Archivi categoria: Personaggi storici

Il Codice di Hammurabi: la più antica raccolta di leggi scritte della storia

Era l’inverno fra il 1901 e il 1902 quando, fra le rovine della città di Susa (capitale dell’antico Elam), l’archeologo Jaques de Morgan scoprì una delle più antiche e vaste raccolte di leggi scritte: il Codice di Hammurabi.

Il re babilonese Hammurabi

Hammurabi fu il re di Babilonia, e regnò dal 1792 al 1750 a.C. . In seguito a varie vittorie estese l’impero dal golfo Persico, attraverso la valle del Tigri e dell’Eufrate, sino alle coste del mar Mediterraneo. Fece di Babilonia la capitale del regno e, dopo aver consolidato le sue conquiste, difese le frontiere e garantì la prosperità dell’impero.

Il Codice

Le 282 disposizioni furono scolpite con caratteri cuneiformi su una stele di diorite nera, alta più di 2 metri.

Alla sommità troviamo il re in piedi, che venera il dio della giustizia, seduto sul trono. Il dio porge ad Hammurabi il codice delle leggi, considerate appunto di origine sacre.

La consegna del Codice di Hammurabi

La lingua con cui è stato scritto è quella accadica, parlata in Mesopotamia.

Dopo il prologo iniziale, troviamo i 282 articoli che riguardano varie categorie sociali e di reati, che comprendono anche rapporti familiari, commerciali ed economici, edilizia, regole per l’amministrazione del regno e giustizia.

La struttura del Codice

  1. I processi (1-5).
  2. Alcuni reati contro il patrimonio (6-26).
  3. La scomparsa della persona fisica (27-32).
  4. Alcuni reati propri dei militari (33-36).
  5. I diritti reali (37-65).
  6. Disposizioni perdute (66-99).
  7. Alcune disposizioni su obbligazioni e contratti (100-126).
  8. La calunnia (127).
  9. Rapporti familiari (128-195).
  10. Alcuni reati contro la persona (196-214) (qui sono contenute le notissime disposizioni sulla legge del taglione, come le nn. 196 e 200 sulle lesioni agli occhi e ai denti).
  11. Altre disposizioni su obbligazioni e contratti (215-282).
Alcuni dettagli del Codice

La legge del taglione

Oltre all’organicità normativa, il Codice di Hammurabi deve la sua fama anche alla codificazione della cosiddetta legge del taglione.

Essa prevedeva che la vittima di un danno poteva infliggere all’autore dello stesso un danno in egual misura (il cosiddetto “occhio per occhio”). Ma questa disposizione era applicata con un’equità diversa rispetto a quella attualmente conosciuta.

La civiltà mesopotamica, infatti, era suddivisa in classi. Alla sommità della piramide sociale vi erano gli awilu (“uomini civilizzati”), cioè i nobili e coloro che esercitavano funzioni politiche e di governo. Seguivano i mushkenu (“coloro che si sottomettono”), uomini semiliberi e senza proprietà. Ultimi nella gerarchia erano i wardu, ossia schiavi e servitori, che potevano essere acquistati e venduti.

La gravità della pena era legata allo status sociale del responsabile.

Perché è così importante?

Si parla di una delle prime raccolte organiche di leggi a noi pervenute, che esplicita il concetto giuridico della conoscibilità e della presunzione di conoscenza della legge. Per la prima volta nella storia del diritto, i comportamenti sanzionabili e le pene corrispondenti vengono resi noti a tutti.

All’avanguardia rispetto ai tempi più moderni è la suddivisione del testo in articoli: ogni disposizione normativa del codice, infatti, è numerata, il che ne consente il richiamo in modo facile.

Dove si trova?

La stele costituisce uno dei gioielli della collezione di Antichità orientali del Museo del Louvre, a Parigi. Al Pergamonmuseum di Berlino, invece, ne troviamo una copia.

Simona Lamarmora per L’isola di Omero

Autobiografia di uno scrittore: Diario d’inverno di Paul Auster

È il 1979 quando Paul Auster inaugura la sua brillante carriera di scrittore con L’invenzione della solitudine dedicato al rapporto con il padre scomparso. In Diario d’inverno egli prova a fare un bilancio della sua vita attraverso un’intima analisi della propria fisicità fino a toccare le profondità dell’animo.

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” Piaceri fisici e dolori fisici. I piaceri del sesso, innanzitutto, ma anche quelli del mangiare e del bere, di stare nudo in un bagno caldo, di grattarti un prurito, di starnutire e di scoreggiare, di stare a letto un’ora in più, di voltare la faccia verso il sole in un mite pomeriggio di tarda primavera o d’inizio estate a sentire il tepore posarsi sulla pelle. Quando sei perso, guardati intorno. Dubita di tutto e cancellalo. Hai una sola certezza: tu sei lì. Lo sei perché c’è il tuo corpo e tu sei il corpo. Il tuo corpo è lo spazio che hai attraversato, ma anche il tempo che ti ha reso ciò che sei. ”

Il tempo te lo porti scritto addosso: le cicatrici sono parole (questa racconta di quando bambino scivolasti così vicino a un chiodo da poterne rimanere cieco, quest’altra ti ricorda di quando quasi uccidesti tua moglie e tua figlia) e le parole sono cicatrici (quelle che ti disse tua madre dopo che la sentisti parlare al telefono con un uomo che non era tua tuo padre). Ma non c’è il solo dolore.

C’è il piacere, tutto il piacere che hai vissuto, che ti ha travolto in questi sessantaquattro anni: da quello che provi guardando il collo di tua moglie al mattino, a quello che ti insegnerà una prostituita nel Quartiere Latino quando tu, ventenne solitario e senza un soldo a Parigi, l’ascoltasti sbalordito recitare a memoria una poesia di Baudelaire. E infine il corpo da cui il tuo corpo ha iniziato a esistere, quello di tua madre. La sua storia e il tuo rapporto con lei sono il cuore pulsante di questo libro. Hai capito dal silenzio con cui hai accolto la notizia della sua morte e dalla crisi di panico che ne è seguita – fu come sentire il tuo stesso corpo fuggire da te – che qualcosa era cambiato, che dovevi fermarti a ricapitolare. Che eri entrato nell’inverno della vita”.

L’inverno di cui parla rappresenta i suoi quasi 66 anni, età in cui si ripercorrono le stagioni passate nel tentativo di dare loro un senso riordinando i ricordi. Accantonate le trame della fantasia, egli pone al centro della narrazione se stesso puntando sulla fisicità e sulle sensazioni corporee per approfondire le proprie riflessioni sulla vita, sul tempo che scorre, sulla permanenza nel mondo. Tempo, ritmo, rintocco, cadenza, flusso ”il tempo che si muove eppure non si muove, tutto diverso eppure tutto uguale”.

4321" di Paul Auster, una scatola magica che ha bisogno di lettori ...


Paul Benjamin Auster (Newark, 3 febbraio 1947) è uno scrittore, saggista, poeta, sceneggiatore, regista, attore e produttore cinematografico statunitense.

In questo libro diverso da tutti gli altri di Paul Auster è riscontrabile l’intimità, il respiro che accelera e poi si spezza, riprende a tratti e poi, si frantuma e continua per, poi, riassestarsi. E ricordi. Pagine che nascono dall’archivio narrativo di momenti salienti, un bilancio di ciò che è la vita: dell’autore ma, più in generale, di tutti ed, in particolare, di quanti hanno superato la soglia dei fatidici “anta” perché è da quel punto in poi che si avvicendano per ognuno/a le esperienze comuni della perdita dei propri cari, dell’analisi più attenta delle proprie scelte, degli affetti, delle relazioni o almeno così dovrebbe essere. Come una pellicola che si riavvolge di continuo, la vita prende a scorrere davanti agli occhi a volte sfilacciandosi o scivolando rapida e forse, in qualche momento, annodandosi su se stessa.

Così il corpo ci segue, amico-complice ma anche crudele tiranno, lungo l’intricato sentiero della memoria ricordandoci che esso è un contenitore prezioso di cui bisogna prendersi cura << quanti battiti di palpebre? Quante ore trascorse con una penna in mano? Quanti baci dati e ricevuti?>>.

L’autore ci coinvolge nel suo resoconto servendosi della seconda persona, si rivolge ai lettori con domande precise, elenca le sue ferite da bambino, i luoghi in cui ha vissuto e descrive le case in cui ha abitato. Il racconto segue un ordine cronologico, ondivago e, fin dalla prima pagina, veniamo sbalzati dai 6 ai 10 anni e poi ai 64 per tornare indietro attraverso i vari traslochi, innamoramenti e cambiamenti di varia natura.

Quest’autobiografia, scritta con tono confidenziale, porta il lettore a sentirsi profondamente compreso nella sostanza di tutto il non detto rispetto all’esistenza; al procedere ripetitivo e denso della vita di ognuno. Un libro di grande respiro che emoziona, fa riflettere e trasmette entusiasmo, amore per la scrittura ed un forte attaccamento alla vita.

<<Le storie, anche noi, le ereditiamo, le condizioni, i volti, i cuori, le vesciche, deboli e colpiti. Il suo cuore ha dell’acqua attorno a sé, sta annegando, il cuore malato, il male al cuore, la parte colpita, il battito misurato in te che a volte è troppo svelto>>.

Alessia Amato per L’isola di Omero

Luigi Pirandello: dal Caos nasce il Genio di un grande autore

«Io sono figlio del Caos».

Asseriva spesso così Luigi Pirandello. In realtà, figlio del Caos lo era per davvero. Nato in un bosco denominato Càvusu, nome che gli abitanti di Girgenti (suo paese natale) avevano grossolanamente tradotto dal greco Kaos, egli spiegava così:

«Una notte di giugno caddi come una lucciola sotto un gran pino solitario in una campagna d’olivi saraceni affacciata agli orli d’ un altipiano di argille azzurre sul mare africano».

La famiglia era di estrazione borghese e l’autore ebbe sempre un rapporto complesso con i genitori, in particolare con il padre. Questa incomunicabilità lo spinse a ritirarsi in sé stesso e a dedicarsi, per tutta la vita, ad una costante introspezione. Con un animo così sensibile, la passione per la letteratura e per la scrittura non tardarono a manifestarsi. Nel 1886 si iscrisse all’Università di Palermo per, poi, trasferirsi a Roma dove proseguì i suoi studi di filologia romanza. Lo spirito di Pirandello si scontrò presto con quello del rettore che lo costrinse a terminare gli studi a Bonn. La Germania offrì allo scrittore la possibilità di laurearsi con una tesi sulle caratteristiche fonetiche del dialetto della sua Girgenti.

Nel 1894 Pirandello sposò Maria Antonietta Portulano, figlia di un facoltoso socio del padre. Sebbene il matrimonio avesse i connotati più di un accordo finanziario che di una storia d’amore, la passione tra i due sposi scoppiò in poco tempo. Grazie alla dote della moglie, egli visse in una situazione molto agiata che gli permise di ritornare a Roma. Tuttavia, ben presto la situazione economica cambiò negativamente: i coniugi persero tutti i loro averi e la moglie di Pirandello cadde in una profonda crisi psicotica dalla quale non si riprese mai. Solo dopo vari tentativi di convincimento, lo scrittore acconsentì a farla ricoverare in un istituto.

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Luigi Pirandello (Girgenti, 28 giugno 1867 – Roma, 10 dicembre 1936).

La vita di Pirandello è stata ricca di momenti piacevoli ma anche difficili. Spesso la genialità di un uomo è anche la sua condanna e lui lo sapeva bene. Le sue doti introspettive gli permisero di concepire l’immenso abisso che separa l’identità dall’apparenza, la forma dalla vita. Gli uomini nascono liberi ma il Caso sconvolge le loro esistenze precludendo ogni possibilità di rivalsa. La società ordina all’uomo come comportarsi e, man mano, l’io svanisce e si perde. L’uomo si ritrova così diviso tra regole da rispettare che la tirannia madre impone e la volontà interiore di manifestarsi in modo diametralmente opposto. Solo l’intervento del Caso può liberarlo da questa condizione permettendogli di assumere una nuova forma. Di questa nuova forma, tuttavia, egli ne diventa presto schiavo. Un circolo vizioso ripercorso ne Il fu Mattia Pascal: l’uomo non può capire né se stesso né gli altri perché ognuno vive indossando una maschera dietro la quale si nascondono mille persone diverse.

Queste riflessioni si manifestarono più chiaramente in un altro celebre romanzo; Uno, nessuno e centomila. Qui, l’autore agrigentino, approfondisce il discorso sull’introspezione psicoanalitica: mentre l’uomo si affanna a cercare una propria personalità, tutte quelle che si celano dietro la maschera sono nessuno.

Il merito che riconosciamo a Pirandello, ancora oggi, è quello di aver catturato un’istantanea della società umana piena di ipocrisie e di falsi miti. Nonostante sostenesse una profonda incomunicabilità tra gli uomini, il vincitore del Premio Nobel per la Letteratura (ricevuto nel 1934) decide di provare la strada del teatro con i Sei personaggi in cerca di autore in cui la fantasia assume il controllo della sua mente presentandogli personaggi che vogliono vivere senza che lui gli cerchi. Il paradosso della vita, insomma, il paradosso di esserci.

Una curiosità in merito a quest’ultimo lavoro: se oggi è l’opera teatrale più nota di Pirandello, il suo esordio non fu proprio un successo. Alla prima, nel teatro Valle di Roma, il pubblico in sala urlò “buffone” e “manicomio” sottolineando quanto poco avesse apprezzato lo spettacolo. Non contento, però, Pirandello salì sul palcoscenico per ricevere gli insulti e venne bombardato da un lancio fitto di monetine che lo portò a scappare verso il taxi inseguito dai contestatori! Per le successive tre serate il teatro rimase quasi vuoto e l’impresario cambiò il titolo in cartellone in Sei personaggi in cerca di pubblico. La società dell’epoca, forse, non era ancora pronta ad accoglierne l’innovazione.

Alessia Amato per L’isola di Omero

La rubrica del borgo. Arquà Petrarca: il luogo che rende omaggio al celebre poeta

Arquà Petrarca è un paesino veneto in provincia di Padova, chiamato così per omaggiare il grande Francesco Petrarca, che visse qui gli ultimi anni della sua esistenza.

Il poeta conobbe il borgo nel 1364 quando per curarsi dalla scabbia si spostò nella vicina Abano Terme, e cinque anni dopo Francesco il Vecchio gli cedette un terreno proprio ad Arquà. Petrarca si trasferì definitivamente in paese nel marzo del 1370. Egli, in un documento che ora è conservato nel Museo Civico di Padova, definì il luogo con la seguente frase:

”Il mio secondo Elicona”.

Lo scrittore compie un’associazione con l’Elicona, il monte della Beozia sacro ad Apollo e simbolo della poesia. Ad avvicinare il grande letterato alla nuova abitazione c’erano sicuramente i silenzi e la natura che lo riportavano alla sua terra natia, la Toscana.

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Raffigurazione di Francesco Petrarca. (Arezzo, 20 luglio 1304 – Arquà, 19 luglio 1374).

Arquà si articola intorno alla centrale piazza Roma, dove si affaccia l’edifico più importante, ovvero il palazzo Contarini. Altra struttura di rilievo è la chiesa arcipretale di Santa Maria Assunta, di poco posteriore all’anno Mille, ampliata e impreziosita da un complesso pittorico dal gusto bizantino fino all’influsso di Giotto: di particolare interesse è la tela di Palma il Giovane, “L’Assunta“.

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Palazzo Contarini ad Arquà.

Al centro del sagrato sorge l’arca in marmo rosso di Verona contenente le spoglie del Petrarca, eretta nel 1370. Nella strada che conduce a valle, al di sotto del sagrato, è presente una fontana con lavatoi detta “del Petrarca”, la cui costruzione è stata attribuita al poeta stesso, anche se la fattura risulta duecentesca.

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Tomba di Petrarca.

Cosimo Guarini per L’isola di Omero

Arthur Conan Doyle e l’intramontabile Sherlock Holmes

Sir Arthur Ignatius Conan Doyle, nasce a Edimburgo, in Scozia, il 22 maggio 1859, da una famiglia nobile irlandese.

Fu un autore molto produttivo e contribuì a reinventare generi che vanno, dalla fantascienza al romanzo storico e avventuroso, dal giallo al soprannaturale.

Laureatosi in medicina nel 1885 all’Università di Edimburgo, fu l’assistente di Joseph Bell, un professore esperto nella pratica applicativa del metodo deduttivo nella formulazione delle diagnosi.

Dopo gli studi si imbarcò su una baleniera come medico di bordo, trascorrendo molti mesi nell’Oceano Atlantico e in Africa. Tornato in Inghilterra aprì uno studio medico, ma senza successo.

Quindi si dedicò alla scrittura a tempo pieno, portando avanti la sua attività di romanziere, giornalista e saggista. Ha trattato vari generi letterari, tra cui troviamo i romanzi storici “La Compagnia Bianca” (1891), “Le avventure del brigadiere Gérard” (1896) e “The Great Boer War” (1900); si dedicò anche alla scrittura di generi fantasy e di avventura, come “Il mondo perduto“.

Arthur Conan Doyle

Fu corrispondente di guerra, sia durante la Grande Guerra (in cui perderà il fratello e il figlio) sia in quella anglo-boera in Sudafrica, che gli farà conquistare nel 1902 il titolo di Sir per il suo egregio lavoro.

Grazie alla sua vastissima produzione letteraria, Doyle, insieme ad Edgar Allan Poe, è ritenuto il fondatore sia del genere giallo sia di quello fantastico.

L’autore deve la sua fama all’immortale investigatore Sherlock Holmes; il celebre personaggio diventerà più famoso di lui, causando in Doyle un vero e proprio rifiuto verso il suo protagonista.

Il celebre detective di Baker Street rappresenta, ancora oggi, un archetipo ben radicato nell’anima di tutti noi: l’adolescente che non si piega ai compromessi della vita, che reinventa se stesso e la sua posizione, che resta autonomo e inscalfibile a battersi contro l’ingiustizia, l’irrazionalità e l’orrore.

La scienza della deduzione è la novità che Holmes porterà in dote al mondo del mistero e della logica.

Il manoscritto Uno studio in rosso (1887) , che all’inizio non avrà successo, è il primo che vede come protagonista il famosissimo detective, e la voce narrante è quella del fedele dr Watson.

Il giallo Uno studio in rosso

Successivamente viene alla luce Il segno dei quattro (1890), un romanzo a puntate.

Nel 1893, ne Il problema finale (chiamato anche L’ultima avventura), Doyle tenterà di ‘eliminare’ Sherlock Holmes, facendolo precipitare in una scarpata.

La reazione del pubblico alla morte del proprio beniamino non sarà positiva, infatti verrà invocato a gran voce il suo ritorno sulle scene.

Doyle, dopo essersi dedicato nel frattempo ad altri generi letterali a lui più congeniali, ‘riporta in vita’ Sherlock Holmes, prima ne Il mastino di Baskerville (1902), raccontando episodi antecedenti alla sua morte, e poi definitivamente nel 1903 con il racconto La causa vuota.

L’argomento a cui lo scrittore scozzese dedica gli ultimi anni della sua vita, invece, è lo spiritismo.

Il 7 luglio del 1930 muore nella sua casa di campagna a Windlesham, mentre il suo personaggio più amato gli sopravvive.

Simona Lamarmora per L’isola di Omero

Il donatore felice di René Magritte: tra illusione, sogno, e realtà

René Magritte è tra i pittori surrealisti più originali e famosi. Un uomo elegante ed educato, come molti, ma capace di trasformare la realtà come pochi. Un uomo in grado di creare capolavori straordinari che trasformano in sogno il quotidiano. Perché in questo sta il genio dell’artista: ci ha spinto ad osservare il mondo con occhi diversi, a stupirci di ciò che è apparentemente banale e a scavare sotto la superficie scoprendo che essa è molto più interessante di come appaia.

Il donatore felice, realizzata nel 1966 e conservata al Musèe d’Ixelles a Bruxelles, è un’opera che al suo interno sintetizza molte tematiche affrontate da Magritte.

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Il donatore felice, R. Magritte.

Su un fondo scuro, che un muro separa dal nulla, emerge la sagoma di un uomo con bombetta da cui traspare una luminosità interna alla silhouette utilizzata per la autocitazione di un altro notissimo quadro, L’empire des lumières,nel quale un’importante casa immersa nel buio avanzante di un tramonto ormai compiuto presenta tutte le sue le finestre illuminate a festa dalla luce interna. Sul muro una sfera grigia racchiude al suo interno uno dei tanti misteri magrittiani non partecipando all’evidente felicità interna dell’uomo in bombetta il quale assapora tutto lo splendore della coscienza di chi ha appena donato in un contesto intorno imperscrutabile per il buio della normalità. Il titolo dell’opera, che peraltro raccoglie una sinestesia tipica della lingua francese per la quale il donatore è sempre felice, è particolarmente significativo: chi dona non indugia nel calcolo economico, non opera per il profitto ma introietta se stesso nella trasparente luce della felicità che prolunga e nega, al tempo stesso, il momento quotidiano della vita attiva.

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René François Ghislain Magritte (Lessines, 21 novembre 1898 – Bruxelles, 15 agosto 1967).

Queste parole furono scritte da Magritte pochi mesi prima di morire e rendono bene la personalità di un artista capace di scavare a fondo nella realtà e di restituirci un’immagine di essa priva di luoghi comuni e di immagini stereotipate: “Ciò che vedete sulla superficie di quel muro non è un insieme di linee e di colori; è una profondità, un cielo, delle nuvole che hanno alzato il sipario del vostro tetto, una vera colonna intorno a cui potete girare, una scala che prolunga i gradini su cui vi trovare 8 e voi fate già un passo nella sua direzione, vostro malgrado), una balaustra di pietra da cui si stanno affacciando per vedervi i volti attenti dei cortigiani e delle dame, che portano nastri e abiti uguali ai vostri, che sorridono al vostro stupore e ai vostri sorrisi, facendo verso di voi dei segni che trovate misteriosi soltanto perché hanno già risposto senza aspettare quelli che voi farete loro”.

Alessia Amato per L’isola di Omero

Caravaggio a Malta: tra arte e tormento

«Affrontatosi con Ranuccio Tomassoni giovane di molto garbo, per certa differenza di giuoco di palla a corda, sfidaronsi, e venuti all’armi, caduto a terra Ranuccio, Michelangnolo gli tirò una punta, e nel pesce della coscia feritolo, li diede a morte».

Così il biografo di artisti Giovanni Baglione, nel suo Le vite de’ pittori, scultori et architetti dal pontificato di Gregorio XIII del 1572 in fino a’ tempi di Papa Urbano Ottavo, nel 1642, descriveva l’assassinio di Tomassoni compiuto dal Caravaggio, che condusse l’artista a Malta.

Il 28 maggio del 1606 a Roma, infatti, il noto artista Michelangelo Merisi (detto Caravaggio) fu coinvolto in una disputa in strada con Ranuccio Tommasoni, noto aristocratico romano del tempo. Il tutto sfociò in uno scontro, e così il primo uccise il secondo. Il pittore fu costretto ad abbandonare la città eterna rifugiandosi a Malta per non incorrere in problemi penali.

Caravaggio sbarcò sull’isola nel luglio del 1607, dopo aver ottenuto il titolo di cavaliere, che gli avrebbe permesso una grazia pontificia per tornare a Roma.

Circa la permanenza sull’isola non possediamo notizie se non scarse testimonianze pittoriche: come il San Gerolamo conservato nella concattedrale di La Valletta ed eseguito per il cavaliere Ippolito Malaspina, l’Amorino dormiente per il cavaliere fiorentino Francesco dell’Antella, il Ritratto del gran maestro Alof de Wignacourt con un paggio e l’immensa tela raffigurante la Decollazione del Battista.

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In foto: Amorino dormiente, 1608-09, olio su tela, 72×105 cm, Palazzo Pitti, Firenze

L’ultima opera citata fu sicuramente quella che richiese maggior impegno da parte dell’artista, soprattutto per via delle dimensioni imponenti (361×520 cm). Dipinta in prossimità del conferimento del titolo di cavaliere di Grazia, vediamo stagliarsi una tragica scena, cruda e violentissima, ambientata in un silenzioso cortile: lì, dove il boia ha già reciso la testa del Battista, notiamo che un rivolo di sangue delinea la firma del pittore «F MICHELAN». La ‘’F’’ potrebbe interpretarsi come l’iniziale di ‘’Fra’’, ossia indicherebbe la nomina già avvenuta di cavaliere.

Le figure imponenti raffigurate sulla sinistra dell’opera sono rappresentate con estremo naturalismo, tanto da delineare uno stile sempre più essenziale dell’artista. Le pennellate sono lunghe e sicure, con contrasti luministici che donano una sobrietà compositiva all’insieme.

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La decollazione del Battista, olio su tela, 361×520 cm, 1608, Concattedrale di San Giovanni.

Il soggiorno maltese di Caravaggio verrà interrotto bruscamente ad inizio dell’autunno del 1608 da una rissa molto accesa: alcune testimonianze scritte affermano che abbia ferito un cavaliere di rango superiore a lui; altre fonti parlano addirittura di una disputa tra l’artista e altri sei cavalieri.

La vicenda si concluderà con la reclusione del pittore nel carcere di La Valletta e la fuga compiuta il 6 ottobre dello stesso anno, mentre era in attesa del processo.

Michelangelo Merisi scappa in segreto verso Siracusa, e intanto sull’isola viene espulso con disonore dall’ordine maltese e definito «Come membro fetido e putrido». Si chiude, dunque, in modo maldestro l’avventura a Malta di un uomo complesso, che anche a causa di tale vicenda verrà definito dai posteri come il pittore maledetto.

Antonella Buttazzo per L’isola di Omero

Il Decameron: la grande opera letteraria da Boccaccio a Pasolini

Il Decameron è una raccolta di cento novelle scritta da Giovanni Boccaccio nel XIV secolo, probabilmente tra il 1349 e il 1351. È considerata una delle opere più importanti della letteratura del Trecento europeo, periodo durante il quale esercitò una vasta influenza sulle opere di altri autori oltre che diventare la capostipite della letteratura in prosa in volgare italiano. 

Boccaccio nel Decameron raffigura l’intera società del tempo, integrando l’ideale di vita aristocratico, basato sull’amor cortese, con i valori della mercatura quali l’intraprendenza e l’astuzia.

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Giovanni Boccaccio (Certaldo o forse Firenze, 16 giugno 1313 – Certaldo, 21 dicembre 1375).

Il libro narra di un gruppo di giovani, sette donne e tre uomini, che per dieci giorni si trattengono fuori da Firenze per sfuggire alla peste nera che in quel periodo imperversava nella città, e che a turno si raccontano delle novelle di taglio spesso umoristico e con frequenti richiami all’erotismo bucolico del tempo. Per quest’ultimo aspetto, il libro fu tacciato di immoralità e fu in molte epoche censurato.

La concezione della vita morale nel Decameron si basa sul contrasto tra Fortuna e Natura.

La Fortuna appare spesso come evento inaspettato che sconvolge le vicende, mentre la Natura si presenta come forza primordiale la cui espressione è l’Amore come sentimento invincibile che domina insieme l’anima e i sensi. L’amore per Boccaccio è una forza insopprimibile, motivo di diletto ma anche di dolore, che agisce nei più diversi strati sociali e per questo spesso si scontra con pregiudizi culturali e di costume. 

Locandina de Il Decameron di Pasolini.

Il capolavoro di Boccaccio è stato rivisitato diverse volte dal cinema nel XX secolo, ma merita un posto particolare il film Decameron di Pier Paolo Pasolini (1971), tra le più complete e meglio riuscite dell’epoca moderna soprattutto per la rilettura in chiave “vitalistica” delle novelle di argomento erotico e per l’ambientazione napoletana in cui vengono inseriti i racconti, scelta dal regista perché ritenuta più vivace e popolare.

La pellicola subì tagli e censure per le molte scene scabrose, anche se riscosse un ottimo successo di pubblico e fu premiata con l’Orso d’Argento al Festival del Cinema di Berlino. 

Rosa Araneo per L’isola di Omero

Il vaso di Pandora: il simbolo mitologico di tutti i mali del mondo

Nella cultura di massa l’espressione ‘vaso di Pandora’ viene usata come una metafora, per riferirsi all’improvvisa scoperta di un problema o di un male nascosto che una volta emerso non è più possibile celare.

Ne “Le opere e i giorni”, un poema dello scrittore Esiodo, si narra che Zeus donò a Pandora un vaso contenente tutti i mali del mondo, con la raccomandazione di custodirlo e di non aprirlo per nessuna ragione.

Ma la sua forte curiosità la spinse a dischiuderlo, e da quel momento tutti i mali si diffusero sull’umanità; in fondo al vaso rimase solo la “speranza”. Da qui deriverebbe anche il detto ‘La speranza è l’ultima a morire’.

Vari sono i miti che narrano l’episodio del vaso di Pandora, ma il suo significato simbolico rimane sempre lo stesso.

Pandora e il vaso

Il mito

Zeus, capo degli dei, in seguito alla spartizione delle carni di un bue sacrificato, donato ai mortali invece che agli dei, decide di togliere agli uomini le loro sorgenti di vita, tra cui il fuoco, condannandoli al duro lavoro e al sacrificio.

Il titano Prometeo, un eroe che possiede il coraggio e l’abilità di sfidare gli dei, ruba con l’inganno il fuoco (simbolo di conoscenza) a Zeus per donarlo all’umanità, in modo da rendere gli esseri umani più responsabili e indipendenti rispetto agli dei, i quali erano considerati tiranni capricciosi.

Così Zeus, scoperta la colpevolezza di Prometeo lo punisce, lo incatena ad una rupe, con lacci inestricabili, e dispone che ogni giorno un’aquila gli divori il fegato, che poi ricresce.

Prometeo viene torturato

Per punire gli uomini invece, ordina ad Efesto di dar vita a una figura simile esteticamente alle dee immortali. La creatura viene resa bellissima da Afrodite, Era le insegna le arti manuali ed Apollo la musica, e oltretutto possiede ogni sorta di virtù, tra cui astuzia e curiosità; ma allo stesso tempo viene creata con un’indole ingannatrice.

Il suo nome è Pandora, cioè colei che tutti gli dei hanno portato in dono, e rappresenta l’archetipo di tutte le donne. Infatti, nonostante nei testi greci non ci sia un’esplicita menzione, si narra che nel mondo primordiale l’umanità fosse formata solo da maschi.


Successivamente Ermes viene incaricato da Zeus di condurla da Epimeteo, fratello di Prometeo, insieme al dono di un vaso.

Egli cade nella trappola architettata dagli dei, si lascia sedurre, ignorando le raccomandazioni del fratello di non accettare nessun regalo da Zeus, e la sposa. Si accorgerà poi dell’inganno quando sarà troppo tardi.

Pandora, infatti, non resistendo più alla curiosità, apre il vaso; in quel momento, ogni sorta di doloroso affanno (vecchiaia, gelosia, vizi, menzogna, odio, malattia) si riversa sul genere umano , condannandolo ad una vita di sofferenze.

Ma la speranza, rimasta precedentemente sul fondo del vaso, alla fine esce.

Simona Lamarmora per L’isola di Omero

Santo Stefano: il Protomartire della storia cristiana

Secondo quanto leggiamo nel Nuovo Testamento Santo Stefano fu il primo martire della storia del Cristianesimo, cioè il primo cristiano ad essere accusato di blasfemia e lapidato a causa della fede religiosa tra il 33 e il 36 d.C.

Santo Stefano

La Chiesa cattolica lo festeggia il 26 dicembre, insieme a parte delle Chiese protestanti; la data è vicina a quella del Natale perché simbolicamente i martiri, i primi a testimoniare la parola di Dio attraverso il loro sacrificio, sono vicini a Cristo. Gli ortodossi invece lo festeggiano il 27 dicembre.

Il giorno di Santo Stefano è una festa nazionale in Austria, Croazia, Danimarca, Germania, Irlanda, Italia, Città del Vaticano, San Marino, Romania, Francia e Svizzera italiana.

È considerato il santo protettore dei diaconi e dei fornai; i suoi simboli sono le palme e le pietre.

Le origini

Le sue origini non sono note, ma si pensa a lui come ad un ebreo istruito secondo la cultura greca, che viveva a Gerusalemme. Fu contemporaneo di Gesù e gli apostoli (diretti discepoli di Gesù) lo scelsero come uno dei primi 7 diaconi; eletti per aiutare nella diffusione del Vangelo, provvedevano anche ai bisogni dei fedeli, in particolare orfani e vedove.

Ma ben presto venne preso di mira da coloro che non tolleravano i cristiani.

Questi ultimi non seppero tenere testa alla sua arte oratoria, e quindi attraverso false testimonianze lo accusarono di blasfemia e chiesero la sua morte davanti al Sinedrio, il supremo Consiglio dei Giudei.

Si dedicava alla predicazione, diffondeva la fede per convertire gli ebrei che giungevano a Gerusalemme, e proprio per questo attirò l’attenzione.

Prima che il Sinedrio emettesse la sua sentenza, il popolo lo trascinò fuori dalla città, e lì fu lapidato.

Santo Stefano Martire, Carlo Crivelli, 1476

Nel Vangelo si narra che accolse la morte con serenità, invocando il Signore ad accogliere la sua anima.

Nel Testo Sacro viene descritto come un uomo pieno di fede e Spirito Santo

Le reliquie

Dopo la sua morte, la storia delle sue reliquie divenne una leggenda. Il 3 dicembre del 415, Luciano di Kefar-Gamba, un sacerdote, lo ebbe in sogno; gli apparve con una lunga barba bianca e con in mano una bacchetta d’oro con la quale lo toccò chiamandolo tre volte per nome, svelando come lui e i suoi compagni si ritrovavano sepolti senza onore.

Con l’accordo del vescovo di Gerusalemme, iniziarono gli scavi. Da qui in poi iniziò la proliferazione delle reliquie, a testimonianza del grande culto tributato in tutta la cristianità al protomartire santo Stefano, già veneratissimo prima ancora del ritrovamento delle reliquie nel 415.
Chiese, basiliche e cappelle in suo onore sorsero dappertutto. In Italia ci sono 14 Comuni che portano il suo nome.

Santo Stefano nell’arte

Lapidazione di Santo Stefano, di Giorgio Vasari

Nell’iconografia che precede la Controriforma viene rappresentato con i sassi, sia sulla testa che sulle spalle.

Dopo il Concilio di Trento la sua immagine cambia, venne rappresentato come un giovane che tiene in mano la palma del martirio e con i sassi vicino ai piedi.

Nel Cinquecento iniziano ad essere dipinte anche le scene del martirio.

Simona Lamarmora per L’isola di Omero