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LA GENESI DELLA NATURA MORTA IN ITALIA: LA CANESTRA DI FRUTTA DI CARAVAGGIO

La Canestra di frutta è un’opera del Caravaggio realizzata negli anni della sua giovinezza. Datata tra il 1594 ed il 1598, fu commissionata da Federico Borromeo ed è attualmente conservata presso la Pinacoteca Ambrosiana di Milano

Essa è considerata la prima natura morta italiana, un genere pittorico che esisteva già ed aveva una lunga tradizione alle spalle, di cui i maestri indiscussi erano stati i fiamminghi.

Canestra di frutta di Caravaggio - ADO Analisi dell'opera
Particolare della frutta.

Fino ad allora in Italia l’uso della natura morta era limitato ad ornare e decorare ma, con Caravaggio, diventa finalmente un soggetto nuovo e rinnovato: cosa a cui l’artista era già avvezzo dato che, per tutta la vita, non fece altro che realizzare capolavori che rinnovavano l’arte. 

Nella Canestra di frutta, l’autore concede alla natura morta una nuova dignità riconoscendole la stessa importanza della pittura figurativa. Tuttavia, egli non si limita a realizzare una rappresentazione bella da vedere ma dà vita ad un dipinto che si propone come un’approfondita indagine della realtà perché, per Caravaggio, dipingere significa fondamentalmente accettare la vita con tutte le sue imperfezioni. 

Qui l’umile oggetto naturale diventa protagonista, rilevandosi contro il fondo chiaro compatto. Essa vive plasticamente: per i rapporti fra luci e ombre, per il brillio degli acini d’uva, per la rotondità lucente della mela, del limone e della pesca, per la rugosità dei fichi e per il distendersi o accartocciarsi delle foglie.

Caravaggio - Wikipedia
Ritratto del Caravaggio (29 settembre 1571, Milano 18 luglio 1610, Porto Ercole).

Ecco che il pittore ci mostra, senza alcun timore, ciò che siamo davvero: un bene effimero destinato a svanire nel tempo. Così come il frutto può bacarsi e marcire, l’uomo può contrarre malattie che lo portano ad estinguersi nel tempo. 

Il pARTicolare. "La Canestra di Frutta" di Caravaggio
Canestra di frutta (1594 ed il 1598), Caravaggio, Pinacoteca Ambrosiana di Milano.

Il taglio della composizione, appena sporgente in avanti, permette di mettere in risalto il cesto rispetto allo sfondo neutro bidimensionale. In questo, Caravaggio è un innovatore lontano dall’accademismo della sua epoca: il suo realismo – che risente dell’etica religiosa di Carlo Borromeo – rifiuta le convenzioni e punta sul vero rinunciando al bello e alla mera invenzione.  

Caravaggio continuerà questa ricerca del crudo e reale per tutta la sua carriera artistica.

Alessia Amato per L’isola di Omero

CURON VENOSTA: IL CAMPANILE SOMMERSO NEL LAGO

Qualcuno dice che di notte si sentono ancora le campane di questo particolare campanile, proprio come l’eco di un vecchio paesino scomparso per far posto alla modernità.

Il campanile sommerso di Curon Venosta è alla vista un luogo meraviglioso, ma la storia che c’è dietro non è tanto felice: nel lontano 1939, alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale, lo Stato decise di costruire un’enorme diga per sfruttare l’energia dei tre laghi alpini del Passo di Resia. Il progetto avrebbe unito i due laghi più a nord della valle, sommergendo il vecchio centro di Curon Venosta (nell’attuale provincia di Bolzano).

L'incredibile campanile che emerge dalle acque a Curon Venosta
Il campanile oggi.

Gli abitanti del luogo, molti dei quali di lingua tedesca, vennero informati della distruzione delle loro case con un avviso in italiano esposto per soli sei giorni. Nessuno ci fece caso e così alla fine dei sei giorni il commissario incaricato riferì che non c’era stata alcuna obiezione.

Quando nel 1940 iniziarono i primi espropri gli abitanti furono presi alla sprovvista e dotati di rimborsi a malapena sufficienti per i trasferimenti. Il primo effetto dei lavori fu quello di eliminare i pascoli, costringendo gli abitanti a fare una difficile scelta: da una parte abbandonare la valle per un destino incerto; dall’altro unirsi ai lavoratori della grande diga e seppellire con le loro stesse mani le abitazioni in cui erano cresciuti.

Curon Venosta - Val Venosta - Alto Adige, Provincia di Bolzano
Il lago ghiacciato con l’abbassamento delle temperature e l’arrivo della neve in invero. Uno spettacolo unico.

Dopo che la guerra sospese i lavori per circa tre anni i cantieri ripartirono anche grazie agli aiuti dall’estero. Ad una a una le case di Curon Venosta vennero fatte saltare una ad una ad eccezione del campanile romanico risalente al Trecento, riconosciuto come bene culturale e quindi oggetto di tutela.

Mentre l’acqua del lago cominciava a salire pian piano, il parroco del paese arrivò a chiedere un’udienza al Papa, ma nessuna istituzione rispose al grido del paesino Curon Venosta.

Dopo questo avvenimento iniziò la costruzione di un altro paesino più a monte; mentre ancora oggi il campanile di Curon Venosta affiora solitario dal lago, e la leggenda vuole che la notte risuoni ancora come se il vecchio paesino non volesse mai morire veramente.

Cosimo Guarini per L’isola di Omero

L’ Orinatoio di Duchamp: quando l’arte si fa provocazione

L’arte, si sa, nel corso della sua storia, non ha avuto il solo e mero scopo rappresentativo dal vero, ma nella sua semplicità dell’essere è stata capace più volte di stupire e provocare. Ed è questo il caso della Fontana , o Urinoir, dell’artista dadaista Marcel Duchamp.

Duchamp e l’Orinatoio

La genealogia creativa del ready made più celebre del mondo artistico è a tutt’oggi sconosciuta, e questo è dovuto anche all’assenza di documenti.

Gli storici dell’arte hanno avanzato a riguardo due ipotesi:

– la prima vedrebbe un Duchamp acquirente di un orinatoio, modello Bedfordshire, ruotato di novanta gradi e firmato dall’artista stesso come “R. MUTT 1917 ”;

– secondo l’altra versione, invece, si tratterebbe di un connubio metaforico e ironico (oltre che iconico), dettato da un’amica di Duchamp, la quale inviò l’oggetto già nella sua forma finale.

Ciò che è certo è che il manufatto originale, non fu mai esposto al pubblico poiché, si racconta, fu gettato via da A. STIEGLITZ, il fotografo che lo rese immortale, oltre alla fama che già lo aveva condotto alla più grande provocazione sul ruolo dell’arte e dell’artista che esso incarna.

Della Fontana vennero realizzate tre copie nel 1950, 1953 e 1963, e lo stesso Duchamp ne commissionò altre otto, oggi distribuite presso i più noti poli museali statunitensi (Indiana Università Art Museum, San Francisco Museum of Modern Art, Philadelphia Museum of Art, National Gallery of Canada) ed europei (Centre Pompidou, Scottish National Gallery of Modern Art, Tate Modern).

L’Orinatoio di Duchamp

Come già scritto in precedenza, l’opera è un ready made e nasconde una filosofia profonda: nega l’arte in quanto attività manuale in favore di una nuova identità per l’opera. Infatti ciò che rende un artista tale non è l’abilità di manipolare la materia, ma la sua capacità di creare nuovi significati. 

Nel caso di quest’opera, un semplice orinatoio, orientato in maniera diversa e autografato, distaccato dalla funzione originaria per cui è stato prodotto, è diventato un mero oggetto artistico che rompe il classico approccio formale ed estetico.

Stando al parere dei critici, il concettualismo del ready made sembrerebbe stridere anche con la figura dell’artista: difatti, se bastasse prendere un prodotto preconfezionato, già pronto, e porlo in un museo, tempio dell’Arte e del suo Creatore, questo porterebbe ad intaccare la realizzazione dell’opera stessa.

Al di là delle critiche, resta comunque da dire che, Duchamp con l’invenzione del ready made ha pienamente gettato le basi della nuova produzione artistica novecentesca, che da lì a poco sarà ulteriormente rinnovata dalle successive generazioni di artisti.

Antonella Buttazzo per L’isola di Omero

Luci ed ombre del Salvator Mundi di Leonardo da Vinci

Molto poco sappiamo del Salvator Mundi

Salvator mundi (Leonardo) - Wikipedia
Salvato Mundi, Leonardo da Vinci (1490-1519 circa, Collezione privata, Abu Dhabi).

Leonardo dipinge Cristo a mezzo busto mentre leva la mano destra per benedire e nella sinistra tiene il globo, simbolo del suo potere universale. Attorno a lui è tutto buio e non si vede nulla. Sembra quasi che stia spuntando dalle tenebre. Questo contrasto è reso alla perfezione con la celebre tecnica dello sfumato tipica di da Vinci. Il fatto che Cristo sia in un ambiente vuoto potrebbe avere un significato. È come se volesse dimostrare che non vuole essere venerato o riverito. Vuole donare il bene al mondo senza chiedere nulla in cambio. Leonardo ci mostra un Cristo giovane. Ha dei lunghi capelli ricci che cadono sulle spalle. I suoi occhi, però, sono un po’ strani. A differenza di altri celebri personaggi dipinti da Leonardo, Gesù ha uno sguardo spento, non c’è luminosità e le palpebre sono troppo scure. Sembra quasi che sia stanco.

Forse l’opera fu realizzata per il re francese Luigi XII. Il lavoro rimase in Francia per molti anni, fino a quando Luigi XIV decise di inviarlo in Inghilterra come dono in occasione del matrimonio tra Henriette-Marie di Borbone e Carlo I. E questo spiega il perché nel 1650 si trovava nella collezione di Carlo I d’Inghilterra. 

Il 9 novembre 2011 si dà inizio ad un processo di restauro da parte di alcuni esperti dalla National Gallery. Terminato il restauro, saltano fuori colori di una qualità incredibile visti soltanto in altri capolavori di Leonardo da Vinci, come ne La Vergine delle rocce.

Leonardo e la botanica: un filo verde sospeso tra arte e scienza ...
La Vergine delle rocce (1483–1485, Museo del Louvre) , Leonardo da Vinci.

Il 15 novembre 2017 la tela è venduta all’asta per 400 milioni di dollari e se l’aggiudica il Dipartimento di Cultura e Turismo di Abu Dhabi. Attualmente è in un luogo sconosciuto, sperando che verrà in futuro esposta al Louvre Abu Dhabi.

Rosa Araneo per L’isola di Omero

L’incubo di Henrich Füssli: l’artista che ha esplorato il mondo dei sogni

Uno sfondo buio, un drappo al centro dal quale fa capolino l’inquietante muso di un cavallo bianco. Un letto disfatto e una giovane donna addormentata con qualcosa che le grava sopra: è L’Incubo di Johann Henrich Füssli, il più celebre e controverso olio su tela del 1782 conservato ora al Goethe Museum di Francoforte.

Nel corso dei secoli sono stati molti i lavori che hanno fatto discutere la critica per via dei soggetti rappresentati. Molti di questi non sono stati compresi ed apprezzati immediatamente e, anzi, ci sono voluti anni prima che venissero rivalutati ed ammirati nella loro reale bellezza. Qualcosa di molto simile è accaduto all’opera sopra menzionata il cui titolo originale è The Nightmare composto da night (notte) e mare (cavallina) perché, secondo antiche leggende popolari, l’incubo non è che un piccolo mostro che cavalca nella notte una giumenta per andare a tormentare il sonno delle fanciulle. Il nome di questa creatura grottesca è, difatti, incubus (dal latino incubare, giacere sopra) che, di notte, si siede sul petto della persona dormiente dandole un senso di oppressione e condannandola ad un sonno tormentato.

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L’incubo di Henrich Füssli.

La scena è ambientata in una tetra camera da letto. In primo piano, una figura femminile rovesciata sul letto in una posa innaturale che le conferisce un aspetto esanime. La posizione delle braccia e la testa reclinata, più che un’aria addormentata, le donano un’espressione di perdita di coscienza. Sul suo stomaco è seduto un mostro grottesco, personificazione dell’incubo, con le orecchie a punta e il sorriso sinistro, che ammicca ghignante verso lo spettatore. In secondo piano, da una tenda cremisi come quella di un sipario teatrale, spunta una cavalla spettrale, con inquietanti occhi bianchi e vacui, che rappresenta la portatrice dei sogni. Füssli colloca nello stesso spazio compositivo sia il soggetto che sogna, sia il suo incubo, sia infine il portatore dell’incubo medesimo. I colori cupi, dalle tinte irreali e dai forti contrasti, amplificano l’immagine visionaria dell’incubo. La donna, con la sua lunga camicia bianca e la pelle d’avorio, è l’oggetto più illuminato, mentre la cavalla, investita da un bagliore sinistro, è circondata da un alone nebbioso.

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Particolare della giumenta presente nel dipinto.

È percepibile una tensione sensuale nel corpo della ragazza: nel rapporto tra la sua pura e chiara giovinezza e l’orrendo mostro che la tormenta. La riproduzione dei recessi più misteriosi della psiche umana attraverso il simbolismo dell’artista è un mondo irreale e fantastico, popolato da figure legate al mito e alla fiaba, dalle cui ombre emergono i turbamenti e i desideri proibiti, i demoni della parte più oscura e profonda dell’animo umano e di un’epoca storica, intrisi di violenza e istinti brutali.

La pittura di Füssli manifesta un forte conflitto tra impulsi irrazionalistici e aspirazioni illuministico-razionali. Le sue sono immagini istantanee, circondate dalla luce che squarcia il buio all’improvviso, sorprende i personaggi e li assorbe di un alone di mistero. Tutta la sua opera sarà caratterizzata dalla ricerca del sublime, teorizzato nel 1756 da Burke, in opposizione al sentimento del bello. Il sublime non nasce dal piacere della misura, dell’ordine e della forma bella dell’oggetto, ma ha la sua origine nei sentimenti di terrore, di sgomento, di smarrimento suscitati dalla dismisura, da “tutto ciò che è terribile o riguarda cose terribili”.

L’Incubo, in sostanza, è una finestra sulla parte più oscura e irrazionale della mente umana: in un momento in cui dilaga la razionalità, Füssli porta in superficie gli impulsi più inspiegabili che sottostanno al meccanismo onirico, pur mantenendo una salda struttura compositiva a piramide, facilmente ricollegabile all’esigenza di ritorno all’ordine dell’epoca.

Alessia Amato per L’isola di Omero

Simone Martini: dall’arte senese al gotico internazionale d’oltralpe

Nel XIV secolo Firenze e Siena sono i centri artistici dominanti. Mentre il fiorentino Giotto si dedica alle ricerche di forma e spazio, il senese Simone Martini esalta il ritmo della linea e la raffinatezza dei colori aprendosi alle novità dell’arte gotica. Per merito di Simone, il nuovo stile della pittura senese raggiungerà molte città d’Italia e si spingerà fino ad Avignone, dove il suo linguaggio diverrà la radice del gotico internazionale. 

Le prime testimonianze sull’attività di Simone Martini risalgono al 1315, anno in cui firma la Maestà ad affresco nella sala del Mappamondo del Palazzo Pubblico di Siena. Deriva da Giotto la volumetria della corte celeste disposta per linee oblique, raffigurate sotto un baldacchino che accresce l’illusione della profondità. Il contatto con gli orafi suggerisce a Simone alcune sperimentazioni: l’affresco si arricchisce di stesure a secco, dell’utilizzo di stampini a fiori per le aureole e soprattutto della punzonatura, una tecnica che permette di incidere motivi decorativi sui fondi, nelle aureole o nelle vesti attraverso un’asta in metallo. Per la prima volta in un affresco italiano compaiono ricchi inserti polimaterici: applicazioni in metallo, lamine dorate, un cristallo di rocca e vetri églomisés.

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Madonna dell’Umiltà, Simone Martini

Nel 1336 Simone si trasferisce ad Avignone e qui, su commissione del cardinale Jacopo Stefaneschi, affresca l’atrio della chiesa di Notre-Dame des Doms dove, per la prima volta, si incontra l’iconografia della Madonna dell’Umiltà, in cui la Vergine è raffigurata non più sul trono ma seduta per terra mentre allatta il figlio. L’ambiente cosmopolita di Avignone favorisce i legami tra artisti, letterati, umanisti e teologi. Per l’amico Francesco Petrarca, Simone realizza il ritratto di Laura, oggi perduto, di cui abbiamo notizia in due sonetti del Canzoniere e una Allegoria Virgiliana miniata a piena pagina su di un codice di Petrarca con le opere di Virgilio commentate da Servio. 

Rosa Araneo per L’isola di Omero

Il regalo di Banksy per San Valentino: a Bristol compare il cuore infranto di Cupido

A Bristol, nella città che ha dato i natali al celebre artista inglese, nella notte del 13 febbraio è comparsa un’opera ispirata a San Valentino.

Il graffito si trova sul muro di un edificio nella zona di Barton Hill, e allude proprio alla festa degli innamorati.

L’opera mostra una ragazzina che tiene con una mano la fionda da cui è appena partito un colpo, mentre l’altra mano è posizionata dietro la schiena nell’atto di lanciarlo.

Seguendo visivamente la traiettoria si arriva ad un’esplosione di colore, probabilmente il sangue del povero Cupido, fatto con foglie e fiori di plastica rossa.

L’opera di Banksy apparsa nella notte del 13 febbraio a Bristol, in Inghilterra

Chi è veramente il famoso street artist?

Banksy è considerato uno dei maggiori esponenti della street art.

Le sue opere, con tagli ironici e satirici, trovano espressione nella dimensione stradale e pubblica dello spazio urbano, e trattano tematiche quali le assurdità della società occidentale, la manipolazione mediatica, l’omologazione, le atrocità della guerra, l’inquinamento, lo sfruttamento minorile, la brutalità della repressione poliziesca.

I suoi stencil sono diretti e accessibili a tutti.

L’identità di Banksy è ancora avvolta nel mistero, nonostante le sue opere di street art siano diventate famose in tutto il mondo: dalla bambina col palloncino, al lanciatore di fiori, fino al bacio tra due poliziotti.

Secondo le ipotesi più accreditate, Banksy sarebbe in realtà Robert del Naja, componente del gruppo Massive Attack.

La teoria ha preso sempre più peso grazie al confronto tra le date dei concerti della band con la comparsa delle opere nelle varie città.

Simona Lamarmora per L’isola di Omero

“C’era una volta Sergio Leone”: il magnifico regista in mostra a Roma

Dal 17 dicembre 2019 e fino al 3 maggio 2020 la capitale d’Italia celebra, al Museo dell’Ara Pacis, uno dei maestri più illustri del cinema italiano.

La mostra, intitolata C’era una volta Sergio Leone, è nata grazie alla collaborazione con due istituzioni di altissimo rilievo come la Cinémathèque Française e Cineteca di Bologna.

La rassegna arriva in Italia dopo il successo dello scorso anno a Parigi.

I visitatori sono “catapultati” nello studio del regista, dove ci sono i suoi cimeli e la sua libreria; è possibile ammirare anche modellini, bozzetti, oggetti di scena e fotografie speciali che raccontano la sua vita.

L’esposizione è suddivisa in varie sezioni: Cittadino del cinema, Le fonti dell’immaginario, Laboratorio Leone, C’era una volta in America, Leningrado e oltre, dedicata all’ultimo progetto incompiuto, L’eredità Leone.

Per chi non lo conoscesse, Sergio Leone nasce il 3 gennaio del 1929 a Roma, e inizia a frequentare l’ambiente cinematografico molto presto. Già nel 1941, ad appena dodici anni, vede in azione il padre (il regista Vincenzo Leone, alias Roberto Roberti) sul set di La bocca sulla strada e si cimenta come comparsa. Nel 1948 è nel film Ladri di biciclette di Vittorio De Sica.

Particolarmente noto per i suoi film del genere spaghetti-western, durante il suo percorso artistico Leone attraversa il peplum (filone cinematografico storico-mitologico), riscrive letteralmente il western e trova la massima realizzazione nel film C’era una volta in America.

Osannato da grandi registi come Quentin Tarantino e Stanley Kubrick, è fonte di ispirazione per molti altri.

La locandina della mostra “C’era una volta Sergio Leone”

Info orari e biglietti

Orari: tutti i giorni dalle 9.30 alle 19.30 (la biglietteria chiude un’ora prima)

Biglietti solo mostra:

  • € 11,00 biglietto intero
  • € 9,00 biglietto ridotto
  • € 4,00 biglietto speciale scuola ed alunno (ingresso gratuito ad un docente accompagnatore ogni 10 alunni)
  • € 22,00 biglietto speciale Famiglie (2 adulti più figli al di sotto di 18 anni)

Biglietti integrati mostra + Museo dell’Ara Pacis:

  • € 17,00 intero non residenti – € 16,00 per residenti
  • € 13,00 ridotto non residenti – € 12,00 per residenti

Ingresso gratuito per le categorie previste dalla tariffazione vigente.

Simona Lamarmora per L’isola di Omero

Bronzi di Riace, tra fascino e mistero. La loro storia come un enigma da risolvere

È il 16 agosto 1972 quando un chimico romano, Stefano Mariottini, si reca a Riace in Calabria per inseguire la sua più grande passione: fare immersioni. Cercava scogli isolati dove poter fare pesca subacquea e ne trovò un gruppo circolare con della sabbia al centro. Lì, a circa 300 metri dal litorale e a quasi 100 metri di profondità, la sua attenzione fu catturata da un qualcosa di simile ad una spalla. Una spalla di bronzo appartenente ad una statua la quale, insieme ad una seconda ritrovata nelle immediate vicinanze, venne recuperata dai carabinieri sommozzatori del nucleo di Messina cinque giorni dopo e che sarebbe stata la protagonista di uno tra i ritrovamenti più straordinari del XX secolo.

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Sulla destra: Stefano Mariottini durante il ritrovamento.

Molto si è detto e si continua a dire sui meravigliosi Bronzi di Riace, databili intorno al V secolo a.C, veri e propri capolavori di arte greca. C’è chi sostiene che, in origine, le statue fossero più di due: almeno sette, come i Sette contro Tebe e, uno dei quali, rappresenterebbe Polinice figlio di Edipo che non venne sepolto perché traditore della patria. C’è chi sospetta che quella statua sia stata trafugata e finita in qualche collezione privata. Leggende e credenze popolari che accrescono il mistero aleggiante intorno al ritrovamento.

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I due Bronzi di Riace.

Le due statue – denominate “A” e “B” e ribattezzate a Reggio Calabria come “il giovane” e “il vecchio”– sono alte rispettivamente 1,98 e 1,97 m ed il loro peso, originariamente di 400 kg, è attualmente diminuito a circa 160 kg, grazie alla rimozione della terra di fusione.

Dopo il recupero, le statue vennero avviate al primo restauro che fu realizzato tra il 1975 ed il 1980 a Firenze. Si trattò della pulizia e conservazione delle superfici esterne ed un primo tentativo di svuotamento della terra di fusione posta all’interno delle statue. La rimozione della terra di fusione fu in realtà effettuata in seguito nel laboratorio di restauro del Museo di Reggio e conclusa solo nell’ultimo restauro tra gli anni 2010 e 2013 presso la sede del Consiglio Regionale della Calabria, a Palazzo Campanella.

Il primo colpisce per i suoi ricci definiti, le ciglia, gli occhi e i denti che emergono tra le labbra appena dischiuse. Il secondo è quello che ha attratto maggiormente gli studiosi per via del movimento del busto più plastico e morbido, opera di un’artista superiore. Non in molti sanno che un’ipotesi avvalorata dagli esperti afferma che i Bronzi avessero labbra rosso fuoco.

Il luogo comune vuole le statue monocromatiche mentre, l’analisi chimica, ha rilevato tracce di trattamenti allo zolfo che venivano utilzzati per modificare il colore del materiale originario su cui si inserivano elementi decorativi e bitume come legante.

Perfetti, maestosi, imponenti i bronzi incarnano l’ideale della bellezza e della forza. Nonostante i numerosi studi internazionali, la loro storia è ancora un’enigma da risolvere.

Alessia Amato per L’isola di Omero

Il vaso di Pandora: il simbolo mitologico di tutti i mali del mondo

Nella cultura di massa l’espressione ‘vaso di Pandora’ viene usata come una metafora, per riferirsi all’improvvisa scoperta di un problema o di un male nascosto che una volta emerso non è più possibile celare.

Ne “Le opere e i giorni”, un poema dello scrittore Esiodo, si narra che Zeus donò a Pandora un vaso contenente tutti i mali del mondo, con la raccomandazione di custodirlo e di non aprirlo per nessuna ragione.

Ma la sua forte curiosità la spinse a dischiuderlo, e da quel momento tutti i mali si diffusero sull’umanità; in fondo al vaso rimase solo la “speranza”. Da qui deriverebbe anche il detto ‘La speranza è l’ultima a morire’.

Vari sono i miti che narrano l’episodio del vaso di Pandora, ma il suo significato simbolico rimane sempre lo stesso.

Pandora e il vaso

Il mito

Zeus, capo degli dei, in seguito alla spartizione delle carni di un bue sacrificato, donato ai mortali invece che agli dei, decide di togliere agli uomini le loro sorgenti di vita, tra cui il fuoco, condannandoli al duro lavoro e al sacrificio.

Il titano Prometeo, un eroe che possiede il coraggio e l’abilità di sfidare gli dei, ruba con l’inganno il fuoco (simbolo di conoscenza) a Zeus per donarlo all’umanità, in modo da rendere gli esseri umani più responsabili e indipendenti rispetto agli dei, i quali erano considerati tiranni capricciosi.

Così Zeus, scoperta la colpevolezza di Prometeo lo punisce, lo incatena ad una rupe, con lacci inestricabili, e dispone che ogni giorno un’aquila gli divori il fegato, che poi ricresce.

Prometeo viene torturato

Per punire gli uomini invece, ordina ad Efesto di dar vita a una figura simile esteticamente alle dee immortali. La creatura viene resa bellissima da Afrodite, Era le insegna le arti manuali ed Apollo la musica, e oltretutto possiede ogni sorta di virtù, tra cui astuzia e curiosità; ma allo stesso tempo viene creata con un’indole ingannatrice.

Il suo nome è Pandora, cioè colei che tutti gli dei hanno portato in dono, e rappresenta l’archetipo di tutte le donne. Infatti, nonostante nei testi greci non ci sia un’esplicita menzione, si narra che nel mondo primordiale l’umanità fosse formata solo da maschi.


Successivamente Ermes viene incaricato da Zeus di condurla da Epimeteo, fratello di Prometeo, insieme al dono di un vaso.

Egli cade nella trappola architettata dagli dei, si lascia sedurre, ignorando le raccomandazioni del fratello di non accettare nessun regalo da Zeus, e la sposa. Si accorgerà poi dell’inganno quando sarà troppo tardi.

Pandora, infatti, non resistendo più alla curiosità, apre il vaso; in quel momento, ogni sorta di doloroso affanno (vecchiaia, gelosia, vizi, menzogna, odio, malattia) si riversa sul genere umano , condannandolo ad una vita di sofferenze.

Ma la speranza, rimasta precedentemente sul fondo del vaso, alla fine esce.

Simona Lamarmora per L’isola di Omero