritrovo almeno 20 minuti prima della visita guidata presso la biglietteria della mostra

Alessia Amato per L’isola di Omero

Van Gogh, Monet, Degas: dal Virginia Museum of Arts la mostra arriva a Padova (info biglietti)

Dal 26 ottobre 2019 al 1° marzo 2020, Palazzo Zabarella a Padova ospita più di settanta capolavori di circa 30 artisti dello scenario artistico francese tra Romanticismo e Cubismo.

L’esposizione è incentrata in particolare sul trio composto da Vincent Van Gogh, Edgar Degas e Claude Monet.

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Campo di grano con volo di corvi, V. Van Gogh.

L’evento celebra Paul Mellon e sua moglie Rachel ‘Bunny’ Lambert, due tra i più importanti e raffinati mecenati del XX secolo.

La mostra, curata da Colleen Yarger, presenta una preziosa selezione di opere provenienti dalla Mellon Collection of French Art dal Virginia Museum of Arts, che copre un arco cronologico che dalla metà dell’Ottocento, giunge fino ai primi decenni del Novecento, compreso tra il Romanticismo e il Cubismo.

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La classe di danza, E. Degas.

Info biglietti:

Singoli:

Intero: € 13,00

Ridotto: € 11,00
Valido per over 65; ragazzi dai 18 ai 25 anni; persone disabili o con invalidità; membri del FAI e del “Touring Club Italia” o titolari di “Padova Card”; docenti e personale dell’Università degli Studi di Padova e dell’Accademia di Belle Arti di Venezia.

Ridotto Speciale: € 9,00
Valido per ragazzi dai 6 ai 17 anni; studenti dell’Università degli Studi di Padova e dell’Accademia di Belle Arti di Venezia.

Biglietto Open: € 16,00
Permette la visita alla mostra in ogni momento, senza necessità di fissare una data ed una fascia oraria precise. Acquistabile sia in biglietteria, che online.

Biglietto Famiglia
Adulti: € 11,00 Ragazzi: € 6,00

Valido per 2 adulti e per ragazzi dai 6 ai 14 anni fino ad un massimo di 5 persone.

Ingresso gratuito: Valido per bambini fino ai 5 anni (non in gruppo scolastico); accompagnatori di visitatori disabili; i giornalisti possono accedere previa richiesta di accredito via email all’ufficio stampa anna.defrancesco@clp1968.it, con indicazione della testata e del giorno previsto per la visita.


Biglietto Online: Permette la prenotazione della visita in una data ed un orario prestabiliti e non modificabili, nonché di evitare eventuali code alla biglietteria (il diritto di prevendita è pari ad € 1,50). Acquistabile su questo link: https://www.ticketlandia.com/m/palazzozabarella

Gruppi:

Gruppi di 15 – 25 persone
La prenotazione è obbligatoria tramite Call Center al seguente numero telefonico: 049 8753100

Adulti: € 12,00
Under 18: € 9,00

L’ingresso per il capogruppo è gratuito.

Scuole: € 6,00 a studente
La prenotazione è obbligatoria tramite Call Center al seguente numero telefonico: 049 8753100

L’ingresso per 2 insegnanti accompagnatori è gratuito.

Biglietteria

La biglietteria di Palazzo Zabarella è attiva dalle ore 9.30 fino a 45 minuti prima della chiusura della struttura.

Cosimo Guarini per L’isola di Omero

Antonio Ligabue e il suo Autoritratto con cane: l’angoscia di vivere diventa arte 

È una genialità piena di sofferenza quella di Antonio Ligabue (Zurigo 1899 – Gualtieri 1965), considerato il caposcuola della pittura naif italiana.

La sua pittura privilegia l’interiorità e le emozioni che attanagliano l’animo dell’artista con immagini spesso inquietanti e violente in cui emergono ritratti di animali feroci colti nei momenti di lotta. I suoi quadri appaiono amari e spigolosi, un mix di memoria e creatività in cui si può cogliere il tormento di un uomo che sembra compenetrarsi in quegli animali per trovare il riscatto da un’esistenza molto dura, priva di affetti e afflitta da una lancinante solitudine.

Autoritratto con cane, Antonio Ligabue.

Nei suoi quadri che, inizialmente, sono caratterizzati da tinte sbiadite con immagini sfumate, Ligabue passa poi a uno stile totalmente differente in cui i colori violenti saranno gli indiscussi protagonisti delle sue opere. Ma è solo negli ultimi anni della sua vita che la realtà viene raffigurata con uno stile quasi espressionista e ciò si manifesta maggiormente nei suoi celebri autoritratti: quando Ligabue dipinge se stesso, negli occhi e nel volto si leggono smarrimento e fatica, come se egli si sentisse condannato a una perenne solitudine e impossibilitato a instaurare una relazione col mondo che lo circonda. 

Il libro sulla vita di A.Ligabue

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Soltanto nell’Autoritratto con cane, uno dei vertici della sua arte, il pittore domina la scena con  serenità: Ligabue si dipinge afflosciato nelle vesti così come l’animale lo è nella sua pelle rugosa, l’espressione simpatica e strana è la stessa, così come le rughe e le solcature. La diligenza sullo sfondo è tenuta lontana dall’immancabile cane nero e l’artista, appagato, per un solo istante, pianta gli stivali sulla scena del mondo, come un vincitore sulla terra appena conquistata. 

Rosa Araneo per L’isola di Omero

Un dipinto da mangiare: la Vucciria di Renato Guttuso

«Non è una immagine e neppure una serie di immagini. È una sintesi di elementi oggettivi, definibili, di code e persone: una grande natura morta con in mezzo un cunicolo entro cui la gente scorre e si incontra».

Così commentava Renato Guttuso, bagherese e artista che nel 1974 dipinse La Vucciria, opera ancora oggi esposta al Palazzo Steri di Palermo.

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Il titolo, in dialetto siciliano, deriva dal termine francese boucherie (macelleria) e successivamente venne tradotto in italiano con ”bocceriaindicante lo stato di confusione fisico, ossia, un miscuglio incomprensibile di voci, di persone, di odori, di colori, di oggetti ed espressioni.

Difatti, la scena rappresentata coinvolge lo spettatore, per il ricco e crudo realismo delle carni e dei pesci raffigurati (ricordiamo che l’elemento traumatico è una cifra peculiare nell’arte di Guttuso), in una delle scene più adatte a tale terminologia, vale a dire, il mercato palermitano.

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Diversi personaggi si spalmano tra grandi bancarelle in un ritmo quasi affannoso e claustrofobico scandito da cassette ricche di pesci e di crostacei a sinistra alle casse di frutta e verdura che circondano senza tralasciare la macelleria, con cadaveri di animali appesi agli uncini.

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Il disordine della scena si contrappone al perfetto equilibrio cromatico di stampo arabeggiante (fonte inesauribile di influenze nella cultura siciliana) utilizzato dall’artista per valorizzare ogni singola merce, puntando anche al forte dinamismo che contraddistingue nell’insieme l’opera, asimmetrica ma che non confonde lo spettatore, contrariamente, coinvolto armoniosamente alla scena stessa.

L’opera è frutto di un’evoluzione pittorica che condusse l’artista, con il passare del tempo, a un realismo descrittivo, più popolare e accessibile alle masse, ispirato al primo periodo di Pablo Picasso. Infatti, per tutti gli anni Cinquanta, il pittore fu a capo di una corrente realista con le tendenze formaliste dell’arte di quegli anni, con lavori che propongono realisticamente la situazione europea.

Diventato senatore nel 1976, Renato Guttuso morì a Roma nel 1987 e lasciò la maggior parte dei suoi lavori alla sua città natale, Bagheria.

Antonella Buttazzo per L’isola di Omero

L’enigma di Max Ernst: La vestizione della sposa

“Dipingere non è per me un divertimento decorativo, oppure l’invenzione di plastica di una realtà ambigua; ogni volta la pittura deve essere invenzione, scoperta, rivelazione.”

Padrone di tale poetica è Max Ernst.

Egli porta avanti la sua ricerca, ricreando ciò che il suo occhio di artista vede in maniera differente: immagini straordinarie che ne possono evocare altre per via associativa. 

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Considerato uno dei dipinti di maggior effetto del pittore surrealista, La vestizione della sposa venne donato dallo stesso a sua moglie Peggy Guggheneim, nel 1942. 

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La vestizione della sposa.

La figura femminile centrale, con il suo corpo sinuoso vestito soltanto da un sontuoso mantello di piume rosse, è la protagonista della scena teatrale; il volto è invece coperto dalla mostruosa testa – maschera di una civetta. A sinistra appare un uccello antropomorfo che regge la punta di una lancia spezzata, mentre dal lato opposto emergono due creature inquietanti: una fanciulla dalla capigliatura innaturale e un mostriciattolo grottesco.

Il fenomeno della vestizione avrebbe in questo caso una connotazione autobiografica: Peggy diventa una potente donna – uccello avvolta in un magnifico mantello di piume, mentre Ernst sarebbe il cigno verde dalle gambe umane al suo fianco. Cigno che evoca Loplop, alter ego dell’artista, e l’antico mito greco in cui Zeus si tramuta in cigno per sedurre la giovane Leda. Da come si svolge l’inquietante scena, Ernst sembra non avere successo come corteggiatore, stringe nelle mani una lancia spezzata, chiaro simbolo fallico, mentre la giovane Guggenheim si rivolge agli altri pretendenti. 

Il particolare aspetto sgranato della superficie del dipinto è dovuto all’uso di una complessa tecnica a olio mista alla decalcomania, tecnica nella quale il pigmento colorato diluito viene pressato sulla superficie distribuendosi in modo irregolare e andando così a potenziare il carattere visionario dell’opera. 

Rosa Araneo per L’isola di Omero