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Villa Pamphilij: Roma coronata da arte e natura

Racchiusa tra i tracciati romani di via Aurelia Antica, via della Nocetta e via Vitellia, Villa Doria Pamphilij, con i suoi 184 ettari, è il più grande parco storico romano oltre ad essere l’unica villa rimasta pressochè integra nella struttura.

Le sue origini sono legate alla famiglia di cui porta il nome e che in questo pezzo di campagna romana realizzò, a partire dall’XVII secolo, la propria residenza a partire dal Casino di famiglia, oggi sede di un museo dedicato alla villa.

Il Casino del Bel Respiro

Il complesso consta di tre parti: la pars urbana, comprensiva del Palazzo e dei giardini circostanti; la pars fructuaria, composta dal pineto; e la pars rustica, che viene considerata la parte della vera e propria tenuta agricola.

Innovativi sono i giardini che sono concepiti su due assi ortogonali, il primo perpendicolare rispetto all’acquedotto e il secondo parallelo, ottenendo così un’intersezione nel giardino più in basso e non più intorno al Palazzo.

Magnifico il Casino del Bel Respiro con il suo Giardino Segreto, abbellito da siepi tagliate in modo tale da formare disegni vari, così come l’Arco dei Quattro Venti, ma anche Palazzo Corsini e la Cappella, in stile neogotico, che sorgeva lì dove c’era la Fontana dei Delfini.

La natura della villa non è meno affascinante: qui si possono ammirare specie di elevato pregio naturalistico quali il Pino d’Aleppo, il Cedro del Libano e il Pioppo Nero.

In questa location la natura è a tratti selvaggia e custodisce anche interessanti testimonianze archeologiche, come una necropoli romana con due tombe di età augustea riccamente decorate con affreschi.

Nel 1975 i Pamphili vendettero la tenuta allo Stato italiano, che l’aprì al pubblico nel 1972.

Oggi Villa Pamphilij è attraversata da sentieri per fare jogging e disseminata di fontanelle, una vera oasi di pace nel cuore di Roma.

Rosa Araneo per L’isola di Omero

La Cappelli Cerasi: il richiamo di Dio secondo Caravaggio

Roma, sin dagli albori, è teatro di manifestazioni artistiche legate soprattutto alla religiosità cristiana, in particolare dei suoi Santi Patroni: Pietro e Paolo. E sicuramente, una delle più belle rappresentazioni artistiche a loro dedicate, sono le due tele dipinte da Caravaggio per la Cappella Cerasi in Santa Maria del Popolo, commissionatele dal tesoriere di Clemente VIII, Monsignor Tiberio Cerasi, simultaneamente al ciclo di San Matteo per la cappella Contarelli in San Luigi dei Francesi.

Rifiutate dal committente le prime versioni realizzate, il Merisi allora optò per le rappresentazioni di due momenti diversi della vita dei Santi: il martirio per san Pietro, la conversione sulla via di Damasco per san Paolo.

La simmetria tra le due opere e il loro significato risulta evidente nella composizione: San Pietro viene dipinto nell’atto lento di essere issato sulla sua croce che, secondo la leggenda, fu posta con il capo in basso; san Paolo invece, viene mostrato disarcionato dal cavallo, come se qualcosa di mai visto l’avesse colto di sorpresa. Tali momenti di rovesciamento si riallacciano quel sentimento cristiano che spinge a trovare in Dio sovversione, fiducia e cambiamento interiore. Dinamismo sottolineato dalle braccia aperte dei due Santi: l’apertura di chi si abbandona a una rinnovata metamorfosi per mezzo della religione.

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La crocifissione di San Pietro.
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 La conversione di San Paolo.

Ecco spiegato perché la prima versione della Conversione di San Paolo fu giudicata poco rifiutata: la presenza di un Cristo troppo ingombrante, fu percepita come un attacco violento alla Riforma Luterana, in particolare sulla questione del libero arbitrio che aveva creato un punto di discussione. Caravaggio allora riuscì a rappresentare, con le giuste soluzioni pittoriche, il rapporto tra Dio, potenza suprema e l’uomo, suo seguace illuminato, nel momento della chiamata e nel momento del martirio.

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Una delle peculiarità appartenenti al Caravaggio è quella dell’incapacità, in un certo senso, di non presentare mai bozzetti o schizzi preparatori in quanto. Egli prediligeva lo studio dal vero, atteggiando i modelli nei vari personaggi da ritrarre poiché non perseguiva ideali come altri pittori suoi contemporanei di matrice romana, difatti non lavorava con manichini ma usava modelli in carne ed ossa, in movimento davanti ai suoi occhi. Lavorava direttamente sulla tela, facendo emergere le figure da sfondi scuri, lentamente, come un velo pesante scostato a piccoli gesti.

Grazie anche a questa sua cifra pittorica, le figure dei Santi Pietro e Paolo conducono ancora oggi i fedeli verso l’innalzamento, quello stesso innalzamento che a braccia aperte viene accettato ciò che Dio ha in serbo per loro.

Antonella Buttazzo per L’isola di Omero