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Luci ed ombre del Salvator Mundi di Leonardo da Vinci

Molto poco sappiamo del Salvator Mundi

Salvator mundi (Leonardo) - Wikipedia
Salvato Mundi, Leonardo da Vinci (1490-1519 circa, Collezione privata, Abu Dhabi).

Leonardo dipinge Cristo a mezzo busto mentre leva la mano destra per benedire e nella sinistra tiene il globo, simbolo del suo potere universale. Attorno a lui è tutto buio e non si vede nulla. Sembra quasi che stia spuntando dalle tenebre. Questo contrasto è reso alla perfezione con la celebre tecnica dello sfumato tipica di da Vinci. Il fatto che Cristo sia in un ambiente vuoto potrebbe avere un significato. È come se volesse dimostrare che non vuole essere venerato o riverito. Vuole donare il bene al mondo senza chiedere nulla in cambio. Leonardo ci mostra un Cristo giovane. Ha dei lunghi capelli ricci che cadono sulle spalle. I suoi occhi, però, sono un po’ strani. A differenza di altri celebri personaggi dipinti da Leonardo, Gesù ha uno sguardo spento, non c’è luminosità e le palpebre sono troppo scure. Sembra quasi che sia stanco.

Forse l’opera fu realizzata per il re francese Luigi XII. Il lavoro rimase in Francia per molti anni, fino a quando Luigi XIV decise di inviarlo in Inghilterra come dono in occasione del matrimonio tra Henriette-Marie di Borbone e Carlo I. E questo spiega il perché nel 1650 si trovava nella collezione di Carlo I d’Inghilterra. 

Il 9 novembre 2011 si dà inizio ad un processo di restauro da parte di alcuni esperti dalla National Gallery. Terminato il restauro, saltano fuori colori di una qualità incredibile visti soltanto in altri capolavori di Leonardo da Vinci, come ne La Vergine delle rocce.

Leonardo e la botanica: un filo verde sospeso tra arte e scienza ...
La Vergine delle rocce (1483–1485, Museo del Louvre) , Leonardo da Vinci.

Il 15 novembre 2017 la tela è venduta all’asta per 400 milioni di dollari e se l’aggiudica il Dipartimento di Cultura e Turismo di Abu Dhabi. Attualmente è in un luogo sconosciuto, sperando che verrà in futuro esposta al Louvre Abu Dhabi.

Rosa Araneo per L’isola di Omero

L’incubo di Henrich Füssli: l’artista che ha esplorato il mondo dei sogni

Uno sfondo buio, un drappo al centro dal quale fa capolino l’inquietante muso di un cavallo bianco. Un letto disfatto e una giovane donna addormentata con qualcosa che le grava sopra: è L’Incubo di Johann Henrich Füssli, il più celebre e controverso olio su tela del 1782 conservato ora al Goethe Museum di Francoforte.

Nel corso dei secoli sono stati molti i lavori che hanno fatto discutere la critica per via dei soggetti rappresentati. Molti di questi non sono stati compresi ed apprezzati immediatamente e, anzi, ci sono voluti anni prima che venissero rivalutati ed ammirati nella loro reale bellezza. Qualcosa di molto simile è accaduto all’opera sopra menzionata il cui titolo originale è The Nightmare composto da night (notte) e mare (cavallina) perché, secondo antiche leggende popolari, l’incubo non è che un piccolo mostro che cavalca nella notte una giumenta per andare a tormentare il sonno delle fanciulle. Il nome di questa creatura grottesca è, difatti, incubus (dal latino incubare, giacere sopra) che, di notte, si siede sul petto della persona dormiente dandole un senso di oppressione e condannandola ad un sonno tormentato.

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L’incubo di Henrich Füssli.

La scena è ambientata in una tetra camera da letto. In primo piano, una figura femminile rovesciata sul letto in una posa innaturale che le conferisce un aspetto esanime. La posizione delle braccia e la testa reclinata, più che un’aria addormentata, le donano un’espressione di perdita di coscienza. Sul suo stomaco è seduto un mostro grottesco, personificazione dell’incubo, con le orecchie a punta e il sorriso sinistro, che ammicca ghignante verso lo spettatore. In secondo piano, da una tenda cremisi come quella di un sipario teatrale, spunta una cavalla spettrale, con inquietanti occhi bianchi e vacui, che rappresenta la portatrice dei sogni. Füssli colloca nello stesso spazio compositivo sia il soggetto che sogna, sia il suo incubo, sia infine il portatore dell’incubo medesimo. I colori cupi, dalle tinte irreali e dai forti contrasti, amplificano l’immagine visionaria dell’incubo. La donna, con la sua lunga camicia bianca e la pelle d’avorio, è l’oggetto più illuminato, mentre la cavalla, investita da un bagliore sinistro, è circondata da un alone nebbioso.

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Particolare della giumenta presente nel dipinto.

È percepibile una tensione sensuale nel corpo della ragazza: nel rapporto tra la sua pura e chiara giovinezza e l’orrendo mostro che la tormenta. La riproduzione dei recessi più misteriosi della psiche umana attraverso il simbolismo dell’artista è un mondo irreale e fantastico, popolato da figure legate al mito e alla fiaba, dalle cui ombre emergono i turbamenti e i desideri proibiti, i demoni della parte più oscura e profonda dell’animo umano e di un’epoca storica, intrisi di violenza e istinti brutali.

La pittura di Füssli manifesta un forte conflitto tra impulsi irrazionalistici e aspirazioni illuministico-razionali. Le sue sono immagini istantanee, circondate dalla luce che squarcia il buio all’improvviso, sorprende i personaggi e li assorbe di un alone di mistero. Tutta la sua opera sarà caratterizzata dalla ricerca del sublime, teorizzato nel 1756 da Burke, in opposizione al sentimento del bello. Il sublime non nasce dal piacere della misura, dell’ordine e della forma bella dell’oggetto, ma ha la sua origine nei sentimenti di terrore, di sgomento, di smarrimento suscitati dalla dismisura, da “tutto ciò che è terribile o riguarda cose terribili”.

L’Incubo, in sostanza, è una finestra sulla parte più oscura e irrazionale della mente umana: in un momento in cui dilaga la razionalità, Füssli porta in superficie gli impulsi più inspiegabili che sottostanno al meccanismo onirico, pur mantenendo una salda struttura compositiva a piramide, facilmente ricollegabile all’esigenza di ritorno all’ordine dell’epoca.

Alessia Amato per L’isola di Omero

Simone Martini: dall’arte senese al gotico internazionale d’oltralpe

Nel XIV secolo Firenze e Siena sono i centri artistici dominanti. Mentre il fiorentino Giotto si dedica alle ricerche di forma e spazio, il senese Simone Martini esalta il ritmo della linea e la raffinatezza dei colori aprendosi alle novità dell’arte gotica. Per merito di Simone, il nuovo stile della pittura senese raggiungerà molte città d’Italia e si spingerà fino ad Avignone, dove il suo linguaggio diverrà la radice del gotico internazionale. 

Le prime testimonianze sull’attività di Simone Martini risalgono al 1315, anno in cui firma la Maestà ad affresco nella sala del Mappamondo del Palazzo Pubblico di Siena. Deriva da Giotto la volumetria della corte celeste disposta per linee oblique, raffigurate sotto un baldacchino che accresce l’illusione della profondità. Il contatto con gli orafi suggerisce a Simone alcune sperimentazioni: l’affresco si arricchisce di stesure a secco, dell’utilizzo di stampini a fiori per le aureole e soprattutto della punzonatura, una tecnica che permette di incidere motivi decorativi sui fondi, nelle aureole o nelle vesti attraverso un’asta in metallo. Per la prima volta in un affresco italiano compaiono ricchi inserti polimaterici: applicazioni in metallo, lamine dorate, un cristallo di rocca e vetri églomisés.

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Madonna dell’Umiltà, Simone Martini

Nel 1336 Simone si trasferisce ad Avignone e qui, su commissione del cardinale Jacopo Stefaneschi, affresca l’atrio della chiesa di Notre-Dame des Doms dove, per la prima volta, si incontra l’iconografia della Madonna dell’Umiltà, in cui la Vergine è raffigurata non più sul trono ma seduta per terra mentre allatta il figlio. L’ambiente cosmopolita di Avignone favorisce i legami tra artisti, letterati, umanisti e teologi. Per l’amico Francesco Petrarca, Simone realizza il ritratto di Laura, oggi perduto, di cui abbiamo notizia in due sonetti del Canzoniere e una Allegoria Virgiliana miniata a piena pagina su di un codice di Petrarca con le opere di Virgilio commentate da Servio. 

Rosa Araneo per L’isola di Omero

Il regalo di Banksy per San Valentino: a Bristol compare il cuore infranto di Cupido

A Bristol, nella città che ha dato i natali al celebre artista inglese, nella notte del 13 febbraio è comparsa un’opera ispirata a San Valentino.

Il graffito si trova sul muro di un edificio nella zona di Barton Hill, e allude proprio alla festa degli innamorati.

L’opera mostra una ragazzina che tiene con una mano la fionda da cui è appena partito un colpo, mentre l’altra mano è posizionata dietro la schiena nell’atto di lanciarlo.

Seguendo visivamente la traiettoria si arriva ad un’esplosione di colore, probabilmente il sangue del povero Cupido, fatto con foglie e fiori di plastica rossa.

L’opera di Banksy apparsa nella notte del 13 febbraio a Bristol, in Inghilterra

Chi è veramente il famoso street artist?

Banksy è considerato uno dei maggiori esponenti della street art.

Le sue opere, con tagli ironici e satirici, trovano espressione nella dimensione stradale e pubblica dello spazio urbano, e trattano tematiche quali le assurdità della società occidentale, la manipolazione mediatica, l’omologazione, le atrocità della guerra, l’inquinamento, lo sfruttamento minorile, la brutalità della repressione poliziesca.

I suoi stencil sono diretti e accessibili a tutti.

L’identità di Banksy è ancora avvolta nel mistero, nonostante le sue opere di street art siano diventate famose in tutto il mondo: dalla bambina col palloncino, al lanciatore di fiori, fino al bacio tra due poliziotti.

Secondo le ipotesi più accreditate, Banksy sarebbe in realtà Robert del Naja, componente del gruppo Massive Attack.

La teoria ha preso sempre più peso grazie al confronto tra le date dei concerti della band con la comparsa delle opere nelle varie città.

Simona Lamarmora per L’isola di Omero

“C’era una volta Sergio Leone”: il magnifico regista in mostra a Roma

Dal 17 dicembre 2019 e fino al 3 maggio 2020 la capitale d’Italia celebra, al Museo dell’Ara Pacis, uno dei maestri più illustri del cinema italiano.

La mostra, intitolata C’era una volta Sergio Leone, è nata grazie alla collaborazione con due istituzioni di altissimo rilievo come la Cinémathèque Française e Cineteca di Bologna.

La rassegna arriva in Italia dopo il successo dello scorso anno a Parigi.

I visitatori sono “catapultati” nello studio del regista, dove ci sono i suoi cimeli e la sua libreria; è possibile ammirare anche modellini, bozzetti, oggetti di scena e fotografie speciali che raccontano la sua vita.

L’esposizione è suddivisa in varie sezioni: Cittadino del cinema, Le fonti dell’immaginario, Laboratorio Leone, C’era una volta in America, Leningrado e oltre, dedicata all’ultimo progetto incompiuto, L’eredità Leone.

Per chi non lo conoscesse, Sergio Leone nasce il 3 gennaio del 1929 a Roma, e inizia a frequentare l’ambiente cinematografico molto presto. Già nel 1941, ad appena dodici anni, vede in azione il padre (il regista Vincenzo Leone, alias Roberto Roberti) sul set di La bocca sulla strada e si cimenta come comparsa. Nel 1948 è nel film Ladri di biciclette di Vittorio De Sica.

Particolarmente noto per i suoi film del genere spaghetti-western, durante il suo percorso artistico Leone attraversa il peplum (filone cinematografico storico-mitologico), riscrive letteralmente il western e trova la massima realizzazione nel film C’era una volta in America.

Osannato da grandi registi come Quentin Tarantino e Stanley Kubrick, è fonte di ispirazione per molti altri.

La locandina della mostra “C’era una volta Sergio Leone”

Info orari e biglietti

Orari: tutti i giorni dalle 9.30 alle 19.30 (la biglietteria chiude un’ora prima)

Biglietti solo mostra:

  • € 11,00 biglietto intero
  • € 9,00 biglietto ridotto
  • € 4,00 biglietto speciale scuola ed alunno (ingresso gratuito ad un docente accompagnatore ogni 10 alunni)
  • € 22,00 biglietto speciale Famiglie (2 adulti più figli al di sotto di 18 anni)

Biglietti integrati mostra + Museo dell’Ara Pacis:

  • € 17,00 intero non residenti – € 16,00 per residenti
  • € 13,00 ridotto non residenti – € 12,00 per residenti

Ingresso gratuito per le categorie previste dalla tariffazione vigente.

Simona Lamarmora per L’isola di Omero

Bronzi di Riace, tra fascino e mistero. La loro storia come un enigma da risolvere

È il 16 agosto 1972 quando un chimico romano, Stefano Mariottini, si reca a Riace in Calabria per inseguire la sua più grande passione: fare immersioni. Cercava scogli isolati dove poter fare pesca subacquea e ne trovò un gruppo circolare con della sabbia al centro. Lì, a circa 300 metri dal litorale e a quasi 100 metri di profondità, la sua attenzione fu catturata da un qualcosa di simile ad una spalla. Una spalla di bronzo appartenente ad una statua la quale, insieme ad una seconda ritrovata nelle immediate vicinanze, venne recuperata dai carabinieri sommozzatori del nucleo di Messina cinque giorni dopo e che sarebbe stata la protagonista di uno tra i ritrovamenti più straordinari del XX secolo.

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Sulla destra: Stefano Mariottini durante il ritrovamento.

Molto si è detto e si continua a dire sui meravigliosi Bronzi di Riace, databili intorno al V secolo a.C, veri e propri capolavori di arte greca. C’è chi sostiene che, in origine, le statue fossero più di due: almeno sette, come i Sette contro Tebe e, uno dei quali, rappresenterebbe Polinice figlio di Edipo che non venne sepolto perché traditore della patria. C’è chi sospetta che quella statua sia stata trafugata e finita in qualche collezione privata. Leggende e credenze popolari che accrescono il mistero aleggiante intorno al ritrovamento.

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I due Bronzi di Riace.

Le due statue – denominate “A” e “B” e ribattezzate a Reggio Calabria come “il giovane” e “il vecchio”– sono alte rispettivamente 1,98 e 1,97 m ed il loro peso, originariamente di 400 kg, è attualmente diminuito a circa 160 kg, grazie alla rimozione della terra di fusione.

Dopo il recupero, le statue vennero avviate al primo restauro che fu realizzato tra il 1975 ed il 1980 a Firenze. Si trattò della pulizia e conservazione delle superfici esterne ed un primo tentativo di svuotamento della terra di fusione posta all’interno delle statue. La rimozione della terra di fusione fu in realtà effettuata in seguito nel laboratorio di restauro del Museo di Reggio e conclusa solo nell’ultimo restauro tra gli anni 2010 e 2013 presso la sede del Consiglio Regionale della Calabria, a Palazzo Campanella.

Il primo colpisce per i suoi ricci definiti, le ciglia, gli occhi e i denti che emergono tra le labbra appena dischiuse. Il secondo è quello che ha attratto maggiormente gli studiosi per via del movimento del busto più plastico e morbido, opera di un’artista superiore. Non in molti sanno che un’ipotesi avvalorata dagli esperti afferma che i Bronzi avessero labbra rosso fuoco.

Il luogo comune vuole le statue monocromatiche mentre, l’analisi chimica, ha rilevato tracce di trattamenti allo zolfo che venivano utilzzati per modificare il colore del materiale originario su cui si inserivano elementi decorativi e bitume come legante.

Perfetti, maestosi, imponenti i bronzi incarnano l’ideale della bellezza e della forza. Nonostante i numerosi studi internazionali, la loro storia è ancora un’enigma da risolvere.

Alessia Amato per L’isola di Omero

Il vaso di Pandora: il simbolo mitologico di tutti i mali del mondo

Nella cultura di massa l’espressione ‘vaso di Pandora’ viene usata come una metafora, per riferirsi all’improvvisa scoperta di un problema o di un male nascosto che una volta emerso non è più possibile celare.

Ne “Le opere e i giorni”, un poema dello scrittore Esiodo, si narra che Zeus donò a Pandora un vaso contenente tutti i mali del mondo, con la raccomandazione di custodirlo e di non aprirlo per nessuna ragione.

Ma la sua forte curiosità la spinse a dischiuderlo, e da quel momento tutti i mali si diffusero sull’umanità; in fondo al vaso rimase solo la “speranza”. Da qui deriverebbe anche il detto ‘La speranza è l’ultima a morire’.

Vari sono i miti che narrano l’episodio del vaso di Pandora, ma il suo significato simbolico rimane sempre lo stesso.

Pandora e il vaso

Il mito

Zeus, capo degli dei, in seguito alla spartizione delle carni di un bue sacrificato, donato ai mortali invece che agli dei, decide di togliere agli uomini le loro sorgenti di vita, tra cui il fuoco, condannandoli al duro lavoro e al sacrificio.

Il titano Prometeo, un eroe che possiede il coraggio e l’abilità di sfidare gli dei, ruba con l’inganno il fuoco (simbolo di conoscenza) a Zeus per donarlo all’umanità, in modo da rendere gli esseri umani più responsabili e indipendenti rispetto agli dei, i quali erano considerati tiranni capricciosi.

Così Zeus, scoperta la colpevolezza di Prometeo lo punisce, lo incatena ad una rupe, con lacci inestricabili, e dispone che ogni giorno un’aquila gli divori il fegato, che poi ricresce.

Prometeo viene torturato

Per punire gli uomini invece, ordina ad Efesto di dar vita a una figura simile esteticamente alle dee immortali. La creatura viene resa bellissima da Afrodite, Era le insegna le arti manuali ed Apollo la musica, e oltretutto possiede ogni sorta di virtù, tra cui astuzia e curiosità; ma allo stesso tempo viene creata con un’indole ingannatrice.

Il suo nome è Pandora, cioè colei che tutti gli dei hanno portato in dono, e rappresenta l’archetipo di tutte le donne. Infatti, nonostante nei testi greci non ci sia un’esplicita menzione, si narra che nel mondo primordiale l’umanità fosse formata solo da maschi.


Successivamente Ermes viene incaricato da Zeus di condurla da Epimeteo, fratello di Prometeo, insieme al dono di un vaso.

Egli cade nella trappola architettata dagli dei, si lascia sedurre, ignorando le raccomandazioni del fratello di non accettare nessun regalo da Zeus, e la sposa. Si accorgerà poi dell’inganno quando sarà troppo tardi.

Pandora, infatti, non resistendo più alla curiosità, apre il vaso; in quel momento, ogni sorta di doloroso affanno (vecchiaia, gelosia, vizi, menzogna, odio, malattia) si riversa sul genere umano , condannandolo ad una vita di sofferenze.

Ma la speranza, rimasta precedentemente sul fondo del vaso, alla fine esce.

Simona Lamarmora per L’isola di Omero

Santo Stefano: il Protomartire della storia cristiana

Secondo quanto leggiamo nel Nuovo Testamento Santo Stefano fu il primo martire della storia del Cristianesimo, cioè il primo cristiano ad essere accusato di blasfemia e lapidato a causa della fede religiosa tra il 33 e il 36 d.C.

Santo Stefano

La Chiesa cattolica lo festeggia il 26 dicembre, insieme a parte delle Chiese protestanti; la data è vicina a quella del Natale perché simbolicamente i martiri, i primi a testimoniare la parola di Dio attraverso il loro sacrificio, sono vicini a Cristo. Gli ortodossi invece lo festeggiano il 27 dicembre.

Il giorno di Santo Stefano è una festa nazionale in Austria, Croazia, Danimarca, Germania, Irlanda, Italia, Città del Vaticano, San Marino, Romania, Francia e Svizzera italiana.

È considerato il santo protettore dei diaconi e dei fornai; i suoi simboli sono le palme e le pietre.

Le origini

Le sue origini non sono note, ma si pensa a lui come ad un ebreo istruito secondo la cultura greca, che viveva a Gerusalemme. Fu contemporaneo di Gesù e gli apostoli (diretti discepoli di Gesù) lo scelsero come uno dei primi 7 diaconi; eletti per aiutare nella diffusione del Vangelo, provvedevano anche ai bisogni dei fedeli, in particolare orfani e vedove.

Ma ben presto venne preso di mira da coloro che non tolleravano i cristiani.

Questi ultimi non seppero tenere testa alla sua arte oratoria, e quindi attraverso false testimonianze lo accusarono di blasfemia e chiesero la sua morte davanti al Sinedrio, il supremo Consiglio dei Giudei.

Si dedicava alla predicazione, diffondeva la fede per convertire gli ebrei che giungevano a Gerusalemme, e proprio per questo attirò l’attenzione.

Prima che il Sinedrio emettesse la sua sentenza, il popolo lo trascinò fuori dalla città, e lì fu lapidato.

Santo Stefano Martire, Carlo Crivelli, 1476

Nel Vangelo si narra che accolse la morte con serenità, invocando il Signore ad accogliere la sua anima.

Nel Testo Sacro viene descritto come un uomo pieno di fede e Spirito Santo

Le reliquie

Dopo la sua morte, la storia delle sue reliquie divenne una leggenda. Il 3 dicembre del 415, Luciano di Kefar-Gamba, un sacerdote, lo ebbe in sogno; gli apparve con una lunga barba bianca e con in mano una bacchetta d’oro con la quale lo toccò chiamandolo tre volte per nome, svelando come lui e i suoi compagni si ritrovavano sepolti senza onore.

Con l’accordo del vescovo di Gerusalemme, iniziarono gli scavi. Da qui in poi iniziò la proliferazione delle reliquie, a testimonianza del grande culto tributato in tutta la cristianità al protomartire santo Stefano, già veneratissimo prima ancora del ritrovamento delle reliquie nel 415.
Chiese, basiliche e cappelle in suo onore sorsero dappertutto. In Italia ci sono 14 Comuni che portano il suo nome.

Santo Stefano nell’arte

Lapidazione di Santo Stefano, di Giorgio Vasari

Nell’iconografia che precede la Controriforma viene rappresentato con i sassi, sia sulla testa che sulle spalle.

Dopo il Concilio di Trento la sua immagine cambia, venne rappresentato come un giovane che tiene in mano la palma del martirio e con i sassi vicino ai piedi.

Nel Cinquecento iniziano ad essere dipinte anche le scene del martirio.

Simona Lamarmora per L’isola di Omero

La maga Circe: la spietata seduttrice ammaliante

La maga Circe era una semidea in quanto, secondo la mitologia greca, ella fu generata da Elio, il Sole, e dalla ninfa Perseide.

Circe compare per la prima volta nell’Odissea come abitante della favolosa isola di Eea (l’aurora). Quest’ultima è identificata con l’attuale promontorio del Circeo, perché probabilmente vedendolo da Gaeta o Sperlonga esso può assumere proprio le sembianze di un’isola. Alcuni storici hanno ipotizzato che la residenza della maga fosse l’acropoli di Terracina, ed altri ancora invece l’isola di Ponza.

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L’isola di Ponza era il lugo in cui risiedeva la maga Circe.

Secondo il racconto de l’Odissea di Omero, Circe era dotata di una folta chioma riccia raccolta in lunghe trecce. Ella ammaliava gli uomini con il suo canto, e successivamente gli accoglieva a mensa offrendoli cibo in abbondanza e bevande avvelenate. Dopo averli colpiti con un bastone li trasformava in maiali.

Tra le sue ”vittime” vi furono alcuni compagni di Ulisse, il celebre eroe acheo descritto da Omero nelle sue opere.

Proprio Ulisse, invece, ricevette un’erba magica, il Moly, offertagli dal dio Mercurio che lo avrebbe reso immune dalle seduzioni della maga.

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Raffigurazione di Ulisse, la maga e i maiali.

Da questa resistenza fu Circe a ad innamorarsi del re di Itaca, e quindi restituì l’aspetto umano ai suoi compagni. Ulisse per ricambiare visse con la maga una storia d’amore dalla quale nacque un figlio, Telegono.

Ma dopo un anno i compagni del noto eroe lo convinsero a salutare Circe, e a lasciare l’isola puntando verso casa.

Cosimo Guarini per L’isola di Omero

Il Paradiso di Dante Alighieri: il culmine del viaggio del poeta

Il Paradiso dantesco si trova al di là dei nove celi dell’universo tolemaico, nell’immateriale Empireo.

I nove cieli costituiti da materia si dispongono concentricamente intorno alla Terra, immobile al centro del cosmo. I primi sette contengono i pianeti. Nell’ordine: la Luna, Mercurio, Venere, il Sole, Marte, Giove e Saturno. L’ottavo cielo contiene le stelle fisse. Il nono, il più grande, è il Cristallino o Primo Mobile. Esso muovendosi determina la rotazione delle altre sfere celesti secondo il desiderio di Dio.

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Illustrazione dei cieli danteschi.

Un decimo cielo è costituito dall’Empireo, formato non da materia ma dalla luce e dall’amore di Dio. Al suo interno i Beati sono disposti in seggi circolari su diverse file in ordine gerarchico.

Dante segue l’opinione dei Padri della Chiesa, che distinguono il Paradiso Celeste, vero e proprio Regno dei Cieli e sede del trono di Dio e dei Beati, dal Paradiso Terrestre, ovvero il giardino delle delizie in cui dio collocò Adamo (che nella Divina Commedia è ubicato sulla cima del monte del Purgatorio).

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Illustrazione I canto del Paradiso.

Raggiungere l’Empireo:

Partendo dalle terre emerse, che si trovano nell’emisfero settentrionale del Pianeta, l’Empireo viene raggiunto con un percorso verticale che scende verso il basso fino al centro della terra, procede agli antipodi del Purgatorio e spicca il volo attraversando i cieli. Qui Dante incontra le anime beate che eccezionalmente, e solo momentaneamente, si mostrano al poeta nel cielo del cui influsso avevano maggiormente risentito nella propria vita terrena. Per Dante l’influsso astrale concorre a determinare i moti dell’anima, ma la ragione e il libero volere sono in grado di vincerne il condizionamento.

Nel viaggio, il grande poeta ripercorre anche un ordine morale ed intellettuale. Ogni cielo e ogni grado di beatitudine è collegato all’esercizio di una virtù capitale. Nei primi tre cieli troviamo la temperanza, la prudenza, la fortezza, la giustizia, e l’esercizio della contemplazione.

Elemento pervasivo del Paradiso è la luce divina, simbolo dello spirito santo che raggiunge angeli e beati, concedendo loro la grazia della visione di Dio, collocato nel più alto dei cieli.

Cosimo Guarini per L’isola di Omero